“Mentre tutto vaga verso il giudizio dell’oceano e la dissoluzione, ti custodirò”: lettera di Nathan dal Mar Glaciale Artico

Posted on Giugno 09, 2019, 8:28 am
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“Senza gestire l’ignoto” è il progetto letterario un po’ folle che abbiamo condiviso per molti mesi su questo foglio elettronico io e Veronica Tomassini. Alle lettere tra Vera e Nathan sono seguiti i frammenti da un fittizio “Diario di Davide” e le “Pagine” della Tomassini. Con questa lettera, che fonde i due momenti letterari, il ciclo giunge alla sua norma definitiva.

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Forse sono state le pietre, precise come un urlo, a separarci: indubbiamente nella genesi redatta dalla luce, in quel ciclico ambire al mondo, al mondano, non eravamo catalogati. Noi abbiamo serpeggiato lungo i muri, con baci simili a uno strappo dove il corpo, è raccontato, può diventare acqua e il canneto ha duplice istinto: all’oasi e alla palude, all’eden e al disastro. Come sempre, dai Greci agli evangelici, un corpo è offerto come cibo, non siamo altro che cibo – in forma d’acqua, di carne. Ho trovato questa lettera di Nathan. Gli eri affezionato, forse. Penso che il tema di fondo sia la scelta tra sperperare e custodire: penso che il compito sia lo sperpero, il massacro. Ma io sono un codardo, arguisco al monastero, scrivo per glorificare la vigliaccheria, lapido con le parole l’amare. Davide.

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…non fu sufficiente una parentela, drenata a colpi d’ambizione e di menzogna, per costringerci al fatto innaturale dell’unione. Non siamo sconfitti finché ci cercheremo, mi dico – i bambini, qui, giocano lanciandosi il cranio di un agnello, sono istruiti che non è abominio ciò che vive, ad occhi accesi sul morire – ho il privilegio di un pasto, della cruna di uccelli che gridano, nuvole di insetti, il verde, che qui è un forziere, una gioielleria, di cui ti dono il riflesso da sposalizio. Nessuno sa cosa dico, mi esprimo a gesti, a sorrisi, con denti corsivi, le parole sono un capitale liturgico di cui faccio uso solo per ringraziare – sono meno utile di un cavallo, meno rigoroso di un albero, effimero, come una nuvola. Eppure, è questa la condizione che ho desiderato – morire irriconosciuto, senza residui di memoria nel cuore degli altri, come un passeggero sul pianeta, come un passante che si è goduto il panorama – per alcuni questa è ignavia, per altri, nei recessi del Bhutan, è coraggio, illuminazione.

Dell’amore non si scrive e non si discute – si vive, lasciando calcinare i baci in morso. Sono stato a Tel Aviv, Vera – ho visto la tua magrezza miliare, il genio di essere la più povera tra i poveri, e la forma perfetta con cui curi, hai a cuore, completi. Ti ho visto – il quartiere dove vivi era un vespaio di voci, muri scomposti come un alveare, la dolcezza dei pettegolezzi, una novizia all’amore che passeggiava, scandita nella carne, dedita all’avere, un rabbino, arso da troppo Giobbe, forse, che camminava di sbieco, con un bastone, il manico riproduceva la testa di un cobra, viso irto da rughe arabe e il taled  lo avvolgeva tutto, fino alle ginocchia, ho intravisto, incise in caratteri d’oro le frasi di Osea, “la sedurrò per condurla al deserto – e nel deserto darò verbi al suo cuore e una vigna – e del deserto farò speranza – e lei mi risponderà come quando si è giovani e tutto è un esodo”. Pensai che l’uomo fosse nato per propormi quella frase. Tu sai che è così: si seduce ciò che è perduto. Forse ho bisogno di perderti, irrimediabilmente, per capire che non posso fare altro che rincorrere, e costruire l’amare su un lascito di redenzioni, sulla scia bianca del perdono. Dirai, così si concupiscono vittime e si collocano sacrifici – direi che ‘altare’ è una parola simile ad ‘amare’, che il sangue è sperpero per Dio, che i modesti si accalcano sulla carne devitalizzata dalle arterie. Dov’è la giugulare dell’amare?, mi dissi, mentre il rabbino, roteando il bastone, come un giocoliere, tenendolo per aria, mordendo il cobra di ferro, tra gli applausi dei bambini, e poco dopo avrebbe citato Nietzsche e il Vangelo di Tommaso, per il gusto di tenere in ostaggio il Tremendo, come lo chiamava, per il gusto di dare vita alla leggerezza e poi far risuonare il caos.

Ti ho visto, Vera – e tu non mi hai riconosciuto, non c’è stata l’agnizione, l’urlo, il fuoco, l’assalto. Sono cambiato, nel fiorire delle fattezze – perfino fin nell’alcova dell’iride, forse: non ho più gli stessi occhi che avevo a Praga, qualcuno mi ha detto che li cambio a seconda di ciò che guardo. Forse mi hai visto, ma hai preferito ignorarmi – ho visto il tuo corpo passarmi di fianco, odore di tormento, il collo, il viso che è una bellezza che minaccia. Forse non hai voluto riconoscere che è l’attesa l’amore, il compimento ne è la dissoluzione, che si ama chi deve ritornare, ma il ritorno è lo strazio. Mi sembra che anche il cielo, tutto Israele corresse alla tua gonna, a quattro zampe, perché tu hai una malia che disordina e conquista, qualcosa che enumera le ore a ogni cosa, che assegna. Così, dopo il tuo passaggio, mi è sembrato che Praga, Tel Aviv, tutta una vigna di sguardi, di corpi presunti, presentati, presi, sia stata inghiottita, in un cilindro di polvere – e la pretesa e la promessa e la parentela ambigua e quell’unica notte che di noi è l’apice e la maledizione. Forse mi sbaglio credendo che tu abbia voluto uccidermi, fin da subito, senza sfatare le norme – che si attende per dimenticare – che ci si scrive vestiti a lutto, perché un gesto, una parola sbadata, un particolare divorano tutta la vita, assumono dimensioni vulcaniche, lavorano per eccesso, l’uomo è così: ha iperboli sulla punta delle dita.

Sono riuscito a risalire la Lena, fino al delta, fino al Mar Glaciale Artico che qui prende il nome di Mare di Laptev. I nomi si usano per addestrare al proprio l’inappropriato, la potenza. Volevo vedere il ghiaccio che in me ha natura di fuoco. Di cosa si vive qui? Perché non posso allearmi a questa pochezza? “Troppo però/ dell’amore, quando è preghiera,/ di pericoli è ricco, ferisce il più delle volte”. Sono arrivato qui per ripetere Friedrich Hölderlin. Se l’amore è preghiera – cioè, cosa che va ripetuta –, si è nel pericolo, nel dolore – la ferita è l’apertura dove chi ama riposa, si fa spazio. Caravanserragli di ghiaccio vagano sul mare, così immobile, sembra argento fuso. Nel ghiaccio sono conservate creature di millenni fa, conche d’osso, conchiglie, mosche concretizzate nell’ambra. Vedo cervi in corsa, tigri, cugini, persone conosciute decenni fa, nel ghiaccio, bloccate, passano davanti a me, come una punizione dantesca. Nella lastra di ghiaccio, che scorre, sono marmorizzate, come un grido vuoto, le mie colpe: la volta che ho tradito un amico, l’ostilità ai figli, una specie di spinata aristocrazia che ha preferito non vedere il male, le meschinità, mia madre in corsa, tu, l’altra, i sostituti, le fughe, le offese – spesso, la colpa è nel verdeggiare di parole rapide come faine, che hanno imposto illusioni e costretto a decimare la reazione – tutto mi appare in una nitida e meravigliosa malvagità, qui, a questa caduta della terra in canto bianco. Ogni cosa ha la coerenza di ciò che è cauterizzato. Mentre tutto vaga verso il giudizio dell’oceano e la dissoluzione, ti custodirò, Vera, come una candela, armando la fiamma a non consumare ma a splendere. Se ti scioglierai, scegliendo l’abbrivio dell’abbandono, e di te resteranno le mie dita.

Nathan