Viaggio in Bhutan, tra Buddha e iPhone, per capire se esiste davvero la Felicità Interna Lorda

Posted on Settembre 29, 2018, 12:55 pm
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Sulle ali del drago

Aeroporto di Bangkok, è notte fonda ma c’è il solito via vai ininterrotto e variopinto di viaggiatori del mondo intero. Tra la folla spicca una compatta macchia giallo-arancione: una ventina di monaci buddisti si scambiano selfies, parlano e scherzano ma solo tra di loro, noncuranti degli altri viaggiatori, un po’ distanti e immuni al contagio dei comuni mortali che non appartengono al loro modo di vivere e pensare. Vanno in Bhutan, in pellegrinaggio al “paese del drago tuonante” dove la Felicità Interna Lorda sostituisce il Prodotto Interno Lordo. Sembrano felici. Forse loro l’hanno già trovata la felicità. Il mio pellegrinaggio, invece, non è religioso ma razionale: cercherò di capire, almeno in parte, se la Felicità Interna Lorda, che sembra diventare sempre più importante nella politica del Bhutan, è una presa in giro per attirare i turisti molto radical-chic (fare turismo è molto caro qui), una via di mezzo tra uno scherzo e una divinità del buddismo, oppure un modo di condurre il paese verso lo sviluppo mediante precetti esoterici.

Bhutan

Atterrare in Bhutan… (il fotoservizio è di Manuela Tortora)

Il volo con Druk Air, Royal Bhutan Airlines – il cui motto sembra il titolo di una favola: «On the wings of the dragon» – procede monotono e noioso, interrotto ogni tanto dalla conversazione con la mia vicina, una signora bhutanese assai anziana, elegantissima, molto cortese e simpatica, che mi chiede in perfetto inglese lo scopo del mio viaggio. A un certo punto il finestrino, di colpo, si trasforma in un meraviglioso quadro dipinto con acquarelli. La bianca muraglia dell’Himalaya contrasta con l’azzurro purissimo del cielo. È una massa gigantesca, imponente, più alta dell’altitudine del volo. Si è alzata davanti a noi per sbarrare l’accesso al paese della felicità, che si è aperto ai turisti solo nel 1974, e con molte restrizioni. La magia del drago volante ci permette di fare un’impennata verso l’alto, sorpassare la muraglia bianca e iniziare lo slalom della lunga e tortuosa discesa prima dell’atterraggio, cioè quasi un’ora di curve corte e continue, sfiorando i fianchi verticali di montagne enormi, sorvolando, a quota sempre più bassa, un intreccio di strapiombi e foreste. Finalmente, subito dopo l’ultima virata, il drago passa a pochi metri al di sopra di alcuni tetti, si mette in posizione orizzontale ed ecco miracolosamente la pista di cemento, unica figura geometrica piatta e dritta in questo panorama di cime vertiginose, spuntoni di rocce e alberi disordinati. La frenata è energica perchè la pista è molto corta e finisce in un torrente.

Si tratta di uno degli aeroporti più impressionanti e più difficili al mondo. I piloti di Druk Air seguono un addestramento speciale per poter portare a terra il drago. La pilota, bhutanese, è una giovane donna. Al momento di scendere dall’aereo, la saluto con orgoglio femminile. Indossa la kira, il costume tradizionale delle donne (il gho è quello maschile), ma le sue capacità aeronautiche sono modernissime. Anche l’edificio dell’aeroporto sembra un tempio buddista uscito da una stampa orientale antica, ma è attrezzato con le ultime tecnologie.

La prima impressione è che non c’è soluzione di continuità fra tradizioni, religione e modernità: la felicità sta probabilmente là in mezzo. Sta tra i monaci buddisti che scendono dall’aereo felici e continuano a farsi selfies mentre vanno verso il bus che li porterà a meditare al monastero di Taktsang, detto “il nido della tigre”, vicino alle nuvole. La felicità sta anche sul sorriso della signora elegante e simpatica che viaggiava accanto a me. Mi hanno appena detto che è la regina madre. Son sicura che è piu’ felice della regina Elisabetta d’Inghilterra.

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Aprire le finestre ai venti globali ma senza esserne travolti

La mia prima felicità è quella di essere sulla terra ferma. La seconda è quella di arrivare intera in albergo, dopo un viaggio di due ore, in macchina stavolta, a velocità Schumacher, attraverso altre curve ingombrate di rudimentari veicoli a due ruote trainati da quattro zampe, e a destra e a sinistra precipizi il cui fondo è invisibile. La rete stradale è decisamente tradizionale, adatta ai carretti ma non alle macchine moderne, ma è vero che la scontrosa morfologia dell’Himalaya non lascia spazio a molti miglioramenti.

Mi interessa capire come fa il governo a usare, in pratica, nelle sue strategie di sviluppo economico e sociale, un concetto così poetico, utopico, come la felicità, e per giunta in un paese che è uscito da poco e molto lentamente dal suo isolamento dal resto del mondo. La globalizzazione, come il drago volante, ha ormai superato la barriera dell’Himalaya e sta trasformando tutto, specialmente le mentalità. Però, in Bhutan, si tratta di un processo di trasformazione posato e ben gestito da funzionari e politici seri, competenti, lucidi e coscienti del loro delicato compito : aprire le finestre della casa ai venti globali della modernità e della tecnologia, ma allo stesso tempo mantenere ben salde le fondamenta storiche e culturali del paese che sono una garanzia di stabilità. Come dire la quadratura del cerchio. Là dove sbattono la testa politici ed economisti del mondo intero almeno dagli anni 80. Là dove molte democrazie si sono indebolite – o addirittura sciolte – cercando di riconciliare progresso con uguaglianza, capitalismo con giustizia sociale. Là dove nasce, vive e cresce il problema politico piu’ importante dei nostri tempi, in tutte le latitudini del nostro pianeta.

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Felicità ? che roba è?

Noi sapienti e ricchi occidentali, verso gli anni Novanta siamo riusciti a capire che crescita economica (quella che si misura con il Prodotto Interno Lordo) non significa automaticamente progresso, nè sviluppo, nè benessere, tantomeno felicità. In Bhutan il concetto di Felicità Interna Lorda fu introdotto dal Re Jigme Singye Wangchuck nel 1972, cioè molto prima che alcuni economisti e i sociologi dell’evoluto mondo occidentale iniziassero a concepire una visione integrale di progresso, sviluppo e benessere, dove gli aspetti economici e non economici hanno la stessa importanza.

La Felicità Interna Lorda si misura mediante 33 indicatori che valutano la qualità della vita, la cultura, la conservazione dell’ambiente, il buon funzionamento delle istituzioni e il benessere psicologico, oltre ovviamente a salute e educazione. Si valuta la felicità individuale, cioè del singolo cittadino bhutanese, cosi’ come quella delle comunità locali e regionali. Contribuire alla Felicità Interna Lorda è il compito di ogni funzionario pubblico; lo stesso vale per ogni ministero o istituzione pubblica come parte delle sue responsabilità in materia di governanza.

Ma l’aspetto più importante della Felicità Interna Lorda è la relazione diretta tra, da una parte, i dati forniti dagli indicatori, e dall’altra il disegno e la messa in opera delle politiche corrispondenti a ogni area socio-economica, e a ogni segmento della popolazione (dal segmento dei «molto infelici» ai «felici»). Le politiche governative sono regolarmente analizzate, riviste e corrette sia al livello micro (anche i piccoli progetti per le infrastrutture locali) sia al livello macro (ad esempio, i negoziati per aderire all’ Organizzazione mondiale del commercio, uno dei pilastri della globalizzazione, sono in corso dal 2003 ma senza esito in vista finché il contributo di questa adesione alla felicità nazionale non possa essere chiarito e calcolato).

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…e come si fa ?

La prima linea del sito web del think tank incaricato della formulazione e valutazione della Felicità Interna Lorda annuncia che ”spiritualità ed empatia sono integrate nella governanza”. Forse è questa la formula magica della quadratura del circolo: la felicità è un cocktail di beni sia materiali che astratti, rigorosamente ben identificati e sempre aggiornati, e il modo per realizzarla è di governare combinando valori spirituali e culturali, capacità di comprendere lo stato d’animo e i bisogni dei cittadini, e azioni concrete con effetti pratici e misurabili. La tela di fondo è certamente d’ispirazione buddista, ma l’attuazione del concetto di felicità è pragmatica. Non solo hanno sostituito il Prodotto Interno Lordo con uno strumento di politica piu’ elaborato e complesso; hanno anche rinunciato alle ideologie. Qui non si discute di liberalismo, socialismo, o qualche altro ismo. Il dibattito è come gestire capitalismo e globalizzazione secondo la loro nozione di felicità.

ButhanIl cocktail di beni e obiettivi materiali e astratti è aromatizzato con onestà, serietà, umiltà e precisione. Ciò non si deduce dalla bella prosa del sito web, ma da quello che si vede e si impara lavorando con funzionari, imprenditori, esperti bhutanesi. Tra le centinaia di riunioni che ho avuto con ministri e funzionari di governo di tutte le latitudini, mi rimane impresso il livello e la disciplina delle riunioni con i bhutanesi. Sono affidabili, organizzati, esigenti, vogliono conoscere le esperienze del mondo intero, ragionano con lucidità sulle loro scelte, possibilità e risorse. Temono Cina, India e USA. Sanno che la metodologia della Felicità Interna Lorda, che li obbliga ad avere una visione d’insieme e di lunga scadenza del loro sviluppo, è più importante che la definizione del termine felicità. I migliori funzionari sono i più giovani, ben preparati, e parlano inglese perfettamente. Possibile che siano tutti in gamba, tutti onesti, tutti lavoratori? Ovviamente no, ma almeno tra quelli che prendono decisioni e hanno responsabilità importanti non ho mai incontrato incompetenti nè disonesti nè pigri.

Il Bhutan, pur essendo ancora uno dei paesi più poveri della Terra, dove la vita nei villaggi appesi ai fianchi delle montagne è molto difficile, dispone di vari elementi che, per ora, aiutano a quadrare il circolo: una popolazione ridotta (800.000 abitanti), una crescita economica sostenuta e notevole (il Prodotto Interno Lordo, misurato con i criteri che conosciamo, cresce al 5 – 6 % all’anno), risorse provenienti dall’esportazione di energia idroelettrica (in aumento) e dal turismo (molto selettivo e controllato), poche disuguaglianze sociali e una stabilità politica del regime monarchico-democratico basata su un solido consenso della popolazione. La difesa delle tradizioni non sembra affatto imposta. La famiglia reale è molto amata. Anche l’obbligo di indossare il costume tradizionale sembra ben accetto e indiscusso.

Può darsi che il buddismo – importantissimo per tutta la popolazione – sia un altro fattore positivo, non solo per mantenere la fede nella nozione di felicità, ma anche per mantenere un sano distacco dal materialismo che accompagna la globalizzazione. Ma basterà tutto ciò a preservare il paese del drago tuonante dai vizi della società di consumo ?

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Con il gho e l’iPhone : la sintesi della felicità bhutanese ?

Mi sveglio all’alba, tra un brivido e l’altro : impossibile dormire, il letto sembra un frigorifero. In piena montagna, il riscaldamento in quest’albergo antico e ancora poco globalizzato ha smesso di funzionare. Decido di fare un giro nel bosco che circonda l’albergo.

Come nelle favole, la nebbia si dirada, compaiono gli alberi e gli uccelli si svegliano, poco a poco. A pochi metri da me, sul sentiero che scende verso la valle, vedo avvicinarsi tre ragazzini, di circa 12- 14 anni, tutti con uno zainetto ultimo modello di marca occidentale sulle spalle, che stona un po’ con il loro gho tradizionale. Stanno andando a scuola. Chissà a che ora si sono messi in marcia, e quanti chilometri a piedi devono fare ogni giorno per arrivarci. Uno di loro ha in mano un iPhone (e io che ancora non ne ho uno !), ascolta musica. Non riesco a distinguere di che musica si tratta, sento solo un «tchik tchik, tchik tchik», ma ovviamente non è musica bhutanese. Forse Beyoncé ? Shakira? Il ragazzino con il gho e lo zainetto se ne intende piu’ di me, conosce le parole della canzone, canticchia e saltella al ritmo del tchik tchik. Sono sicura che è felice.

Sarà ancora felice tra 10, 20, 50 anni ? Lo spero.

Manuela Tortora

*Manuela Tortora ha ricoperto incarichi di alto livello, dal 1980 al 1999, presso l’Executive Board della World Bank di Washington D.C., ha avuto il ruolo di negoziatrice e diplomatica al Ministero degli affari esteri in Venezuela, è stata responsabile per le relazioni economiche in diversi luoghi dell’America Latina. Visiting professor presso diverse università del Latinoamerica, è stata “senior staff member” dal 1999 al 2014 presso il Segretariato delle Nazioni Unite. Un profilo specifico è consultabile qui.