“Chi vuole che legga questo libro? Mette il dito nella piaga della Chiesa”: una nota di Mons. Luigi Negri

Posted on Febbraio 15, 2018, 4:28 pm
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Ferrara, primavera del 2016. Davanti alla sede arcivescovile. Il cuore è un veliero che va dalla pianta dei piedi al labirinto della pappa cerebrale. La luce, a Ferrara, è come un diluvio di spade. Cosa ci faccio qui? Soprattutto. Perché questi edifici così magniloquenti, che sono l’anticamera di una condanna, perché quei finestroni, che sembrano l’epifania della colpa? Rewind. L’anno prima ho terminato un romanzo folle. Il romanzo, di fatto, è un saggio. Anzi, è il commento – doverosamente annotato e con debita, fantasmagorica, bibliografia – a una ritrovata – e del tutto fittizia – Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro. Nel libro si censiscono, in calce, alcuni testi letterari – di Ivan Bunin, Horacio Quiroga, Joseph Gries, Saint-John Perse e Milos Crnjanski – che citano, più o meno chiaramente, la fatidica lettera. L’intento del libro è ovvio. Mettere a confronto – anzi, in scontro – le due autorità del cristianesimo, ‘forzando’ quanto è testimoniato (realmente) negli Atti degli apostoli, capitolo 15: durante il concilio di Gerusalemme, tra Paolo – il convertito che non ha mai conosciuto Gesù – e Pietro – la ‘pietra’ che ha seguito Gesù fino a tradirlo, fino a essere tacciato ‘Satana’, ma su cui Gesù ha scelto di fondare la sua chiesa – si appiccò “una grande discussione”. Siamo nel golgota del momento drastico del cristianesimo nascente: esso avrà una dimensione intima, locale, dedicata alla memoria di Gesù (Pietro) o un valore universale, extragiudaico, vagabondo, dedito a divulgare la notizia che Cristo è risorto (Paolo)? Al di là degli scarni precedenti – Il quinto evangelio di Mario Pomilio, Mysterium iniquitatis di Sergio Quinzio – l’idea è quella, a livello letterario, di andare al di là della fiction, di passare dal realismo all’iperrealismo. Il documento finto – la lettera di Paolo a Pietro – è trattato come se fosse vero: il lettore, insomma, non sa più distinguere tra verità e finzione, e questa forse è la cosa basica che chiediamo a ogni opera letteraria. Ad ogni modo. Premessa. Non ho voglia delle chiacchiere degli scrittori. Non per snobismo. Ma per una questione, per così dire, pratica. Gli scrittori non leggono altro che se stessi – me compreso. Perciò, dell’ennesimo che mi dice quanto sono bravo a scrivere – sfottendomi o invidiandomi – non m’interessa. M’interessava, piuttosto, far esplodere il romanzo come un ‘caso’, come una cosa di cui parlare e sparlare. Fatta la conta dei maestri spirituali e dei bravi Cristi, ho pensato a Monsignor Luigi Negri, all’epoca Arcivescovo della diocesi di Ferrara-Comacchio, ora, da un anno esatto in qua, Arcivescovo emerito. Monsignor Negri mi è simpatico. Scontroso, provocatorio, spesso ostile alla crema dei cardinali vaticani, modestamente snobbato da chi pensa che il Vangelo serva per aiutare le vecchiette ad attraversare la strada o che sia lo scantinato della Caritas. No. Monsignor Negri – mi pareva, mi premeva – proclama il Cristo che porta il fuoco, la spada e impone la divisione, cioè la scelta radicale tra Lui e il mondo. Comunicai all’editore di allora l’intenzione di inviare il mio manoscritto a Monsignor Negri. Mi fucilò con gli occhi. Non se ne parla, mi dice. Io invece a Negri voglio parlare, per cui faccio da me. L’‘abboccamento’, come si dice, accade a Rimini, per gentilezza di Marco Ferrini, direttore della Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II per il Magistero Sociale della Chiesa. Lì per lì, Negri mi ascolta, dubita, esulta. “Ma certo”, fa, “il problema tra Paolo e Pietro è quello che attanaglia la Chiesa ancora oggi, lei vuole mettere il dito nella piaga…”. Ci sta. Vuole leggere il libro. Glielo invio. Qualche settimana dopo mi contatta il suo segretario particolare, dall’Arcivescovado di Ferrara. Fissiamo un incontro. Ecco perché quel giorno di due anni fa sono davanti al massiccio portone della sede dell’Arcivescovo, in una Ferrara che esplode di luce. Cosa ricordo? Gradoni. Stanze. Corridoi. Attesa. Timore. Mi chiamano. Negri è con il sodale segretario. Stanza sobria. Tavolino pieno di libri. Negri è affaticato ma pimpante. Parliamo del libro. “Ma chi vuole che legga un libro del genere, con tutto il rispetto? Mi pare troppo difficile…”. Silenzio. Qualche battuta sagace su persone note a entrambi. Poi. “Una sfida letteraria davvero alta. Certo, è ovvio, ne scriverò. Il problema della Chiesa è tutto qui. Non mi chieda una nota da fine letterato…”. Ma me ne frego dei fini letterati, gli dico, “…io farò ciò che posso. Una lettura morale, basata sulla storia della Chiesa. Le farò sapere”. Vado via. Felice. La nota arriva un paio di settimane dopo, ed è quella che ricalco qui sotto. Contestualmente, con Monsignor Negri, speculiamo su presentazioni a Milano, a Roma, a Rimini (“dove mi porterà a mangiare bene, d’accordo?”). Nel frattempo. L’editore con cui ho rapporti si ritira, chiude. Io resto con libro in mano e nota di Monsignor Negri. Nel frattempo. Chiude anche il quotidiano per cui lavoro, lasciandomi, letteralmente, con il sedere per terra. A chi può piacere un romanzo del genere? Forse la profezia di Monsignor Negri si sta realizzando. Spedisco a qualche editore importante. C’è chi non mi risponde – maleducazione cubica – chi risponde picche. Finché. Quel pazzo di Gianluca Barbera, sollecitato da quel bravo ragazzo – e lettore furibondo – di Andrea Caterini, non decide di metterci faccia e portafogli. Il libro esce. Per le edizioni Melville. Una settimana fa. S’intitola Pseudo-Paolo. Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro. La nota dell’ora Arcivescovo emerito resta per strada. La pubblico ora. Mica per autopromozione – tre libri venduti in più non mi cambiano la vita, e nel contratto specifico di pretendere il ‘privilegio della povertà’ – ma per aprire il problema, per imporre la questione. Un libro è sempre una stimmate. (d.b.)

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Nota di S. E. Mons. Luigi Negri

libro paoloÈ con qualche trepidazione, ma in modo positivo, che scrivo alcune righe di accompagnamento a questo testo che certamente è un fenomeno significativo di letteratura. Oltre le indubbie qualità letterarie, credo soprattutto che abbia il merito di riproporre una questione che la Chiesa si trova a fronteggiare in ogni momento della sua vita, e che nella sua lunga storia – cominciando proprio da Pietro e da Paolo – è riapparsa con protagonisti diversi ma sempre in questa sua sostanzialità. Questo libro ci ricorda che mentre Pietro, e una certa parte della Chiesa degli inizi, tendeva sostanzialmente a legarsi all’esperienza giudaica, certamente nel suo aspetto migliore, ma rischiando così di portare la Chiesa nascente al suo scioglimento nel giudaismo stesso, dall’altra Paolo richiamò vigorosamente a definire l’identità e il compito inderogabile della Chiesa: annunziare la redenzione in Cristo Gesù, presentandolo come l’unica possibilità di salvezza per l’uomo e per il mondo. Quindi la necessità di un’evangelizzazione a tutto campo, da cui sarebbero poi maturate tutte le conseguenza culturali, sociali e politiche. La Chiesa vive per annunziare Gesù Cristo e riproporre all’uomo di ogni tempo che solo in Lui c’è salvezza. Davide Brullo ha certamente avuto l’intelligenza di mettere a nudo una questione che ci travaglia anche in questo momento, perché se da un lato abbiamo la grande tradizione dell’evangelizzazione che segna in modo netto la storia della Chiesa, dall’altro si ripropone sempre la tentazione di accordarsi col mondo, per dirla con San Paolo. Così se apparentemente può sembrare che certe parti del mondo cattolico combattano il pensiero unico dominante, di fatto – come in ogni tempo – c’è chi si adopera, abbagliato dai miraggi mondani, ad una alleanza con esso. Io mi auguro che un volume come questo, là dove può essere valorizzato e capito, serva a riaprire un dibattito sulla natura e sulla missione della Chiesa che è quanto mai essenziale.

Luigi Negri

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa