“Tutti facciamo finta di scrivere, in questa epoca in cui io posso essere quello che voglio, non quello che sono”. L’estate in cui sognai Luca Doninelli

Posted on Gennaio 11, 2020, 10:53 am
8 mins

L’estate scorsa ho sognato l’amico scrittore Luca Doninelli. Egli si trovava al mare e precisamente nel paese originario della mia famiglia, Minori, sulla Costa Amalfitana. Però la casa in cui viveva non era sua, l’aveva fittata per le vacanze, ed aveva una particolarità: era posta sotto il livello della strada, tant’è vero che io, entrando, vedevo i piedi delle persone che camminavano fuori dalla finestra.

Fuori c’era una luce prodigiosa, e c’erano le scale, le stradine di Minori, la polvere di Minori, i limoni della Costiera, ed erano tornate le palme sul lungomare, che non c’erano più da tempo, erano morte ammalandosi per via del punteruolo rosso, il coleottero malefico che le aveva fatte morire, mentre il punteruolo medesimo, lui, quel parassita asiatico, era morto.

E tutto questo si arricchiva della presenza di Luca Doninelli, o meglio del padre di Luca Doninelli, giacché scoprii ben presto che l’uomo che mi indicava la finestra alta e splendente, dove circolavano in pace i piedi degli abitanti e dei turisti, era il padre dello scrittore, ma trasfigurato in una sola carne, in una sola realtà incarnata di padre e figlio. “Da qui, tu puoi avere un nuovo punto di vista, un punto di vista diverso di Minori” disse lui. Io ero molto sorpreso che Luca Doninelli fosse lì a Minori, o che fosse presente il suo spirito, diciamo così, cioè il padre di Luca Doninelli, e che abitasse in una casa-vacanza sotto il livello del suolo, eccetera eccetera… Ero mirabilmente sorpreso e per giunta godevo di questo nuovo punto di vista, anche se a guardare bene non c’era niente di nuovo, niente di diverso, era sempre la solita Minori ma vista dal basso, dai piedi della gente che camminava per il paese. E comunque funzionava, mi bastava l’affermazione di avere un punto di vista nuovo e di poterlo vivere, metterlo in pratica come una cosa inedita, quasi una rivelazione per me, che io solo potevo conoscere, un vero e proprio segreto che migliorava la mia vita, la faceva diventare l’esistenza suprema di una specie di eletto, che finalmente ha raggiunto una vera comprensione, mettiamola così.

Questo era il mio stato d’animo. Senonché, appena mi giro scompare tutto, si sa come sono fatti i sogni. Scomparso Luca Doninelli, o meglio il padre di Luca Doninelli, non più reperibile né su cellulare né via email, scomparsa la casa sotterranea, il suo punto di vista privilegiato, e io resto solo ad aggirarmi per un paese che non riconosco più, non sembra nemmeno Minori, è un labirinto di vie oscure e inestricabili, in cui io non riesco a trovare l’orientamento. È la solita scena che si ripete nei miei sogni, di perdermi o di finire in alto mare, dalla terra giù nell’acqua profonda, e di guardare la riva da una distanza incolmabile, che rende irraggiungibile la terra. Come ci sono finito in mare non lo so. La Costa mi appare una striscia sottile, distante. Nuoto senza una meta, mentre la voce di prima, del padre di Luca Doninelli o dello stesso Luca Doninelli, giacché non vedo nessun volto ma mi giunge soltanto una voce che riprende a parlare: “Tutti facciamo finta di scrivere – dice –, in questa epoca in cui io posso essere quello che voglio, non quello che sono”. E nuotando pensai se potevo contenere tutto il mare dentro il mio corpo, nel mio povero e inconsistente organismo, ormai alla fine, e pensavo se potevo essere in grado di prosciugare l’intero Mediterraneo, la sua cultura, il suo dolore, nella luce verticale che lo stava trafiggendo dall’alto, e poi nella luce aerea del tramonto, che invade l’orizzonte, lo illumina e ferisce gli occhi, conduce alle lacrime, un pianto che non è il proprio, non è personale, è un pianto che arriva da tutti gli uomini che ammirano e amano la natura, di vivere una giornata di vero pianto e di trovare consolazione nella liberazione dello spirito, nonché delle ghiandole lacrimali, e avendole svuotate poter guardare la natura rigogliosa, liberata, manifestarsi nel suo spirito e nella sua luce, vedere com’è fatta finalmente, vedere com’è fatta: sposa nostra e infinita, crocifissa e risorta, pane quotidiano.

Allora, ritenendo che fosse finita per me, ebbi la visione di un elenco interminabile di telefonate a vuoto, i numeri di telefono presero a scorrere nella mia mente come su un display impazzito, stesso dicasi per le email che viravano sullo schermo del cielo a una velocità travolgente. È la mia stanchezza o la mia condizione di naufrago che mi fa vedere questo, o è un ente superiore che m’invia i suoi messaggi di morte? Sei morto, sei morto, sei morto, non sei nessuno…

Non so più niente, non so nemmeno se sono ancora io. Penso che è la fine, che non riuscirò a salvarmi, penso che morirò affogato e penso che nessuno troverà il mio corpo, come se non fossi mai esistito, tanto meno che qualcuno si ricorderà di me. E i miei pensieri si fanno sempre più incerti: ma insomma, non era Minori questa, il bel paesino ridente sulla Costiera, il paesino tranquillo? “No – dice ancora la voce –, non ti ricordi che da bambino guardando le targhe delle automobili, in viaggio sull’Autostrada del Sole, dicevi che MI stava per Minori? Ecco, si è avverata la tua fantasia. Quello che pensavi da bambino si è avverato, nessuno ti correggerà più, tu sei il profeta della nuova letteratura, il profeta della letteratura milanese, o meglio minorese, tu sei il più grande, tu sei l’unico”. E i due luoghi si fondevano uno nell’altro, Milano era un piccolo borgo e Minori era una metropoli, Milano era a sud e Minori schizzava in alto, a nord, come il mercurio in pressione, Milano era provinciale e Minori era d’élite, una città affacciata sull’Europa, Milano era povera e Minori era diventata ricca, a Milano faceva caldo e a Minori faceva un freddo cane, con nebbia e neve… Al colmo della confusione mi chiedevo dov’era la verità?, dov’era il nuovo corso?, il nuovo punto di vista?, dov’era finito?, dov’era il mio punto di vista che mi avrebbe aiutato a capire?

Infine ci fu un crescendo e di colpo mi svegliai, finì il mio sogno, sentii l’amata terra sotto di me, viva, contenta di riavermi recuperato (l’ennesima, ordinaria, risurrezione in vita).

Vincenzo Gambardella

*In copertina: “Gentiluomo con libro” (part.), attribuito a Giovanni Carlani, 1510 ca.