Viaggio d’amore tra Ungheria e Finlandia: dialogo con Antonio Sciacovelli, il traduttore di Imre Kertész, Péter Esterházy e Sándor Márai

Posted on Dicembre 20, 2018, 7:20 am
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La vita è meravigliosa, già. Mi ricordo ancora l’impressione che mi fece, quindici anni fa, la lettura di Harmonia Cælestis, pubblicava Feltrinelli, lo aveva scritto uno scrittore ignoto alle mie orecchie, Péter Esterházy, straordinario ungherese. Quel libro è un’opera-mondo, un libro totale, come, per capirci, alcuni romanzi di García Márquez, Grande Sertão di João Guimarães Rosa o La morte di Virgilio. Insomma, è uno di quei libri ineludibili, ineffabili, che fanno apparire un mondo che prima non esisteva e che per questo durano per la vita. Quindici anni dopo quella lettura sono capitato all’Università di Turku e in quell’uomo, baffi ottocenteschi, eleganza e complicità meridionale, serietà nordica, non avrei mai pensato di scoprire il traduttore del libro che avevo amato molto. La vita è meravigliosa, in effetti. In effetti, devo dire che l’ho scoperto dopo. Lì per lì ci siamo scambiati un saluto rapido, cementati dal tardo ottobre finnico. Mi ha raccontato di essersi laureato a Napoli, poi si è perfezionato in Ungheria, dove ha insegnato a lungo, prima di ricongiungersi alla famiglia che ha formato – moglie e due figli –, un paio di anni fa, in Finlandia. Mi dicevo: ecco l’emblema della cultura italiana. Un professore che ama l’Italia, e porta per il mondo la cultura italiana. Ci vuole coraggio, pensavo; e una certa sana voglia di capire cosa si muove oltre i campanili italiani un po’ claustrofobici. Solo dopo, ripensando al nostro breve scambio di battute, ho scoperto che Antonio Donato Sciacovelli è il traduttore di quel libro fenomenale,  Harmonia Cælestis; ed è il traduttore del Premio Nobel ungherese, Imre Kertész – quest’anno, per Bompiani, sono pubblici i suoi diari con il titolo Lo spettatore – ed è uno dei protagonisti della resurrezione editoriale, per Adelphi, dello scrittore Sándor Márai – ha tradotto La sorella e Il sangue di san Gennaro – ormai un ‘classico’, e anche un piccolo ‘caso’ editoriale in Italia. Che bella storia: tra l’Ungheria e la Finlandia, a tradurre grandi libri per i (piccoli) lettori italiani. C’è forse un gesto culturale più nobile? Così, scavando nelle tasche del giaccone finlandese, ho trovato il contatto, ho scritto al professor Sciacovelli. (d.b.)

esterhazyLei ha tradotto i massimi autori ungheresi contemporanei, il Premio Nobel Imre Kertész e Péter Esterházy: che caratteristiche possiede quel tipo di scrittura, di narrazione, rispetto al resto d’Europa?

Esterházy si è affermato, come scrittore, ben prima di Kertész, sia in Ungheria che all’estero, per la sua prosa caleidoscopica, le sue sperimentazioni linguistiche audaci, che gli hanno attirato le simpatie dei lettori ungheresi in cerca di un autore che riuscisse a dare un risalto alla lingua letteraria, unendone le caratteristiche di diversi periodi, conservandone la complessità e la giocosità. La critica ha dimostrato di saperlo apprezzare e di promuoverlo anche all’estero, facendone uno scrittore di successo. La traduzione del suo romanzo più “maturo”, Harmonia Caelestis, a quattro mani con Giorgio Pressburger, è stato un incredibile cimento per un traduttore ancora in erba come mi sentivo a quel tempo, ma mi ha regalato momenti di grande stupore, in più di un caso rivelandomi la grande malleabilità della nostra lingua letteraria, che naturalmente non si apprezza soltanto leggendo, ma anche entrando nell’arena insidiosa della traduzione letteraria. Del tutto diversa la vicenda di Kertész, che ha invece incontrato ben presto dei pregiudizi, a lui avversi, legati alla politica culturale degli anni Settanta, continuando a scrivere in una sorta di sottovuoto in cui ben pochi conoscevano e apprezzavano le sue opere. La prosa di Kertész è sicuramente meno leggiadra e ricca di inventiva, rispetto a quella di Esterházy e della tradizione ”immaginifica” che parte da Gyula Krúdy, autore peraltro apprezzato dalla quasi totalità degli scrittori ungheresi del Novecento, passa per Dezső Kosztolányi e pian piano arriva fino alla seconda metà del Novecento, con propaggini nei decenni a noi contemporanei. A differenza di Esterházy, Kertész fu anche traduttore (dal tedesco) e soprattutto pubblicista (attività meno dominante, anche se presente, nell’opera di Esterházy): forse anche per questi trascorsi, la lingua autoriale dell’unico premio Nobel ungherese per la Letteratura appare ostica, a volte involuta, in realtà volutamente ”aspra”. Forse questo è uno dei motivi per cui anche in Italia Kertész non ha avuto una grande fortuna nelle vendite… Lo stesso scrittore, del resto, si considera “uno scrittore ungherese nella misura in cui si può considerare Kafka uno scrittore tedesco, o Spinoza un autore latino. Non è un’affermazione esistenziale, quindi sembra un’affermazione superflua. Eppure, la mia cosiddetta sorte di scrittore è stata determinata dal fatto che scrivo in lingua ungherese, e non tanto ponendomi di fronte all’orizzonte ungherese; la mia superfluità mi ha messo le ali, per raggiungere questi orizzonti, e man mano che mi ci avvicino, mi esaurisco, le parole mi mancano” (Lo spettatore. Annotazioni 1991-2001, traduzione di A.D. Sciacovelli, Bompiani, Milano 2018, pp. 38-39).

MaraiChe profilo è, invece, quello di Sándor Márai, che cosa la affascina di quella scrittura specifica?

Márai si considerò sempre l’erede della grande tradizione dei narratori dell’Ottocento europeo, trascorse la sua esistenza a leggere e scrivere, in diversi luoghi del mondo, dal secondo dopoguerra in esilio volontario, non soltanto dall’Ungheria, ma dalla stessa letteratura d’Ungheria, che durante il periodo socialista non soltanto lo ignorò, ma cercò, con successo, di cancellarne la memoria e l’opera. Infatti, Márai continuò a scrivere per i suoi lettori, in ungherese, senza far parte del circuito dell’editoria magiara (che, oltre che nella ”piccola” Ungheria mutilata dai trattati di pace seguiti alla prima guerra mondiale, era attiva anche in Transilvania, Slovacchia, Voivodina), creando un’opera che parla sostanzialmente del rapporto dell’uomo con la cultura (in senso lato) nei vari periodi di crisi che la storia ha attraversato. La sua prosa è scorrevole, piana, a volte presenta qualche arcaismo – mai causale, perché sicuramente riferimento a qualche grande “predecessore” –, ma non stupisce il lettore, che viene attratto anche dalla sua scrittura diaristica, una vera miniera di riflessioni e considerazioni in cui molti Ungheresi contemporanei ritrovano la “storia nascosta” degli anni del secondo conflitto mondiale e del periodo socialista.

Cosa significa insegnare in Ungheria? Che tipo di Ungheria ha lasciato e che fermento culturale ha vissuto?

Iniziamo con una breve anamnesi: ho studiato all’Orientale di Napoli e ho avuto la fortuna di studiare la lingua (e la cultura) ungherese anche in Ungheria, a Debrecen e a Budapest, proprio negli anni della transizione, dal 1988 al 1991. Una volta laureatomi nel 1992, ho fatto il servizio militare e un giorno dopo il congedo ero sul treno che mi portava in Ungheria. Da un lato sentivo la necessità di approfondire la mia formazione con un contatto quanto più stretto possibile con la lingua ungherese, dall’altro ho subito colto la possibilità di insegnare – come lettore a contratto – in un ateneo ungherese, dove ero stato chiamato come lettore madrelingua di italiano. Insegnare a giovani che avevano pressoché la mia stessa età, contando sull’esperienza di colleghi che ancora oggi ritengo dei “fratelli maggiori”, è stato un ottimo apprendistato, anche se sono convinto che si debba sempre pensare a come cambiare, rinnovare, sviluppare nuove forme di comunicazione con gli studenti, che oggi distano da me anche più di una generazione. All’epoca in cui ho iniziato a insegnare si lavorava a creare delle officine di ricerca, che avrebbero contribuito a fare dell’italianistica ungherese una vera e propria rete di studiosi impegnati non solo nella diffusione dell’insegnamento e delle attività scientifiche legate alla linguistica, alla storia della letteratura e della cultura italiane, ma anche alla collaborazione con altri ambiti disciplinari, e implicitamente a una maggiore corrispondenza tra letteratura ungherese e traduzione della stessa in italiano, tanto che non è un caso che molte persone impegnate nell’insegnamento universitario dell’italiano in Ungheria, figurino tra i traduttori delle opere di vari scrittori ungheresi del Novecento. Inoltre, in Ungheria ho discusso la mia tesi di dottorato, ho percorso le varie tappe della carriera accademica, da lettore madrelingua a ordinario, ho ricevuto incarichi di varia natura che mi hanno in parte distolto dalla ricerca scientifica, ma che mi hanno aperto la realtà – non facile e spesso dolorosa – del governo delle istituzioni accademiche. Dopo una storia di grandi entusiasmi e notevoli successi nel periodo dal 1991 al 2006 (anno in cui in Ungheria è stata riformata l’istruzione accademica, con l’introduzione del cosiddetto 3+2), il profilo principale dell’italianistica dell’ateneo in cui insegnavo, la formazione di insegnanti di lingua e letteratura italiana, non è riuscito a convertirsi nel profilo generico che la nuova situazione ci imponeva; inoltre la riduzione, nell’ambito delle formazioni umanistiche in genere, del numero di studenti i cui studi vengono finanziati dal governo, e quindi non devono pagare tasse universitarie, ha portato a una crisi diffusa del nostro settore. Più in generale esistono ancora dei Dipartimenti, in Ungheria, che possono contare su un numero sufficiente di studenti (soprattutto le due università di Budapest, la statale ELTE e la Cattolica PPKE, poi Szeged e Debrecen, molto poco so di Pécs), una buona rete di insegnanti nelle scuole, che naturalmente costituiscono i naturali alleati per la formazione di futuri studenti, non particolarmente motivati (dalle famiglie, dall’opinione pubblica) alla formazione di tipo umanistico. La ricerca scientifica e l’alta divulgazione sono ancora di alto livello, ma bisognerà prima o poi fare i conti con l’età: la generazione a noi precedente è già andata in pensione o sta per arrivare a questo traguardo, persino la nostra ha ormai gli anni contati, e sinceramente gli attuali standard di emolumenti per chi lavora nelle istituzioni accademiche ungheresi non garantiscono un ricambio salutare, anche considerando la sempre maggiore distanza dagli standard verificabili in altri Paesi, siano essi europei o extraeuropei. Insomma, la situazione è tragica, ma non drammatica…

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Antonio Donato Sciacovelli ha tradotto per Feltrinelli, Bompiani e Adelphi i grandi scrittori ungheresi; adesso insegna in Finlandia, all’Università di Turku

Ora insegna in Finlandia, a Turku: perché questa scelta? Che tipo di vigore culturale e letterario c’è in Finlandia, oggi?

Già nel 1998 concorsi all’incarico di lettore di italiano bandito dall’Università di Helsinki: nonostante avessi superato la sessione preliminare, non potei presentarmi a concludere il concorso perché il giorno in cui avrei dovuto tenere la lezione per la seconda fase, nacque nostra figlia, in Finlandia, ma a centinaia di chilometri dalla capitale… La nostra famiglia è per metà finlandese, per metà italiana, i figli sono nati ambedue in Finlandia, ma hanno iniziato a frequentare le scuole in Ungheria, dove lavorava anche mia moglie: a un certo punto della nostra vita, si è imposto il navigare necesse est (che detto dall’Ungheria non sembra così credibile come dalla Finlandia o dall’Italia), prima si sono trasferiti mia moglie (che insegna all’Università di Tampere) e i nostri figli, poi dal 2016 mi sono ricongiunto al nucleo familiare, dopo cinque anni di pendolarismo tra Ungheria e Finlandia… Al di là delle questioni personali, familiari, si era creata nel mio profilo accademico in Ungheria una strana situazione: insegnavo sempre di meno, anche se per anni ho avuto corsi in tre differenti atenei, impiegando gran parte del mio tempo (quel tempo che avrei dovuto santificare alla ricerca) in questioni amministrative, riunioni, sedute di senato accademico, incontri con responsabili ministeriali, compilazione di documenti statistici. Quando ho saputo di essere stato scelto per l’incarico a Turku, avevo ricevuto una richiesta per un incarico simile in un ateneo italiano, e avevo appena rifiutato una cattedra in un’altra università ungherese: la scelta è stata dunque motivata anche dalla volontà di conoscere un ambiente di lavoro che mi ha sempre attirato e che soprattutto sapevo avrebbe da me esatto un costante impegno soprattutto nell’insegnamento e nella ricerca, escludendo grandi moli di lavoro burocratico. La Finlandia, che conosco molto meno dell’Ungheria dal punto di vista della sua attuale situazione culturale e specificamente letteraria, ha oggi alcuni scrittori affermati anche all’estero, come Sofi Oksanen, Kari Hotakainen, Emmi Itäranta, Tuomas Kyrö, Rosa Liksom, senza dimenticare Arto Paasilinna, recentemente scomparso, la già nota da tempo Leena Lander e lo scrittore di lingua svedese Kjell Westö. Ho letto con grande interesse tutte le opere di questi autori (partendo da quelle di Waltari, una sorta di apripista) disponibili in traduzione (italiana, francese, spagnola, ungherese) e posso dire di preferire tra tutti loro Hotakainen, un poeta che è diventato il narratore più attento della realtà finlandese odierna. Probabilmente la cultura finlandese è nell’immaginario di molti ben più legata al design, all’architettura, alla letteratura per l’infanzia, al cinema di Kaurismäki, alla musica heavy metal: se a tutto questo aggiungiamo la passione smisurata dei Finlandesi per la natura, possiamo avere un’idea di quello che questa terra può dare al mondo.

Bisogna avere una predisposizione particolare per insegnare altrove, al di là dell’Italia? Non è morso dalla nostalgia, a volte?

Spero di non essere considerate banale se ricordo quanto radicati siano in noi Italiani il senso della scoperta e una sorta di predisposizione genetica all’emigrazione: nella mia famiglia di provenienza ormai non si contano più gli emigrati, soprattutto nel periodo del cosiddetto boom economico, alcuni dei quali sono tornati per vedere figli o nipoti andar via con i loro stessi sogni (e bisogni). Nel corso di questi ultimi venticinque anni ho incontrato molti colleghi che, come me, sono partiti per insegnare, con o senza esperienze precedenti in Italia, e so che tanti di loro lo hanno fatto proprio per sentirsi realizzati, come insegnanti e diffusori della cultura italiana, lontano dalle dinamiche concorsuali italiane: all’estero, chi non giunge con incarico ministeriale, viene assunto per chiamata diretta o per concorso, scelto da chi dirige un istituto, un dipartimento, che quindi sa di chi e di cosa ha bisogno per la struttura che gestisce, per i corsi frequentati da studenti che con sempre maggiore costanza si devono “attirare” nell’orbita degli studi umanistici (e in particolare dell’italianistica) che non godono di grandi simpatie da parte della classe politica della gran parte dei Paesi europei. La nostalgia, ai giorni nostri, quando basta andare su un sito web per acquistare un biglietto aereo e tutte le distanze che un tempo ci sembravano immense, si sono ridotte, si fa sentire molto meno, anzi penso di non essere il solo a considerare l’Italia una terra in cui mi fa molto piacere soggiornare da “turista”, senza dovermi sobbarcare gli aspetti problematici che sono sotto gli occhi di tutti. Questo naturalmente non significa non dover vivere altri problemi che esistono nei Paesi in cui viviamo noi docenti di italiano all’estero.

lo spettatoreCosa legge? Le interessa la letteratura italiana contemporanea, la poesia? Come si ‘legge’ la cultura italiana di oggi dal suo osservatorio, dall’estero?

Con questa risposta potrei integrare quella precedente: ormai anche dal punto di vista dell’approvvigionamento librario non ci sono più le grandi distanze, le grandi mancanze che ancora vent’anni fa si sentivano. Il mercato dei libri in formato elettronico ci offre possibilità sinora inimmaginabili, anche se l’abbondanza rischia di far calare il desiderio che un tempo si aveva del libro tanto cercato, che occupava uno spazio fisico e non soltanto qualche chilobite nel leggero strumento di lettura elettronica. La gran parte del mio tempo (sia quello dedicato alla ricerca e all’insegnamento, che quello libero) è necessariamente dedicata alla lettura di letteratura secondaria: monografie, atti di convegni, articoli, saggi, commenti a testi letterari. Il tempo per “leggere” è quello del viaggio, dei fine settimana, oppure di quelle mezze giornate estive che in Finlandia, data la lunga esposizione solare, durano davvero quanto la metà di un giorno e sono ottime per dimenticare gli occhi sulle pagine di un romanzo. Confesso di non leggere la poesia degli ultimi decenni, di preferire la (ri)lettura della poesia dal Trecento alla metà del Novecento, forse perché sono arrivato all’età in cui mi sembra di cogliere meglio alcune atmosfere, alcune immagini profonde, che vent’anni fa non avvertivo. La mia attenzione alla traduzione mi ha avvicinato anche alla complessa realtà di chi traduce la poesia (qui parlo soprattutto nell’ambito italiano-ungherese), cosa che mi spinge a leggere su un doppio binario linguistico autori che mi si rivelano in altre identità. Per quanto riguarda la narrativa, il romanzo contemporaneo italiano ed europeo, cerco di leggere gli autori che pubblicano per le case editrici maggiori, anche se sono conscio del fatto che in questo modo mi perdo grandi scoperte, che forse potrei esperire se facessi parte di una determinata realtà (regionale, cittadina) italiana: se vogliamo, questo è uno dei limiti di chi vive all’estero, risentire delle dinamiche degli attori principali del mercato librario, quindi riferirsi ai classici, ai “poeti laureati”, nella fattispecie agli scrittori che entrano nelle fasi finali dei vari premi letterari o che vengono recensiti nelle riviste letterarie. La cultura italiana, in senso lato, è naturalmente legata, all’estero, anche (soprattutto?) ad altre arti che non siano la letteratura: al cinema, alle arti figurative, alla musica. Poiché mi sono sempre trovato, sia in Ungheria che in Finlandia, ma anche in altri Paesi europei, circondato da persone (amici, colleghi, studenti, conoscenti anche occasionali) che non soltanto sono interessate all’arte, ma la conoscono, addirittura la praticano (parlo di scrittori, musicisti, scultori, pittori, etc.) o desiderano conoscerla profondamente, posso testimoniare un immenso interesse nei confronti della nostra cultura, che spesso conduce all’apprendimento della nostra lingua, in maniera più o meno programmatica e regolare.

*In copertina una fotografia ritrae Péter Esterházy