“Dovrei invitare Veronica a pranzo tra le stimmate del Cristo”: Diario di Davide

Posted on Aprile 21, 2019, 7:52 am
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“Senza gestire l’ignoto” significa, appunto, farsi azzannare dall’ignoto. Il carteggio tra Vera e Nathan si interrompe e cambia la ‘quinta’, la scenografia – e quindi la sceneggiatura. Qui si comincia a raccontare ciò che ha portato alla scrittura di quel carteggio, quale malia o malattia. Il ‘Diario di Davide’, ambientato tra il 2018 e i nostri giorni, ovviamente, è una finzione: una nube di pensieri scritti da un personaggio fittizio che si chiama così, Davide. Perché due persone, altrimenti sconosciute, scelgono di amarsi attraverso lo spettro della letteratura, indossando prodigiose maschere? Anche questa è una delle domande. Ringrazio, va da sé, Veronica Tomassini, complice in questa nostra conversione narrativa.

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Febbraio 2019

Mi sorprendeva questo: che una cosa bianca potesse uccidere – che può esserci una pulizia angelica nell’uccidere – che tu sei vivo perché qualcuno, per te, uccide. Le fotografie del lupo artico che s’incunea nel corpo della preda – come una mano spalancata, come un gesto di ortodossia – “perché ti ricordi sempre di tuo padre”, ha scritto mia madre, più o meno, sulla prima pagina del libro fotografico, già educandomi a un’agiografia – pensai che mio padre, nell’aldilà, avviasse un allevamento di lupi artici, quelli che di notte scendono nel lavatoio dei nostri sogni ad alleviare la pena, ad allenare la condanna in grazia. Quando mi chiese, avevo nove anni, chi è il tuo animale, dissi il lupo artico perché artico è una parola che resta tra i denti, tra arte e cospirazione, ed è a Nord – un Nord dello spirito, avrei capito dopo – che l’uomo impara l’umiltà dell’albero e la stazione a quattro zampe, in fuga da Dio o in agguato. Davanti al camoscio, eravamo in Val d’Aosta, la bestia mi fissò come qualcosa di complicato che sarebbe riuscita a capire ma mai ad amare, mio padre mi disse, sei il mio piccolo lupo artico, e la bestia scattò, compattando la montagna alla sua paura, le piccole corna come manette, cercai di inseguirla, inciampando una e due volte, fino a perimetrare la perdita. Più tardi, poiché vide che non avevo potere sugli animali, mi costruì un bastone – passò del tempo a limare il manico, con un coltello, sgargiante come l’aleph del tuono e il suo rumore, poi affilò la punta, dopo aver segato al punto giusto, e siglò le mie lettere, “D.B.”, e a quel punto, come il re che riconosce il figlio erede, sentii che avrei potuto portare al pascolo le stelle, che i lupi mi avrebbero obbedito e iniziai a roteare il bastone, alto come me, come ciò che sa volare e perdonare.

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Fin da subito, varcato il gioco di specchi e di virtù preliminari, Veronica capisce che sono incapace, che come tutti sono un rapace dell’istantaneo, non coltivo ma brucio, estetizzo la cenere e anestetizzo gli affetti, sono la vipera nel barattolo di cristallo, l’ornamento di una sera. Le scrivo: spero che il tuo corpo sia l’oblio, voglio dirimerlo dimenticando i miei nomi, ridurre a incenso i censimenti. Non le chiedo chi è il suo animale – lei non è una fuggiasca ma una che attende, sa chi è – sono io che ho il libro dei mutamenti sotto pelle, l’obice della rassegnazione tra le dita.

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Ieri era il sole a sancire le azioni. La casa è ancora quella, il giardino è l’ipotesi di una vita perfetta concretizzata seimila anni fa, la canna gialla si snoda come il serpente di bronzo. Il gatto mi riconosce, con discreti miagolii, e io resto di fianco al lato destro della casa, pongo l’orecchio sul muro, come se potessi ricalcare i ricordi, e smagnetizzarli. Sento i miei figli in casa, nella casa che fu anche mia, come piccoli animali, e da qui, da fuori, da lontano, la loro vita mi sembra splendida, piena e protetta. Potrei stare qui per il resto della mia vita a guardare la loro, come da una finestra – sono così saggi, così belli, così puliti, che mi sembra inevitabile l’esistenza di Dio e di ogni specie di attributo, in forma di volpe, di cervo o di lupo, perché io e la loro mamma non siamo così, risolti, alti. Sono davvero un padre inferiore eppure loro, per qualche rango, mi ameranno, mi dico, e non disturbo la loro bellezza, e vado verso il mare. La spiaggia è piena di conchiglie, ne raccolgo qualcuna per mia figlia, che ha il nome di una regina, e non è un esercizio vano pensare che Alessandro abbia creato un regno, in Asia, che si rivela qui, ora, in forma di conchiglie sbriciolate.

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Mia moglie mi regala un libro di Edith Stein, la carmelitana allieva di Husserl, che muore ad Auschwitz. Il libro è piccolo, sta in una mano, è stampato da una casa dei Carmelitani, Il Passero Solitario, e in effetti sembra un passerotto. Per giorni lo ignoro, ma mi attira ed è da lì, lo capisco, che inizio una nuova vita. Forse questo è un regalo che recide ogni altra fede. Comincio a leggerlo ogni sera perché le parole, come lupi, agiscano dentro di me facendo scempio del superfluo. “Nell’aridità e nel vuoto l’anima diventa umile. L’orgoglio di un tempo sparisce quando in se stessi non si trova più nulla che dia l’autorizzazione a guardare gli altri dall’alto in basso”. Forse Edith ha dovuto dimorare in una tonaca per celare il fuoco che è in lei. Che bestia si nasconde sotto la veste? Le stesse parole possono essere serpi o fiumi. Mentre mi allineo nei limiti delle parole altrui, scopro di non avere argini, la mia stanza è a un metro dalla statale su cui le macchine sfrecciano come torce, come rosari. Qualcuno, forse, scambiandomi per chi fui, mi separerà in testa.

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Dovrei smettere di scrivere di me, alimentando dolore e contraddizione, un altare di maldicenze ed equivoci (in cui, letterariamente, sguazzo), e di credermi tanto superiore da pensarmi l’ultimo. Vorrei scrivere un libro di avventure, nel vanto del vento, o tornare alla poesia e lì morire sotto il chiostro di un verso. Vorrei vedere Veronica, ma siamo nello stesso bestiario, un germoglio biblico che ha bisogno del grido e del giusto grado di pietà. Dicono che i lupi, qui, scendano in città, sappiano scandire l’alfabeto dei notturni, riescano a conversare a lungo, con spirito, con il bibliotecario e la cartomante.

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Assisto al restauro di una Crocefissione del Sodoma, di cui ho giustificato l’attribuzione in vista dell’acquisto. L’esperto si espone nella stimmate del piede, come se ne fosse risucchiato, come se il chiodo fosse assorbito dalla carne e pure la sua mano e il suo viso. Dovrei invitare Veronica lì, a fare un pranzo nella stimmate di Cristo – poi usciamo guardinghi dalle sue pupille, riconosciuti. 

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I morti non sono in pace e prima di avere relazioni con i vivi dobbiamo aggiogare all’amore i morti, sistemare le incomprensioni che ci legano a loro. Il lago è la sua calma enigmatica, brucia come argento liquido e di ogni scia fa ferita e forza. Dicono che al lago, un secolo fa, come una luce piena di denti, scendessero i lupi. Leggende iscritte all’ombra dei campanili da gente che venera la scaltrezza di chi sconfina e compie furti di donne e di idiomi. Mio padre è sepolto sopra Verbania, in un piccolo paese, ignoto ai molti. Nel cimitero, dai sentieri ordinati (un irradiato timore non ammette caos nel recinto dei morti), ho visto un cervo, un giorno. La sua risolutezza mi ha convinto che non ha sbagliato via e che forse, qui, guardando le immagini sopra le tombe, ricorda di quando era uomo. Nella fotografia, trent’anni dopo, mio padre sorride ancora. In trent’anni la Storia ha cambiato molte forme, e tra poco nessuno ricorderà mio padre, un uomo che ha preferito la disciplina del tradimento e ha coniato una nuova destrezza al debole. Sono venuto qui a piedi, e altrove racconterò questo viaggio. Veronica potrebbe estorcere la fotografia dalla tomba e mangiarla: così mi dimenticherò per sempre del padre e sarò libero. Ma ho scelto di vivere e vivrò così, qui. Aspetto mia sorella che prima o poi sarà attratta dal suo passato. Dormire tra i morti è un’ascesi, un privilegio, uno sconto sul Giudizio.

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