Vita di Carlo Goldoni, un vero Don Giovanni. Fughe d’amore, debiti madornali, il matrimonio con la varicella, Parigi, la fine, misera. “Mi, senza astrazion, confesso el vero, no arrivo a dir un paternostro intero”

Posted on Maggio 04, 2020, 9:55 am
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C’è la statua di Minerva alle porte della città di Pavia. Leggenda vuole che non possa arrivare alla laurea quello studente che osi guardare la dea dritto negli occhi. La statua della moglie di Giove non esisteva all’epoca di Carlo Goldoni (è stata collocata qui a gennaio 1939, in pieno fascismo, l’opera di Francesco da Messina), ma il grande drammaturgo veneziano, il padre della riforma del teatro, non è comunque riuscito a conseguire la laurea allo storico ateneo pavese, in pieno Settecento. Carlo Goldoni, che per le donne aveva più di un debole (e non evitava certo di guardarle negli occhi), viene cacciato dalla città alla fine del suo terzo anno universitario, proprio per colpa delle donne. Pietra dello scandalo, com’è noto, Il colosso, la licenziosissima satira delle fanciulle pavesi, con tanto di nomi e cognomi (ma andata perduta per sempre insieme al disonore delle ragazze).

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Carlo Goldoni era stato ammesso anzitempo (il padre aveva barato sulla data di nascita) nell’austero Collegio Ghislieri di Pavia, nel 1723, grazie alla borsa di studio elargita dal marchese Pietro Goldoni Vidoni. Il rigore del severissimo Ghislieri – era imposto l’abito talare e persino la tonsura – mal si adattava al temperamento vaporoso e vivace del giovane drammaturgo, che non era certo uno stinco di santo, per sua stessa ammissione: “Mi, senza astrazion, confesso el vero, no arrivo a dir un paternostro intero”. L’interesse nutrito per il femminile (insieme a quello per il teatro) albergava già da tempo nel cuore del commediografo veneziano, che, uscendo dal collegio dei gesuiti di Perugia e poi dai domenicani di Rimini (da cui fugge salpando per Chioggia), aveva preso una bella cotta per un’attrice della compagnia capeggiata da Florindo de’ Maccheroni. Anche se poi, a distanza di tempo, la descrive schizzinosa e scorbutica (non facciamo forse anche noi lo stesso quando ripeschiamo, dall’archivio del passato, i nostri primi amori?).

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La sospirata laurea in giurisprudenza arriva per l’avvocato Goldoni nel 1731, a Padova, già nel bel mezzo di prove teatrali. E altrettante prove d’amore. Per fuggire da un’improvvida promessa di matrimonio, Carlo Goldoni scappa a Milano convinto di fare fortuna con Amalasunta, ma lo spettacolo si rivela un fiasco. Per assecondare il volere materno (Carlo Goldoni era molto affezionato a mamma Margherita Salvioni) e per la classica necessità di attaccare il cappello, il drammaturgo corteggia una signorina, di quindici anni più grande di lui, che vanta una ghiotta dote di ventimila scudi di dote ma, soprattutto, una fresca, avvenente e giovane nipote. Per conquistarne la mano, Goldoni si indebita fino al collo, salvo poi fuggire a gambe levate. Meglio ripiegare sugli studi di legge: tra il 1745 e il 1748 è avvocato a Pisa.

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La sua rivoluzione più riuscita è quella del teatro, che si compie, stracciando il canovaccio, nel genere comico, con La donna di garbo (1743) anche se già ha scritto Momolo cortesan (chiamato poi L’uomo di mondo). Nel 1748, scrive una delle sue commedie più note, Il servitore di due padroni. La vocazione teatrale ha il sopravvento, sul finire degli anni quaranta, quando Goldoni incontra il famoso capocomico Girolamo Medelbach, che gli propone di lavorare per il teatro veneziano di Sant’Angelo. Dopo i primi successi trionfali, la compagnia, all’indomani del carnevale 1750, sfiora la bancarotta. Il pubblico è “di cattivo umore” ma Goldoni non demorde, rilancia. Scrive nelle sue Memorie (prefazione e traduzione di E. Levi, Torino, Einaudi, 1993) “Sentendomi offeso dal cattivo umore del pubblico e avendo ancora la presunzione di valer qualche cosa, preparai il complimento di chiusura per la prima attrice facendole dire, in cattivi versi ma molto chiaramente e con molta sicurezza, che l’autore, che lavorava per lei e per i suoi colleghi, s’impegnava a dare nell’anno successivo sedici commedie nuove. La compagnia da una parte e il pubblico dall’altra mi diedero insieme una prova certa e molto lusinghiera della loro fiducia. Infatti i comici non esitarono a impegnarsi sulla mia parola, e otto giorni dopo tutti i palchi furono affittati per l’anno prossimo”. Proprio in questo fertile periodo nasce La locandiera, opera considerata inequivocabilmente il suo capolavoro. Nel 1753, Goldoni passa al teatro di San Luca di proprietà di Antonio e Francesco Vendramin, due nobili fratelli. Nonostante veleni e polemiche con altri commediografi, Goldoni scrive altri capolavori: Il campiello, Gl’innamorati, I rusteghi, La trilogia della villeggiatura, Sior Todero brontolon, Le baruffe chiozzotte e Una delle ultime sere di carnovale.

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Sensibile al fascino femminile e attento osservatore delle astuzie delle donne, sul finire dell’estate, il 23 agosto 1736, Carlo Goldoni ormai quasi trentenne porta all’altare Nicoletta, la figlia diciannovenne del notaio Agostino Connio. Non tanto bella, ma abbastanza “carina”, “assez jolie”, per usare il suo francesismo. “Nicolina”, donna saggia, onesta, charmante, come la definisce nelle sue Memorie. Genovese di origine e di fatto. Meglio oculata che bella, considerando il suo vizietto del gioco d’azzardo e le note disavventure con gli usurai. Il giorno delle nozze non è proprio un giorno da ricordare, perché, la sera, Carlo Goldoni si busca un febbrone e, la mattina dopo, in chiesa è costretto a rifugiarsi in sagrestia. Ma cosa gli è preso? Nel giorno del matrimonio si è manifestato, per la seconda volta, un attacco di varicella (gli era già successo a Rimini) e il suo viso non era proprio il massimo per un novello sposo. Infatti, autoironico, chiosa: “Non divenni perciò più brutto di quanto non fossi”. Della serie: addio luna di miele. La prima notte di nozze, si deduce, non è stata proprio focosa.

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Il teatro di San Samuele costringe Goldoni a lasciare presto Genova alla volta di Venezia dove la coppia di sposi abita vicino al ponte di Rialto “in una casa che mia madre ci aveva preparata”, troppo piccola per essere adatta a lui al suo temperamento. Dopo poco si trasferisce “in una delle case nuove del Degna, situata nella strada detta la Salizzada di San Lio”. Tra le sue mirabolanti avventure tra teatri, fughe, viaggi e amori, per scongiurare lo spettro dell’incipiente vecchiaia, si lascia sedurre dal fascino femminile di Parigi (aveva confidato, invano, in un vitalizio da parte dell’amministrazione dogale). Il congedo è deciso. Si parte. È la sera del 16 febbraio 1762: “Dopo questa mia ultima commedia, e dopo il congedo dal mio pubblico, non pensai che ai preparativi della partenza. Cominciai dalla sistemazione della mia famiglia. Poiché mia madre era morta, mia zia andò a vivere dai suoi parenti. Cedetti a mio fratello tutto ciò che avevamo di rendita, misi sua figlia in convento e decisi viceversa che mio nipote mi seguisse in Francia”. L’esperienza parigina si rivela, però, deludente per Goldoni come racconta all’amico Francesco Albergati, con parole inequivocabili: “Il gusto delle buone commedie in questo paese è finito. Fa pietà il Teatro moderno francese”.

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Il teatro d’oltralpe non regge il confronto con l’Italia. Ecco un altro passaggio illuminante, da un’altra lettera all’Albergati, risalente all’agosto 1763: “Non imparano le commedie scritte, quelle a soggetto non le sanno fare. Io faccio il mio dovere; s’essi non lo fanno, tanto peggio per loro. Alla fine di questo mese termina il mio primo anno a Parigi. Se il secondo non migliora, lo lascierò: de solo pane non vivit homo; la riputazione è l’alimento dei galantuomini e questa mi farà ritornare in Italia più presto”. Ma la Francia di quegli anni è anche terreno dei grandi intellettuali illuministi – Goldoni ha modo di conoscere Diderot, Rousseau e Voltaire – e patria di matrimoni regali: il veneziano scrive Le bourru bienfaisant in occasione delle nozze tra il Delfino di Francia e Maria Antonietta. La replica della Comédie Francaise ha luogo a Fontainebleau, davanti a Luigi XV, alle cui figlie Goldoni è chiamato a insegnare l’italiano, a Versailles. Stanno per addensarsi grosse nuvole scure nei cieli dorati dei reali di Francia. Il 6 febbraio 1793, Carlo Goldoni, poco prima di compiere il suo ottantaseiesimo compleanno, muore, ormai povero, cieco e privato del vitalizio. Una manciata di giorni prima, il 21 gennaio 1793, in piazza della Rivoluzione è stato ghigliottinato il re, Luigi XVI.

Linda Terziroli

*In copertina: foto di scena da “La Locandiera” di Goldoni secondo Walter Le Moli, per la Fondazione Teatro Due