“Intangibili al gesto dell’angoscia”. Wallace Stevens, il poeta magico, nella versione di Renato Poggioli

Posted on Marzo 08, 2020, 8:46 am
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Wallace Stevens (1879-1955) è tra i grandi poeti di ogni tempo, d’ineffabile potenza: censimenti di cristallo che risuonano, con vigore d’alba. “Tutte le poesie” sono raccolte nel ‘Meridiano’ Mondadori curato da Massimo Bacigalupo, che con Stevens intrattiene un antico legame nel linguaggio (già nel 1986 traduce “Il mondo come meditazione”, per Guanda). Il grande poeta statunitense arriva in Italia nel 1954, tuttavia, tempestivamente tradotto da Renato Poggioli per Einaudi. Quella traduzione è particolarmente importante perché Poggioli allaccia uno strenuo rapporto epistolare con Stevens, dando forma all’impossibile: “Che Wallace Stevens sia quasi intraducibile, è realtà di cui è consapevole lo stesso poeta”. Fiorentino, Poggioli è noto come slavista: studiò il russo da autodidatta, era amico di Leone Traverso e di Tommaso Landolfi, tradusse Aleksandr Blok e Sergej Esenin, capì, tra i rari, il talento di Osip Mandel’stam, nel 1949 licenziò per Einaudi l’antologia “Fiore del verso russo”. Tuttavia, dal 1938 Poggioli era negli Stati Uniti, insegnò ad Harvard dagli anni Cinquanta. Secondo Cesare G. De Michelis, “Poggioli è stato il più rilevante studioso italiano di letteratura russa moderna del primo dopoguerra, ma anche un colto e raffinato critico letterario nonché studioso di letterature comparate. Trasferitosi negli USA, ha poi contribuito in maniera significativa alla maturazione della slavistica e della teoria della letteratura americana”. Riguardo alla traduzione di Stevens, scrisse che “La poetica della traduzione è quella della difficoltà da vincere, se non sempre vinta: cioè si tratta d’una follia, come direbbe Re Lear, che ha il proprio metodo”. E a proposito di Stevens: “Il senso cosmico di WS non è volgare o letterario paganismo. Come Leonardo, o se si vuole, come Cézanne, egli cerca non l’anima del mondo ma le virtù magiche e mitiche della natura: non la sua entelechia, ma il suo organismo”.

***

II

Perché darebbe ai morti il suo tesoro?
Divinità che vale, se venire
Non può che in sogni e in ombre silenziose?
Non troverà, o sole, nei tuoi agi,
In agri frutti e in ali d’oro verde,
Nei balsami e le grazie della terra,
Cose da amare quasi idea del cielo?
Vivere deve il dio dentro di lei:
In passioni di pioggia, ansie di neve,
Crucci di solitudine, trionfi
Di boschi in fiore, brividi notturni
Sulle vie rugiadose dell’autunno;
In pena e in gioia, ricordando il ramo
Verde d’estate ed arido d’inverno.
Tali son del suo cuore le misure.

*

VI

C’è vicenda di morte in paradiso?
Cade il frutto maturo? O sempre i rami
Pendono grevi nel sereno cielo
Che non muta, ma è simile alla terra,
Con fiumi come i nostri, sempre in ceca
D’introvabili mari e di marine
Intangibili al gesto dell’angoscia?
Perché piantare peri sulle sponde
Di quei fiumi, o odoriferi susini?
Portano ahimè lassù quei colori,
Veston la seta delle nostre sere,
E fan vibrare i nostri vani liuti!
Mistica madre di bellezza è morte,
Nel cui tepido grembo intravediamo
Le madri nostre in un’insonne attesa.

*

VII

Un mattino d’estate, agile e fiera,
Un’orgiastica ronda di creature
Canterà al sole inni di fedeltà:
Non un iddio, ma degno d’esser dio,
Nudo fra loro come una sorgiva.
Un cantico sarà di paradiso,
Scaturito dal sangue che risale
Al cielo: ed entrerà nell’inno il vento
Del lago di cui gode il loro sire,
Voci d’alberi angelici e di clivi,
Coro che in echi lunghi si riverberi.
E divina sarà la comunione
Dei morituri e del mattino estivo.
Dirà dove va l’uomo e donde viene
La rugiada cadente ai loro piedi.

Wallace Stevens

*Le poesie sono tratte da: Wallace Stevens, “Mattino domenicale e altre poesie”, a cura di Renato Poggioli, Einaudi 1954; 1988