Nuovo vocabolario del virus: “deserto”, “passeggiare”. Non sarà una passeggiata, cerchiamo di farne un privilegio, una rivoluzione spirituale

Posted on Marzo 16, 2020, 1:33 pm
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Deserto: Le città deserte, continuamente riprese dai tiggì più per sottile desiderio di apocalisse che per confortare l’obbligo – restare serrati in casa. Vuoti di umani, monumenti e mausolei sono una promessa mancata, una cosa che cade: un guaito d’erba, dilagando, avrà presto ragione di una statua laboriosamente istoriata per decretare una qualche vittoria, una deliziosa vanità. La sola patria di un monumento deserto di sguardi è l’espatrio, la rottura, la fine.

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Deserto è una parola affascinante: significa disabitato, vuol dire, soprattutto, abbandonato. Per geologia linguistica, deserto porta e disertare, che ‘in positivo’ è “devastare, guastare, distruggere”; nel lato d’ombra, però, è “abbandonare un luogo”, rifiutare di aderire a una norma, “abbandonare il corpo in cui si presta servizio militare”. Diserzione rima con codardia – piuttosto, nel nostro singolare deserto, dovremmo pensare verso che tipo di diserzione siamo responsabili.

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Dio coagula Israele nel deserto: entrambi sperimentano l’abbandono per lanciarsi nella promessa. In ogni caso, il deserto va passato, è un passaggio – e a noi è impedito perfino il passeggio. Uomini inadatti al deserto – la socialità per mezzo telematico ci rende massa o comunità, ci fa truppa o monastero? – abbiamo la primizia di fare deserto dentro – di passarci sopra. Il privilegio del deserto consente non tanto di svuotarci – cosa possediamo, poi, per esserne pieni? – ma di tornare nudi. Dopo il deserto, nulla sarà come prima. Non lasciamo che siano altri, altre cose, a desertificarci: incateniamo questi momenti come il cristallo, come l’unico.

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In ebraico deserto è midbar; dabar è parola – ma è anche l’atto, parola che consegna all’azione. La parola accade nel deserto, e sancisce un patto, un’alleanza, spicca come fuoco. Altrove, in città, non c’è parola ma chiasso, non verità ma suono. La parola è verificata da un gesto – da una scelta, reale e rituale. Il deserto è il luogo in cui la parola ha eco di Dio – nel luogo del rischio, del niente, l’invisibile parla e l’uomo reclama, accoglie, va.

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“Con pietà copre le rovine/ dal deserto trae il giardino”, dice Isaia (51, 3).

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I monaci scelgono il deserto, di accudire l’abbandono, di abbandonarsi all’altro.

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Anni fa, per bancarelle, ho preso un libro che si è rivelato ora. S’intitola L’eremo. Spiritualità del deserto, è scritto da “un monaco” – “In un momento in cui l’uomo cerca la pubblicità e le luci della ribalta, ecco un libro scritto da una persona che non vuole rivelare il suo nome” – è pubblicato nel 1974 dall’Editrice Queriniana, la traduzione e la cura sono di Enzo Bianchi. Il titolo originale del libro, pubblicato nel 1969 a Ginevra, da Claude Martingay, è L’ermitage. Spiritualité du desert. La copertina prima del libro è micidiale, completamente bianca – un deserto bianco, fare di sé un deserto, valicarsi, passarsi oltre, passare al di là di ogni passato. “L’entrata nel deserto è sempre un momento solenne. Lascia il mondo normale delle relazioni per l’ignoto della solitudine. Bisogna iniziare con distacchi, dolori, rinnegamenti. Questa universale e definitiva rottura con ciò che ci era più caro non si può compiere senza lacrime”. Queste sono le prime frasi del libro.

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Certo, questo è un deserto – è un digiuno – imposto. Ma a ogni atto va offerta l’adatta solennità. Ad esempio, il tempo. Abitudini, contatti, lavoro: ogni cosa subisce modifiche. Il tempo si modifica. Il giorno è scalfito. Dobbiamo costruire il nostro libro d’ore, facendo stagionare in altro modo mani, pensieri, ossa. Obbedire al tempo per salvarlo. Il monaco è paziente, ma feroce: “Di tutto questo splendore, le prime settimane di cella ti riveleranno soltanto poca cosa, forse nulla. Accetta umilmente di annoiarti e di girare in tondo… C’è ancora troppo tumulto nella tua immaginazione e nella tua sensibilità perché tu sia attratto dall’Invisibile”.

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Estraggo da L’eremo alcune frasi che pungolano, che stimolano all’addestramento:

“Troverai cara la solitudine, ma ne affronterai l’austerità”

“Difendi gli accessi al tuo deserto”

“Il deserto, per te, non è una cornice, è uno stato d’animo… Il deserto non consente i compromessi, obbliga brutalmente a scegliere: è la pista selvaggia, l’incessante cammino in avanti con il bagaglio più leggero possibile o la morte. Non offre né ammette nulla che diverta. Tu perderesti tutto; il dilettante ucciderebbe il contemplativo”

“Persevera, lavora, per riportare le tue facoltà all’unità, alla semplicità del silenzio”

“L’eremo non è una dimora stabile”

“La notte dà corpo al deserto smaterializzando le cose: esse, spoglie di colori e contorni, si dissolvono in uno strato azzurrognolo dove lo sguardo sprofonda”

“Fa tutto ciò che l’amore comanda”

“L’eremita, solitario, non è isolato. L’isolamento si definisce come mancanza assoluta di relazioni vitali con gli altri… L’isolamento è inumano: è una specie di dannazione”

“La cella è un ambiente unico nel suo genere… il suo carattere distintivo sta nel fatto che essa è tutto l’universo”

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Addestrati al deserto, attrezzando le case in cella e i legami in grazia, non usciremo più – avremo voltato vita – dovranno venirci a prendere: ma in quale costellazione saremo, quale nuovo mondo avremo colonizzato, allora? Già ora la nostra vertigine è più vasta di miriadi di biblioteche di Alessandria. Non più ‘fuga dal mondo’ ma conquista del mondo, il più vasto moto dello spirito dal IV secolo in qua. (d.b.)

*In copertina: Jacques Blanchard, “San Girolamo”, 1636