In memoria di Vittorio Strada, lo slavista che in Russia trovò l’amore e l’orrore. E conobbe Boris Pasternak

Posted on Maggio 01, 2020, 4:24 pm
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Capì tutto. Non subito, però. All’inizio c’era l’Eden dell’ideologia comunista c’era la Russia felix. 1957. Lui ha 28 anni, milanese, laurea su Aspetti del materialismo dialettico sovietico e ha ottenuto l’avallo di Antonio Banfi per il fatidico viaggio. Rotta: Marsiglia, Odessa, Mosca. In Russia Vittorio Strada trova due cose belle e una orrenda. Incontra Clara Janovic, siberiana, che sposerà l’anno dopo, nel 1958. E va a trovare il massimo scrittore russo del ’900. Boris Pasternak. Il titano era rimasto sorpreso dall’arguzia del giovane studioso. E lo invita a casa. In Russia, Vittorio Strada scoprì l’amore e la letteratura. E capì poco dopo, ma prima di tutti, che il regime sovietico poteva sopprimere entrambe le cose. L’amore e la letteratura.

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Quanto all’amore. Ai comunisti di Russia non andava a genio la verve dell’impavido slavista. Ostacolarono l’unione con Clara, non le permisero di trasferirsi in Italia. Strada contattò Togliatti, che mise la buona parola. Quanto alla letteratura. Al cospetto di Pasternak, Strada capisce che l’ideologia è veleno omicida. «Mi disse Pasternak che la pubblicazione del suo romanzo aveva incontrato ostacoli nel suo Paese», disse più volte Strada. Boris, viso scandito nel cristallo, occhi che perforano i millenni, non demorde. «A me che, sbalordito, lo fissavo, Pasternak mise una mano sulla spalla e disse con assoluta serenità: Vittorio, riferisca questo a Feltrinelli: gli dica che io voglio (e sottolineò questo voglio) che il mio libro esca a ogni costo». Esempi di quotidiana fermezza. Strada, che consiglia a Einaudi di pubblicare Il dottor Zivago e riceve i preziosi scritti autobiografici di Pasternak, ora capisce davvero tutto: «Confesso che pur credendo di avere una certa conoscenza della realtà sovietica, la mia ingenuità era allora tale che chiesi dove potevo far fotocopiare il dattiloscritto per leggerlo tranquillamente a casa! Ricordo che l’amico mi guardò come si guarda un pazzo».

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L’esito dei rapporti con il governo russo e con il Partito comunista è quasi ovvio. Strada frequenta persone non allineate e legge libri «eretici» (nel 1968 fu arrestato all’aeroporto di Mosca perché ha in tasca una lettera di Aleksandr Solzenicyn): nel ’77 l’Urss gli nega il visto d’ingresso; tre anni dopo lo studioso cestina la tessera del Pci. Slavista di platino in Einaudi, autore di testi decisivi come Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa o Le veglie della ragione, Strada ha focalizzato il suo sguardo sui legami tra politica ed estetica, sul rapporto tra Stato e scrittore, tra politburo e intelletto. Nella sua fondamentale Storia della letteratura russa (prima edita a Parigi da Fayard, poi da Einaudi), per primo, ancora una volta, Strada comprende che è il virus della Rivoluzione russa, fin dalla presa al potere di Lenin, a minare, a eliminare la libertà creativa dello scrittore. «La rivoluzione sociale, che aveva animato la letteratura russa, fu schiacciata da una rivoluzione politica regressiva, che tolse al Paese la sua libertà. Al di là delle vittime tra gli scrittori, la prima vittima letteraria fu la letteratura russa stessa», disse una volta. In effetti, i gesti compiuti consecutivamente da Lenin sono micidiali. Ricordiamoli: 7 novembre 1917, chiusura dei giornali «che avevano un atteggiamento critico nei confronti del potere»; 3 luglio 1918, chiusura della rivista dell’amico Maksim Gor’kij dove pubblicavano, tra gli altri, Anna Achmatova e Osip Mandel’stam perché, parola di Lenin, «ogni forma di pessimismo intellettuale è oltremodo nociva»; 1919: chiusura delle case editrici private e indipendenti a favore delle sole Edizioni di Stato, Gosizdat, con squisiti compiti censori.

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Al cospetto di Boris Pasternak, attraverso l’impeccabile curatela del ‘Meridiano’ Mondadori che ne raccoglie le Opere narrative (1994), Strada scopre qualche cosa in più. Registrando alcune parole del grande poeta («Il tormento degli artisti sarà adesso non il fatto di essere o no riconosciuti dai contemporanei o da un potere politico stagnante e ritardato bensì l’incapacità di staccarsi del tutto da concetti divenuti abitudinari, di dimenticare le consuetudini imposte, di spezzare la continuità») lo slavista che ha amato la Russia fino a dissezionarne il cuore, capisce l’ultimo segreto. Un regime può inchiodare la lingua del poeta al palato, può costringere lo scrittore ai lavori forzati, può mozzargli le dita. Ma se il poeta non si fa sottomettere dall’autocensura, guarderà sempre altrove, verso «uno spazio la cui integrità e purezza vanno comprese e riempite di comprensione». Povero. Mutilato. Invincibile. (d.b.)

*L’articolo è stato pubblicato in origine, leggermente modificato, su “il Giornale” del primo maggio 2018