William T. Vollmann è uno scrittore mostruoso, come l’angelo di Rilke. Ovvero: discussione intorno a “I fucili”

Posted on Dicembre 20, 2018, 9:52 am
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Volessi prender su e andare a Isachsen, nell’isola di Ellef Ringnes, nell’arcipelago artico canadese, so già che due paia di calzettoni di lana sono ottimi e che delle racchette da neve Sherpa “Snow Claw” sarebbero inutili tanto là la neve è dura, e che dei guanti da sci in gore-tex non mi terrebbero abbastanza calde le mani e che sarebbero ‘difficili da mettere con le dita intirizzite’, e che un berretto da baseball rosso “Davco Drywall” sarebbe divertente da calzare, sebbene sarebbe assai più inutile delle racchette da neve, e lo so grazie alla “Lista dell’equipaggiamento per il viaggio a Isachsen” che William T. Vollmann aggiunge nella parte finale del suo ultimo romanzo tradotto in italiano: I fucili (minimum fax, 2018). La lista viene prima della sezione dei ringraziamenti e dopo i glossari e lo “Scambo di corrispondenza sulle accuse relative al trasferimento forzato”, perché I fucili, oltre a essere un sogno, è una storia di deportazione, redatta con il massimo dell’onestà intellettuale di cui è capace Vollmann, che si vuole buono in maniera così pignola da risultare comicamente grottesca, oltre che psicotica.

vollmannAdesso un po’ di aritmetica: I fucili fa parte di un ciclo di sette romanzi previsti, i Seven Dreams: A Book Of North American Landscapes. William T. Vollmann, a ora, ne ha pubblicati cinque, e non nell’ordine cronologico dalla ‘storia simbolica’ della colonizzazione del continente nordamericano che vuole narrare, e quindi: ha pubblicato i primi tre e il quinto e il sesto. In Italia, dei cinque pubblicati da Vollmann, ne sono stati tradotti tre, e sempre perché non avrebbe senso fare le cose secondo un criterio lineare, non sarebbe vollmanniano, ecco, a essere stati tradotti sono stati i primi due, La camicia di ghiaccio e Venga il tuo regno, e il sesto: I fucili, appunto. Non fosse per altro, bisognerebbe tradurre Vollmann per una questione di armonia matematica, se non bastasse il fatto che Vollmann è uno scrittore mostruoso, cioè meraviglioso e feroce, come un angelo di Rilke che passa una stagione all’inferno con Rimbaud. Oppure può valere come esortazione l’annuncio che la traduzione dell’omnia di Vollmann mi renderebbe il lettore più felice del mondo? Siccome il Vollmann fin qui tradotto io l’ho catturato tutto.

Se tiro dentro il nome di due poeti è perché la scrittura di Vollmann (Noto in Questo Mondo come “WILLIAM IL CIECO”) è visionaria e inclemente come sa esserlo soltanto la parola poetica secondo cui il mare può essere “trasparente dove il ghiaccio galleggiava come condocrani di squali” e io  non ne faccio colpa alcuna agli editor della Minimum Fax se hanno lasciato ‘condocrani’ e non ‘condrocrani’, se il riferimento è al condrocranio, un cranio cartilagineo, perché mia inesausta gratitudine va a tutti gli editori che pubblicano Vollmann, anche se lo ripubblicano, e ancor di più a tutti quei traduttori che si cimentano con la sua lingua: a Cristiana Mennella, traduttrice de I fucili, regalerei collane su collane di condrocrani, come fossero perle scaramazze, per avermi consentito di viaggiare nel romanzo di Vollmann, secondo il quale scrivere non è mai soltanto un narrare ma è esplorare le potenze vertiginose della scrittura, capace di far stare i tempi e gli spazi su una pagina di carta, che è un po’ come catturare un genio in una bottiglia.

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La grandezza di uno scrittore, per me, la fa l’esigenza che ti muove di leggerlo nella sua lingua e l’impotenza che ti urla in faccia per il tuo non saper leggere Dostoevskij in russo, Céline in francese, Joyce in inglese e Aldo Busi in italiano, perché guai a credere di saper leggere la propria lingua se prima non si sono letti gli scrittori che le sono entrati dentro costringendola a riattivarsi, a espandersi, a sottomettersi alla maledizione di una giovinezza continuamente rinnovata. Fortunate quelle lingue non oltraggiate da scrittori e scrittrici che abbiano voluto possederle elevandole ai gradi della immarcescibilità, abbandonate perciò alla conclusione del loro ciclo e, arrivate a un dunque, lasciate morte. La scrittura si comporta con la lingua come fanno i ghiacci estremi con i corpi: li conservano intatti e vigorosi anche dopo che s’è estinta la vita di chi li ha abitati, infrangendo le volontà della natura la quale natura, povera lei, non ci risulta sappia leggere i romanzi.

Per I fucili non basta domandarsi “di cosa parla”, ma: chi è che parla, anzi: in quanti parlano? Dove sono, mentre parlano? Soprattutto: quando? Perché ne I fucili aumenta quel collassamento dei piani temporali che in Venga il tuo regno si avvertiva ma non così forsennatamente, e ritornano i paesaggi incontrati ne La camicia di ghiaccio ma resi nella loro radicalità sottozero. Il romanzo s’imbarca nella sfida umana di coloro che partirono per le terre inospitabili, antropizzandole a qualunque costo, rievocandola nella sfida formale di Vollmann di rendere abitabile la dimensione inumana per eccellenza: il passato, il tempo andato, sia esso storico o mitico.

vollmannIn Vollmann tutto diventa oggi perché oggi è allo stesso tempo e nello stesso punto sia ieri sia domani, e il collasso non è solo temporale, per cui tutti i tempi sono un unico tempo, e non è solo spaziale, per cui tutti gli spazi sono lo stesso spazio: è anche vitale, siccome a queste condizioni va da sé che una persona può essere allo stesso tempo più persone, anzi: tutte le persone; e non solo le persone: tutti gli animali, tutti gli alberi e i fiori. E cos’è questo, se non il delirio di un poeta? E i deliri dei poeti sono quanto di più prossimo al sogno di un dio, tenendo presente che dio è la più grande invenzione letteraria di sempre, un personaggio che non potrà morire mai, checché ne dicano i filosofi i quali, si sa, restano comunque dei romanzieri mancati. “La tua testa era circonfusa di zanzare dorate, sacre.”  I fucili – copiando da wikipedia – ‘racconta il tentativo di John Franklin di trovare un passaggio a nord-ovest verso l’oceano Pacifico nel 1845’. Perché così l’ha pianificato Vollmann. Allora com’è che nella narrazione di una spedizione artica si parla di zanzare, e per di più dorate e sacre? Nel romanzo, come non bastasse, si parla molto persino di un aquilone, e di segreti (che nell’inglese di Reepah sono le sigarette; in lingua originale credo si senta meglio la possibile omofonia tra cigarettes e secrets; non si rimprovera un editor se prende un condrocranio per un condocranio quindi certo non si può rimproverare Reepah se scambia una sigaretta per un segreto, la lingua madre di Reepah è l’inuktitut, sfido io, e Reepah chi è? Chiunque, a fine lettura del romanzo, pretenderà di dirlo, starà soltanto ammettendo di non averlo letto affatto), e di toluene, di balene, di Sedna, di ranuncoli artici che esplodono da neri ciuffi di muschio, di equipaggi, di volverine, di mogli che costumate aspettano i mariti inoltratosi per avventure spaventose in cerca di gloria da aggiungere a gloria, di cieli gialli e blu, di pemmican, di sapindi in fiore, di mappe disegnate a mano da Vollmann stesso, e un po’ più per esteso delle colpe dei padri che ricadono sui figli, anche se non esattamente sui figli diretti di quegli specifici padri.

Nella sua letteratura Vollmann è continuamente attratto dal mistero del male e l’elemento principe del male consiste nello scatenare le sue conseguenze non contro chi lo commette ma ripercuotendosi su chi arriva cronologicamente dopo e quindi, almeno rispetto a qual male, può essere reputato innocente. Il mistero del bene non è da meno e segue le stesse meccaniche: il bene, per potersi definire tale, è quando si cura più degli effetti che avrà sugli altri che su quelli che avrà su di sé, laddove il male si occupa solo di sé e al di fuori di sé vede solo il nulla che è il male stesso. La domanda sul male è la migliore perché resta quella inevadibile: perché a me? La domanda sul bene è altrettanto inesplicabile ma se lo chiedono relativamente in pochi il perché-proprio-a-me, in questo caso, o comunque l’idea di restare senza risposta non turba con la medesima intensità.

 E, inaspettatamente, I fucili parla anche di fucili.

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Vollmann non nasconde nei suoi candidi e maniacali romanzi di avere a cuore la salvezza del mondo, e al riguardo dei fucili sente di aver potuto tastare con mano e con la mente che l’utilizzo dei fucili ha peggiorato la vita sul continente. I fucili hanno provocato lo sterminio e l’estinzione di fatto di molte specie animali, con conseguente problema di sostentamento per le popolazioni che vivevano della caccia di quelle specie così estinte, poi non c’è bisogno di chissà quale acuta lungimiranza per accorgersi che l’evoluzione dei fucili ha condotto da parecchio tempo nei paraggi dell’auto-distruzione in quanto specie umana, se non in grande con le bombe figlie delle atomiche di ieri, le cui madri al confronto sembrano delle bombetta scacciacani, a piccolo punto, e qui vale la pena ricordare di nuovo il libro di Gary Younge pubblicato per la ADD Editore: Un altro giorno di morte in America. Per chi è di fretta e ha né tempo né voglia di saperne, una buona sintesi può trovarla nel sottotitolo: 24 ore, 10 proiettili, 10 ragazzi.

vollmannIl romanzo, che è molti romanzi, così come un sogno è molti sogni, è composto pure dalla cronaca che Vollmann redige sulle sue due settimane a Isachsen, a meno trenta gradi, a meno quaranta, tentando di sopravvivere, tentativo che dev’essere andato a buon fine, siccome il romanzo l’ha poi scritto, ma con Vollmann non si può mai dire. È del 2014 Ultime storie e altre storie (in Italia lo traduce per la Mondadori il sempre caro Gianni Pannofino) in cui in apertura nell’avviso Al lettore Vollmann scrive: “Questo è il mio ultimo libro. Eventuali opere successive a me attribuite saranno state composte da un fantasma”. I fucili è del 1994, ma perché mai dovrei escludere la possibilità che solo dopo venti anni Vollmann abbia messo per iscritto ciò che era avvenuto mooolto addietro e cioè che William T. Vollmann sia morto un paio di decenni fa nell’isola di Ellef Ringnes, nell’arcipelago artico canadese? Per questo ho approfittato del Black Friday per ordinare online l’equipaggiamento necessario, dai piumini d’oca ai sacchi a pelo con la tecnologia termoisolante VBL (per risparmiare sui costi di volo ci arriverò in mongolfiera gettandomi con un paracadute seminuovo comprato in un outlet): per andare a controllare con i miei occhi se il cadavere di Vollmann non si trovi mummificato dal gelo nella stazione meteo di Isachsen.

Questo mi spiegherebbe molte cose, per esempio come sia riuscito a scrivere un romanzo come I fucili, che sembra essere stato scritto da un fantasma se è vero che per i fantasmi non valgono più tutte quelle utili e ordinanti delimitazioni chiamate tempo e spazio. D’altronde chiunque scrittore, se lo è, è un fantasma. Siccome non vorrei aver dato l’idea che nel romanzo Vollmann si sia concesso una anarchia associativa dissociante – Vollmann ha una presa sul suo materiale paragonabile solo a quella che i mari ghiacciati ebbero sulle due navi della quarta spedizione di Sir John Franklin (‘dalla quale descrizione si evince il mio punto debole di scrittore: non so descrivere niente se non in rapporto a qualcos’altro’, una citazione da pagina 100) – riporto un paragrafo di pagina 70, perché quando un libro è una consapevole opera di genio custodisce al suo interno il seme della sua ideazione, come una zanzara in una palla d’ambra protetta nel cuore invernale di un iceberg e, come lui, destinata a liquefarsi e sparire: “Sir John Franklin andò a nord quattro volte. (È normale che certe imprese richiedano più di un tentativo, come sedurre una persona, o sparare una foca: la prima volta non per ucciderla, ma per spaventarla, così si tuffa senza aver tempo di prendere fiato; quanto torna a galla sei già più vicino e spari di nuovo così la foca tornerà sott’acqua in apnea; e la terza o la quarta volta sei abbastanza vicino per spararle alla testa).”

Antonio Coda