Voi avete la natura dell’albero o la screziata avventatezza dei rapaci? Per Dio il paradosso è legge

Posted on giugno 18, 2018, 9:44 am
4 mins

La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

*

Dio agisce al contrario rispetto alla consuetudine umana, e in modo arbitrario. “Umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso,/ faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco” (Ez 17, 24); “il più piccolo dei semi che sono sulla terra… una volta che è stato seminato, cresce e diventa più grande di tutti gli erbaggi” (Mc 4, 31-32). Per Dio il paradosso è legge, l’innaturale è norma, Dio innalza l’umiliato e infligge il fallimento al re, orienta il balbuziente all’orazione. Il Dio di Ezechiele – quello del Primo Testamento, in genere – ha paura che la sua grandezza non svetti, di non essere riconosciuto come l’unico, lotta per la riconoscenza (sa, l’Egli, guardarsi allo specchio?): “sapranno tutti gli alberi della foresta/ che io sono il Potente” (Ez 17, 24). Nella liturgia dei semi, degli alberi e degli uccelli, ghiaccia gli sguardi la parabola di Marco. “Il regno di Dio” è l’uomo che getta per caso il seme “e dorme e veglia”, e “il seme germina e si sviluppa, senza che egli sappia come” (Mc 4, 26-27). L’insipienza del regno di Dio – che ammette la controparte del fato, il caos; il gemello sinistro della provvidenza – è affascinante. Ma a che pro la crescita, “senza che egli sappia”, lo sviluppo? Per permettere all’uomo (cioè al “regno”) di imbracciare la “falce, perché è l’ora del mietere” (Mc 4, 29). Il “regno di Dio” è la “falce”, l’albeggiare della fine, alcova di morte. Dio è morte, ecco il grande segreto – Dio fa la vita perché noi, per Lui, scegliamo la morte. L’epoca della morte, al cospetto del Dio che non consola ma costringe a volteggiare tra gli assurdi, coincide con il giudizio. “Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno secondo l’opera del corpo, bene o male” (2 Cor 5, 10). Paolo è ossessionato dal corpo: occorre pensare al corpo come al seme. Il cristiano-seme deve sbocciare dal corpo, sfasciare il corpo, e mutarsi in albero. “Diventerà un cedro sgargiante/ sotto di lui metteranno casa gli uccelli” (Ez 17, 23); “Fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono trovare casa alla sua ombra” (Mc 4, 32). Raffinare il corpo in albero: l’albero si radica nella tenebra, nelle interiora della terra, antro di bruchi e di pietre, per sfoggiare nella chioma, capace di ospitare gli uccelli del cielo. “A parer mio, la natura degli uccelli, se noi la consideriamo in certi modi, avanza di perfezione quelle degli altri animali”, scrive Giacomo Leopardi nell’Elogio degli uccelli. Si diventa alberi, per invidiare la statura degli uccelli che con il loro canto vincono le chiacchiere degli angeli. Sul tronco degli alberi la corteccia ha forma geroglifica, di parabola. Perché Gesù piega la propria parola in parabola? Le parole sono semi, germogliano tra i polmoni, perforano il cranio. Potenti come alberi, vaghe come uccelli, invadono. Gesù “parlava in parabole” (Mc 4, 34), è un seminatore di verbi, soffia nel vetro del vocabolario – le parole si snodano come radici e come pitoni. La parabola, per sua natura, genera il fraintendimento, “ma ai suoi discepoli in disparte spiegava tutte le cose” (Mc 4, 34). Dio giudica – e ha i prediletti – a noi resta scegliere la schiena del cedro, il torso del rapace. (d.b.)