“Dove vive la fiaba”. Walter Benjamin, il bambino eterno e una collezione di libri formidabili

Posted on Giugno 11, 2020, 6:25 am
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Isaac B. Singer scriveva storie – cosa ben diversa dal redigere romanzi o racconti. Per questo, è uno straordinario scrittore per bambini. “Nella nostra epoca, in cui l’arte di raccontare storie è stata dimenticata e rimpiazzata dalla sociologia amatoriale e dalla psicologia d’accatto, il bambino è ancora un lettore indipendente che non si fida di altro che non sia il suo gusto. Nomi e autorità non significano niente per lui”, scrive il grande Singer in un saggio, I bambini sono i migliori critici letterari?, pubblicato in appendice a Il sogno di Menaseh e altri racconti (Mondadori, 2008). Singer scaglia i bambini contro la muraglia intellettuale della letteratura: per eccesso di ferocia, indipendenza di pensiero, audacia i bambini lo confortano. “Quando la letteratura per adulti sarà andata in rovina, per molto tempo ancora i libri per bambini costituiranno le ultime vestigia dell’arte di raccontare storie, del senso logico, della fede nella famiglia, in Dio e nel vero umanesimo”.

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Singer racconta della “grande gioia che ho provato nel leggere l’edizione in yiddish delle avventure di Sherlock Holmes scritte da Conan Doyle”; io vorrei leggere Conan Doyle in yiddish per il gusto di non capire nulla, di ammirare la lotta di lettere ignote, inquiete, riferendo a caso il senso, insensibile alla moda della ragione. In ogni caso, Singer fa risalire la sua capacità letteraria dalle “storie della Bibbia, che leggevo e rileggevo continuamente”. In quelle storie, Dio è incorporato al massacro, tra grano e sterminio la distanza è nel groviglio di sussurri ottenebrati in un roveto ardente. Molto tempo fa, Beatrice Buscaroli mi regalò un libro edito da Adriano Salani nel 1913. Il marchio editoriale raffigura un torchio con la scritta “In labore dignitas”, il libro, costruito da Enrichetta Susanna Bres, s’intitola La Storia Sacra del Bambino. Insomma, la Bibbia riassunta per pargoli, con illustrazioni importanti, un linguaggio arcano non privo di oscuro (“I soldati, imbattutisi in Assalonne impigliato co’ capelli ai rami d’una quercia, lo trafissero. Davide pianse a lungo il suo figliolo”). Il libro, forse, piacerebbe a Walter Benjamin.

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“La sua biblioteca, che conoscevo abbastanza bene, rispecchiava in effetti con grande limpidezza la sua indole assai differenziata… Di tale collezione, due settori in particolare mi stanno dinnanzi agli occhi: libri di psicopatici e libri per l’infanzia”: così Gershom Scholem ricorda il labirinto librario di Walter Benjamin. Malattia mentale e infanzia sono gli estremi del linguaggio: l’al di là e l’al di qua del linguaggio. Inevitabilmente, appassionavano Benjamin.

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Orbis pictus, è un libro straordinario, raccoglie gli “Scritti sulla letteratura infantile” di Walter Benjamin, e, in lista, la sua collezione di volumi per bambini. Il libro lo ha pubblicato, con magnificenza editoriale, Giometti & Antonello, la cura è di Giulio Schiavoni, si ripropone, in “riedizione riveduta, aggiornata e ampliata”, il testo stampato nel 1981 dalle edizioni Emme di Milano. Il catalogo della collezione Benjamin occupa 55 pagine del libro; da Capri, il 19 agosto 1924, Benjamin invia alla moglie Dora un abbecedario illustrato, con carte allegate, stampato a Vienna: “Ecco per te, mia diletta, la piccola strenna napoletana. Anche se essa non reca il colore dei luoghi da me visitati, possiede tuttavia quello della pienezza dell’amore, che vorrei delicato come quello dell’incomparabile frontespizio”.

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Parlare è fisiognomica. Insegnare a parlare in un certo modo significa formare una certa visione del mondo, un volto. Dovremo annegare nella piscina dell’incomprensibile, tra miriadi di linguaggio, giocando con le lettere, fino a riconoscere nella M la natura alpina, nella L l’emblema di giraffa, nella S il crinale del cobra, nella T il salto di una tigre, l’esordio di un racconto. “La fiaba è un residuo… forse il più potente che si trovi nella storia spirituale dell’umanità: un prodotto di scarto nel processo della nascita e della decadenza della leggenda. Il bambino può disporre della materia della fiaba nello stesso modo sovrano e naturale in cui dispone dei pezzi di stoffa e delle pietre da costruzione”, scrive Benjamin in un testo del 1924.

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Le illustrazioni salvano i libri ‘per bambini’ dall’ossessione pedagogica e dai santi intenti di edificare buoni cittadini in batteria scolastica: “C’è una cosa che salva persino le opere più antiquate, meno libere dal pregiudizio di quest’epoca: l’illustrazione. Quest’ultima sfuggiva al controllo delle teorie filantropiche, e gli artisti e i bambini si sono messi presto d’accordo alle spalle dei pedagogisti”. La letteratura, in effetti, non dovrebbe essere ‘per bambini’, ma per un unico bimbo, un tu-per-tu nella pappa del verbo – un tempo coltivai l’utopia di un singolo libro costruito con e per quel preciso piccolo uomo. Il linguaggio non va imparato, ma giocato; il vocabolario è mappa per evoluzioni e disarticolazioni, l’abbecedario serve a istigare un altro alfabeto ancora. “Quando inventano storie, i bambini sono registi che non si lasciano tarpare le ali dal ‘senso’. Basta scegliere quattro o cinque parole ben precise facendole poi combinare in una breve frase e si vedrà scaturire la prosa più inaspettata”. Benjamin pare Rimbaud, che alle vocali dava un colore, un odore, una percezione tattile (“Ecco che d’un tratto le parole si vestono in costume e – in un baleno – sono implicate in duelli, scene d’amore o baruffe”, è ancora Benjamin).

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“Con la malìa malinconica di chi, anche tra il vecchio, tra i fondi di magazzino, nelle cose fuori moda, nella miniera del dimenticato e dell’accantonato, cerca ed esplora rincorrendo con accanimento segni che possano offrire anticipazioni di un futuro liberato”: così Giulio Schiavoni parla dell’accanito collezionismo di Benjamin, dell’ossessione bibliofila. Ricorre nella mia testa perforata il carillon rimbaudiano, i suoi Deliri, “Mi piacevano le pitture idiote, sovrapporte, addobbi, tele di saltimbanchi, immagini popolari; letteratura fuori moda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle bisavole, racconti di fate, libri per bambini, vecchie opere, ritornelli semplici, ritmi ingenui”.

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“Di fronte al suo libro illustrato egli realizza la tecnica del perfetto taoista: domina la cortina illusoria della superficie, e tra tessuti colorati e quinte variopinte calca la scena dove vive la fiaba”.

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Capì, forse, che l’infanzia è un paradosso, che diventare adulti è tornare bambini, che crescere è un compromesso contrario che non si addice alle montagne, che il linguaggio delle foglie è un Canzoniere. Singer – ancora lui – diceva che “i bambini sono assai interessati alle cosiddette questioni eterne: chi ha creato il mondo? Chi ha fatto la Terra, il cielo, gli uomini, gli animali?… Quando ero piccolo facevo tutte quelle domande che poi ho ritrovato nelle opere di Platone, Aristotele, Spinoza, Leibniz, Hume, Kant e Schopenhauer. I bambini riflettono e si interrogano su questioni come la giustizia, il senso della vita, il perché del dolore”. Crescendo, è come se deviassimo dalle domande fondamentali, dando, ad esempio, il linguaggio per scontato, dato, dimesso. Non si resta bambini – è tutto il resto, semmai, che è il residuo del bambino futuro. (d.b.)