“Tutto mi ha abbandonato, eccetto la certezza della tua bontà”. Gli ultimi giorni di Virginia Woolf

Posted on Luglio 14, 2020, 11:49 am
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Il 17 luglio del 1941 la Hogarth Press, la casa editrice fondata dai coniugi Woolf, pubblica l’ultimo libro di Virginia, “Between the Acts”. Virginia non era convinta del libro, “non credo che funzioni”; l’insicurezza era amplificata dal male, abissale. “Ho perso ogni controllo delle parole, non riesco a farci più niente. Non riesco a far sì che la mano smetta di tremare”, scrive, screziata. Nell’implacabile sistema mentale della Woolf, non scrivere significa morire, non dominare il verbo significa perdere ogni controllo sull’esistenza, vivere da spettri, da morti-in-vita. Aveva compiuto gli anni in gennaio, si era ‘regalata’, per così dire, una gita nella sua Londra, sfiancata dai bombardamenti. Una oscura certezza le faceva prevedere il crollo della città sotto il tacco nazista: “in un negozio bombardato in Chancery Lane compra della carta da lettere azzurre” (Nadia Fusini, nella “Cronologia” al ‘Meridiano’ Mondadori che raccoglie i “Romanzi” della Woolf), vede Dickens e Shakespeare in ogni ombra, e la loro agonia. Cosa se ne fa di quell’azzurro? Si sente sola, Virginia – Vita Sackville West “manda burro, lana, se Virginia è viva è grazie alla lana di Vita, con cui s’è fatta un maglione che la scalda” (Fusini). La vita a Rodmell, nell’East Sussex, dove è sfollata con il marito Leonard, la fiacca, e ne scrive all’amico Thomas S. Eliot. In un libro, legge una frase di Henry James che la colpisce, “non bisogna smettere mai di osservarsi qualunque cosa ci accada”; tende a interpretare questa frase con spietata ferocia. Virginia Woolf sceglie di morire il 28 marzo del 1941: è abulica ma decisa. Comincia a fare le pulizie con la donna di casa, Louie, di mattina. Poi molla tutto, esce di casa, “non le piaceva pulire e aveva deciso di fare un’altra cosa”, ricorda Louie. Virginia si muove verso le rive dell’Ouse. L’acqua è grigia, fredda, apparentemente placida. Si mette in tasca due pietre. Va. Chi la vede sott’acqua – pesci, alghe, le anime dei suicidi – pensa a una gabbia di luce. Qualche giorno prima aveva scritto al marito questa lettera.

*

[giovedì]

Carissimo,

sto nuovamente impazzendo, è una certezza. Sento che non riusciremo a superare un altro di quei momenti terribili. E questa volta non guarirò. Comincio a sentire le voci, e non riesco a concentrarmi. Quindi farò ciò che mi pare la cosa migliore. Tu mi hai dato tutta la felicità possibile. Tu sei stato, in ogni modo, tutto ciò che una persona può essere. Non credo si possa essere stati più felici di noi prima del sorgere di questa terribile malattia. Non posso lottare ancora. So che sto rovinando la tua vita, che senza di me potrebbe andare bene. E starai bene, lo so. Come vedi non riesco neanche a scrivere. Non riesco a leggere. Ciò che voglio dire è che tutta la felicità che ho avuto nella vita la devo a te.
Sei stato sempre paziente con me e incredibilmente buono. Voglio dire che – lo sanno tutti. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto mi ha abbandonato, eccetto la certezza della tua bontà. Non posso più continuare a rovinarti la vita.

Non credo che si possa essere più felici di quanto lo siamo stati noi.

V.

*da “Afterwords: Letters on the Death of Virginia Woolf”, a cura di Sybil Oldfield, Rutgers University Press, 2005; la traduzione è di Valentina Gambino