“Sta accadendo che ha vinto la paura, il panico ha contagiato il Paese”. Vittorio Sgarbi dialoga con Andrea Di Consoli

Posted on Aprile 09, 2020, 10:02 am
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Vittorio Sgarbi si sta facendo in quattro per provare a convincere la politica a riaprire – ovviamente nel rispetto delle più avanzate norme di sicurezza – musei, palazzi d’arte, librerie. Perché intravede la catastrofe di un pezzo cospicuo della nostra economia, a partire proprio dal comparto culturale. Ma sta anche elaborando una frattura che si è consumata con parte degli italiani, che lo hanno accusato di essere stato eccessivamente superficiale sminuendo la portata dell’epidemia del Covid-19. Senza rinnegare le proprie posizioni ma accettando con umiltà di rappresentare una posizione minoritaria, Sgarbi ha deciso di analizzare su “Pangea” le ragioni di questa violenta frattura.

Vittorio, sei molto amato dagli italiani, ma questa volta hanno preteso il tuo silenzio. Ti sono piovute addosso valanghe di accuse e di insulti. Ti senti ferito?

Non hanno ferito le mie convinzioni, hanno ferito la mia presa di posizione. Hanno fatto una valutazione fenomenologica sulla singolare posizione che ho assunto e ne è scaturito un rifiuto generale. Sono abituato alle controversie e alle discussioni, ma in questo caso ho obiettivamente ottenuto un rifiuto generale, che mi ha fatto notare la potenza comunicativa del pensiero unico.

Forse non sei riuscito a far capire che non hai negato la pericolosità di questo virus, ma che hai lottato contro il sopravvento della paura che ha portato il Paese a bloccarsi e a entrare in una sorta di Stato d’eccezione paranoide.

Con alcuni virologi avevo condiviso una certa critica del terrore, e ho pensato di attenuare, finché è stato possibile, gli effetti del panico, del contagio della paura, che è un contagio molto più diffuso del coronavirus, perché il contagio della paura ha preso ormai almeno il 90% degli italiani. Quindi la reazione alla mia prima presa di posizione è stata solo controversa; poi, nei giorni successivi, la paura è diventata una certezza, e io a quel punto ho preso atto che stavamo entrando in una specie di buco nero. Da lì è successo di tutto: raccolta di firme contro di me, petizioni, denunce, diffide di virologi che pure, fino a qualche giorno prima, dicevano tutt’altro, e che io ho messo all’angolo facendo risentire le loro conferenze stampa, durante le quali facevano emergere la debolezza del virus, la sua fragilità, il suo essere poco più di un’influenza. Tutte cose che ritenevo giuste, anche perché prevedevo che il panico avrebbe fatto andare in tilt il sistema sanitario, cosa che poi è puntualmente avvenuta.

All’inizio alcuni virologi e infettivologi hanno minimizzato la pericolosità del Covid-19. Ma non sapremo mai se in seguito al dilagare del panico si siano autocensurati o se davvero non avevano compreso la pericolosità di questo coronavirus.

Gli insulti io li ho ricevuti non per colpa mia, ma per procura, perché avevo detto le cose che dicevano loro; insomma, sono stato insultato per interposta persona, anche se in realtà non avevo detto niente di più di quello che avevano detto alcuni virologi e alcuni infettivologi, che poi hanno cambiato idea non appena il panico è diventato maggioritario. A quel punto mi sono scusato, perché non avevo alcun titolo a prendere una posizione su una materia che non mi riguarda. Eppure non cambio opinione, continuo a non credere alla pandemia; basta confrontare i morti per polmoniti e influenze del trimestre dell’anno scorso con quelli di quest’anno. Ma ormai si è diffusa questa convinzione che ogni morte sia causata dal coronavirus, perché è questo il messaggio che passa nei bollettini che quotidianamente vengono diramati. È prevalsa questa linea, e io mi sono ritrovato al centro della tempesta, non potendo far altro che scusarmi e dire che mi ero attenuto a ciò che i virologi mi avevano detto in un primo momento. Tuttavia non ho potuto non accusare la responsabilità delle mie fonti, che si sono piegate alla vera epidemia in atto, quella del panico.

Cosa sta accadendo in Italia, Vittorio?

Sta accadendo che ha vinto la paura. Tanto da convincere gli italiani a non uscire più di casa, che io ritengo un’assoluta follia. Penso che sia una follia non poter camminare da soli in un bosco, in una strada isolata, in campagna, e penso che sia molto più sano andare a piedi da Roma a Fregene che stare chiusi per settimane in un piccolo appartamento o in carcere, dove il contagio si trasmette con grande facilità. Una cosa è evitare assembramenti e contatti stretti, altra cosa è portare un bambino per strada per fargli fare una passeggiata. Le persone si sono convinte che l’aria sia appestata. Tanto che siamo arrivati a dei veri e propri paradossi, come il caso di quel tizio che è stato multato perché è andato a comprare in biciletta tre bottiglie di vino, perché il vino non è considerato un bene necessario. Tutto questo rientra nella follia di quello che prima ho definito il contagio del panico, l’epidemia della paura.

Da qualche parte mi è capitato di scrivere che avere anche paura è sano, ma che avere solo paura è un baratro.    

Come dice Manzoni, il coraggio uno non se lo può dare, ma si ha il diritto di avere paura, si ha il diritto alla mancanza di coraggio, però tutto questo mi era sembrato ancora, intorno al 10 marzo, materia di discussione. Poi mi sono reso conto che la paura aveva reso il panico dominante, e a quel punto mi sono sentito messo all’angolo. Avevo ritenuto che ci fosse uno spazio che in realtà non c’era; uno spazio che io mi sono interdetto con le scuse, perché non c’era possibilità di ragionare in termini razionali nel momento in cui il panico era stato diffuso ope legis. La censura si è abbattuta su di me per primo perché io sono il più estremo nell’esprimere posizioni non ortodosse. Prendo atto che gli italiani hanno accettato in maniera passiva queste regole e che vivono tutt’ora nel panico, un panico dal quale usciranno ammaccati, pronti a rinunciare ai propri diritti, e questo è un allarme più per loro che per me, che comunque mi sono visto riconosciuta un’autorevolezza in ambito artistico, se è vero, come dice un sondaggio, che il 66 % degli italiani vorrebbe che io mi occupassi solo di arte senza occuparmi d’altro, e questo da un lato è sì confortante, però dall’altro è anche inquietante, come se io non avessi l’autorità morale per dire cose che non si devono dire. Addirittura qualcuno ha chiesto le mie dimissioni da Presidente del Mart di Rovereto solo perché ho detto che il contagio del coronavirus è meno grave di quello che è, come dimostreranno gli accertamenti sulle cause di morte degli infetti da coronavirus. Stanno stabilendo che le fake news non sono solo le notizie false ma anche le opinioni false, e questo per me è gravissimo. Chi può stabilire che un’opinione è falsa? Se io dico che passeggiare per strada a un metro di distanza non espone a nessun rischio, e che impedirlo è un atto assurdo, perché la mia opinione viene bastonata come si bastonano in India quelli che non rispettano la quarantena?

La psicologia degli italiani sembra quasi sottoposta a un inaspettato esperimento sociologico.

È stata manomessa la psicologia delle persone attraverso l’iniezione della convinzione della pericolosità assoluta del virus. Tutti parlano di mascherine, di guanti, ma nessuno dice niente sulle abitudini che abbiamo abbandonato a partire da dati imprecisi, tanto è vero che anche gli esperti hanno pochissime certezze. In Umbria su 870mila abitanti ci sono 1.289 contagiati e sono morte 50 persone. 50 morti significa che non c’è nessun’epidemia. Ovviamente diranno che sbaglio, e continueranno a imporre verità aprioristiche consacrate da decreti, da leggi e da commissioni. È un momento in cui prevalgono posizioni assolute, ed è evidente che gli italiani hanno accettato la limitazione delle loro libertà. Tra la salute e la libertà hanno scelto la salute, perché evidentemente la salute è più importante della libertà. E io che ho difeso la libertà ho infranto questo principio dominante.

Secondo te lo Stato d’eccezione per cause sanitarie potrebbe essere la prova generale di uno Stato d’eccezione più duraturo per reprimere l’inevitabile disordine sociale che potrebbe esplodere con l’acuirsi della crisi economica?

Su questo non posso dare elementi certi. Potremo valutare questo periodo come eccezionale, uscendone indenni, oppure con le reazioni immunitarie indebolite, e quindi essendo meno reattivi all’autoritarismo. Questo occorrerà vederlo in futuro. A un certo punto ci sarà una reazione, oppure una reazione non ci sarà, perché qui non si tratta di una reazione a persecuzioni che sono ritenute ingiustificate, ma di restrizioni condivise dalla maggioranza, infatti il virus della paura ha contagiato in tanti, e non si fa altro che dire “state a casa”, “non uscite”, “non fate niente”, e penso per esempio ai cantati e agli artisti che non hanno detto altro, ovviamente in buona fede. Io non posso andare a fare una passeggiata? “Stai a casa”, dicono. E io rispondo: “Perché? Altrimenti cosa succede?” Se io vado a fare una passeggiata e ho scelto di accettare una distanza dagli altri ragionevole perché è cautelativa, che cosa succede? Se nessuno esce nessuno incontra nessuno, poi però può capitare che uno è a casa e che a casa ci sia un malato che a sua volta trasmette la malattia a tutta la famiglia. Non è detto perciò che sia meno sano passeggiare da soli.

Quando hai capito che questa volta gli italiani non erano dalla tua parte?

Andando il 7 o l’8 marzo, prima della chiusura della Lombardia, a trovare una amica a Roma. Le ho suonato ma lei mi ha detto: “Preferisco che tu non salga, sono molto preoccupata”. Io ho fatto fatica a capire. Il suo messaggio era: ho paura che tu salga, per cui anche se ti voglio bene ho deciso di non ricevere nessuno. Di lì a poco tutti gli italiani hanno iniziato a comportarsi come lei.

Ho deciso di farti questa intervista anche come gesto di vicinanza umana e intellettuale. Trovo legittime le contestazioni, ma trovo inaccettabile qualsiasi forma di linciaggio mediatico. Sei un libero intellettuale con una storia importante che nessuno può permettersi di azzittire.   

È chiaro che io questa volta ho ricevuto una risposta molto negativa. Solo un’altra volta mi era capitato qualcosa di simile: quando, in piena Tangentopoli, attaccavo Antonio Di Pietro, che all’epoca era una specie di angelo della salvezza. Oggi tutti sanno i grandi limiti di Di Pietro, ma all’epoca avevo tutti contro. Quindi la conosco già, questa reazione. Ma effettivamente non mi capitava dal 1993 di avere una reazione così virulenta per una mia presa di posizione.

Andrea Di Consoli