“I veri scrittori dicono verità scomode, anche a costo di venire fustigati dalla critica o esiliati dell’establishment letterario”. Un ritratto di Veronica Tomassini, tra Pratolini, Orwell e Robert Capa

Posted on Aprile 12, 2019, 11:36 am
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Ci sono due tipi di scrittori. Quelli per i quali la scrittura non è che un mestiere. Mezzo e non fine (sono la stragrande maggioranza). E quelli per i quali la scrittura è una seconda pelle, la vita stessa. Veronica Tomassini rientra in questa seconda categoria. Solo a questa categoria appartengono gli scrittori con la maiuscola. Veronica Tomassini ha uno sguardo che denuda. Uno sguardo che, prima di dirigersi sulle cose, si è spogliato del superfluo, pur conservando accenti visionari e lirici. “Realizzo con smarrimento che sopravviviamo. Sopravviviamo. Eccetto Massimo. Veniva a sedersi sotto l’ombra del sicomoro, mi aspettava. Lo raggiungevo. Lui prendeva la mia mano. Stavamo così a guardare laggiù in fondo verso la fine delle cose sbagliate. Ci sembrò di vedere una luce, un guizzo, un presagio benevolo che ci rimettesse tutte le colpe. Ne avevamo?”. “Eravamo tutti cattivi maestri, l’un per l’altro. Non avevamo esempi da mostrare come medaglie al petto, volontà, sacrificio. No niente. Eravamo bordaglia”. “Non c’era amore, dovevo incontrarlo ancora, o lo pretendevo negli inferni sbagliati. Gli altri avevano solo fretta di farcela, di beccare il tipo con la roba buona, di svegliarsi dopo, di non prendere il male, scambiandosi le siringhe. Io non mi bucavo”. Come si vede il suo non è uno stile glamour, ma uno stile fatto per scuotere, per aprire nuovi sguardi, la cui materia sono l’abisso, le fiamme, il caos.

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“Se le tue foto non sono abbastanza buone, significa non sei abbastanza vicino”. Questa celebre frase di Robert Capa, grande fotografo di guerra dagli anni Trenta ai Cinquanta, descrive perfettamente l’approccio della Tomassini con la materia incandescente del suo narrare e coi suoi personaggi. Del resto, come lei stessa ammette, nei suoi romanzi trovano posto solo “pezzi di vita”. Sembra esserci in lei una febbre, un desiderio bruciante di stare vicino agli umili (come fu per Pratolini, da lei inseguito, e per l’Orwell di Senza un soldo a Parigi e Londra e La strada di Wigan Pier, che sperimenta tutto ciò che scrive sulla sua pelle). Mazzarrona, il suo nuovo romanzo uscito a febbraio per Miraggi Edizioni, per un po’ candidato allo Strega, è ambientato nell’omonimo quartiere periferico di Siracusa (simbolo di tutte le periferie del mondo) durante gli anni Ottanta-Novanta, tra tossici, emarginati, “creature esangui”, in un contesto di avvilente degrado. Al centro della narrazione una liceale innamorata di un tossicodipendente, Massimo, la cui saliva sa di metallo a causa dell’eroina, e la gioventù bruciata che vi ruota attorno (Romina, l’amica “che sa fare a botte”; Mary dalle “grandi tette”, che “tentava spesso il suicidio ma andava in giro vestita come una dea”; Stefy, “bruttina, ma ricca da fare schifo”; Andrea, detto “u cavalere, il cavaliere”, ma che “non aveva niente nei modi che fosse cortese, niente di delicato nelle sue fattezze di uomo mal riuscito”). Tra siringhe e braccia bucate, campagne spettrali, arrogante cementificazione, cumuli di lamiere e tetti di amianto, soli neri e implacabili, vaghi scorci marini frananti sulle rocce e su cui si affacciano scheletri industriali, cespugli di ginestre, cardi e rovi pieni di spine, puzza di fogna, relitti urbani disseminati ovunque, assenze senza nome, la presenza costante della morte e le canzoni di Tanita Tikaram e degli Smith sullo sfondo, il romanzo procede con una naturalezza e una crudezza ammantata di umanità che fanno della Tomassini una scrittrice dallo sguardo peculiare.

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Le tematiche sono prossime a quelle dei suoi libri precedenti, Sangue di cane (Laurana), caso editoriale del 2010, Christiane deve morire (Gaffi 2014) e L’altro addio, edito nel 2017 da Marsilio. La stampa, solitamente, va a nozze coi romanzi che si occupano di tematiche legate all’emarginazione, preoccupandosi poco del valore letterario. Così facendo, nel caso della Tomassini si incorrerebbe in un equivoco: qui il tema è importante, ma non come si vorrebbe far credere. Il valore dei suoi libri dipende da altro. Nel caso di Mazzarrona il valore sta ancora una volta nello sguardo dell’autrice, nella lingua, vera fiamma della storia. Quando parliamo della Tomassini, finché non facciamo riferimento alla scrittura ancora non abbiamo detto nulla. Perché è quella a tenere insieme i pezzi e a fare dei suoi romanzi vera arte. Le sue paiono pagine scritte con la carne, nascondendo gli occhi lucidi. Quella della Tomassini è una scrittura che, mentre sgorga, consuma il corpo da cui promana. I veri scrittori dicono verità scomode, anche a costo di venire fustigati dalla critica o esiliati dell’establishment letterario. Questo è ciò che fa la Tomassini, raccontando storie del sottosuolo senza moralismi né secondi fini. È lei stessa a dichiararlo: “Mi annoia solo l’idea di un romanzo da denuncia sociale. Qualcosa da tessera di partito, inefficace, inutile come una posa. Soltanto racconto (non mi importa delle intenzioni, agiscono per i fatti loro, non le riconosco), poi io stessa divento simbolo di qualcosa magari. Quella che scrive di periferie o di ubriaconi, vagabondi, disadattati. Senza pietismo, però, per carità. Lo faccio e basta. Il resto mi annoia. La noia è un problema. Ho vissuto così”.

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Pietismo dunque no, pietà sì: “Il mio sguardo è compassionevole anche quando è feroce, serve alla scrittura, il dolore laconico, l’ho imparato dai nostri maestri russi”. Non dimentichiamo chi è la Tomassini: una che crede ancora, nonostante tutto, nella centralità, anzi nel primato della letteratura. Chi resta nella storia sono Dante, Shakespeare, Virginia Woolf; molto meno re, politici e uomini d’affari. Una che alla letteratura si è dedicata anima e corpo, camminando sull’orlo dell’abisso. Una, potete starne certi, che non le manda mai a dire: “La cultura italiana? Consolatoria, normalizzante, timorosa del pensiero, più che altro di non trovarlo più, impallato in ragionamenti da editor imberbi che vorrebbero rendere democratica l’eccellenza. La democratizzazione del talento è già in corso da un pezzo, è il grande male, può darsi”. Ecco perché nei suoi libri non troverete imbrogli né mezzucci. Niente giochetti nella sua scrittura, nelle sue storie. Ma una dedizione totale a ciò che racconta, ai suoi personaggi, che sono sempre così vivi da poterli quasi toccare. Per quanto mi riguarda la Tomassini potrebbe anche scrivere guide di viaggio o libri di cucina. Li leggerei con lo stesso interesse, anche solo per il piacere di assaporare quella sua lingua straniante, frutto di uno degli spiriti più liberi che vi siano in circolazione. Ecco perché vi consiglio di leggere tutti i suoi libri. Ne uscirete rinati. Intanto cominciate con questo: Mazzarrona. Buona lettura.

Gianluca Barbera

*In copertina: Veronica Tomassini dialoga del suo libro con Marco Travaglio