“Perché l’amore è più grande di chi ama”. La bellezza di Venezia, anche offesa, ci supera, Venezia è una lacrima che affiora in una malinconia struggente, senza inizio, senza fine… Elegia veneziana con Brodskij

Posted on Novembre 19, 2019, 11:25 am
30 mins

187, 154, 160. Sembra una lotteria innocua, di quelle che si organizzano per i bambini a Natale o per raccogliere fondi per una causa o un’altra. E invece no: questi sono dati, crudi e freddi. L’altezza che le maree hanno registrato in questi giorni a Venezia per l’“Acqua Granda”. Così la si chiama in veneziano. E i numeri sono dati gelidi quanto l’acqua di Venezia in novembre.

187 incute terrore: a 120 Piazza San Marco è già sotto. Solo nel 1966, ormai lo sanno tutti, l’acqua era stata così alta solo nel 1966, quando era tracimata da fiumi, laghi, dighe, ogni forma fluida.

Lo scirocco, la pioggia sommati, a Venezia, fanno salire l’acqua della laguna: acqua dall’alto, acqua dal basso. Fenomeni naturali. Ma non è un fenomeno naturale che Venezia la stiamo perdendo e non ce ne siamo quasi accorti: in morte per una principessina l’ha scritto Ravel. Qui a morire è una regina.

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Venezia sta decadendo – ovvero anche inabissandosi in laguna – dal ’500, è vero. Eppure in Olanda vivono da sempre sotto il livello del mare e hanno provveduto. Ogni considerazione mi pare inutile. Come le lacrime, che i veneziani non hanno quasi più. In Facebook gira un post, in questi giorni: “piangiamo senza lacrime per non far peggio”. Così è la frase in italiano.

Sulla prima pagina del “Gazzettino di Venezia” la foto vede il patriarca e il sindaco della città vicini, con gli stivaloni addosso, immersi nell’acqua fino a mezza coscia: quando è stato possibile arrivare a San Marco fino a mezza coscia. Pallidi non solo perché infreddoliti, ma anche perché – con tutta probabilità – hanno passato la notte in piedi. Guardano l’interlocutore con lo sguardo sconvolto che hanno i veneziani durante e dopo l’acqua alta, e poi distolgono, se fossimo dal vivo, “per non far peggio”. Già, perché a Venezia non si piange. E gli stivali non bastano più al ginocchio, nemmeno se l’acqua non è “granda”.

Quando studiavamo “in domo Foscari” i miei erano sotto il ginocchio: ogni studente li comprava, appena arrivato in città, perché “non si sa mai”, ma l’acqua alta allora saliva – ad altezze ragionevoli – un paio di volte tra novembre e gennaio. Poi gli stivali li mettevamo via. Oggi gli stivali al ginocchio sono patetici: ci vogliono quelli chiamati alla Wellington, che arrivano all’inguine, per salvarsi. Quelli che usano i pescatori, per intenderci.

I miei li avevo comperati rossi perché, quando l’acqua veniva, uscivo di casa fingendo di essere Cappuccetto rosso contro il lupo: d’acqua, ma lupo. Sospendevo ogni più convinta adesione animalista – fuori da quella finzione faccio sempre e comunque il tifo per i lupi, per ogni quattro zampe. Era un lupo simbolico: la morte per acqua. Quelli di carne, sangue e pelo fanno meno male.

Ho messo da parte i numeri del “Gazzettino” dicendo tra me e me che il lupo ha ragione ad azzannare. Ha ragione ad arrivare all’improvviso. Ogni creatura quando ha fame e freddo e si sente in pericolo di vita ha il diritto di sopravvivere. L’Acqua a Venezia è respiro. Ma se lo si blocca o lo si ignora, allora la natura si vendica.

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Ho spento la TV: le immagini di Venezia e Piazza San Marco sott’acqua mi fanno tremare. L’acqua alta non è un divertimento trasparente per i veneziani, è lama e spina, supplizio e anticipazione di morte. La morte per acqua che Eliot mette in bocca al fenicio.

Ti senti in bocca un sapore di fango e alghe, hai immediatamente freddo. E quello che avverti nelle vene non è certo più paralizzante di quello che ti stringe il cuore.

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Sembra passato un tempo infinto, dalla Venezia di cui parla un piccolo libro che amo quanto Venezia: Fondamenta degli incurabili. Ho abitato lì vicino, all’angolo quasi della Fondamenta, molti anni. Poco lontano dal Cucciolo, il bar sulle Zattere dove si vedevano spesso Pound e Olga Rudge. Loro abitavano oltre il canale, direzione Punta di Dogana. Adesso ci passo come in un pellegrinaggio: la targa a Brodskij non è bella, lui ha il cranio molto sporgente. Ma non si chiede a un simbolo di essere bello: solo di esserci.

Spero lo stesso per Venezia, semplicemente: che continui ad esserci. Che trovi la forza e risorga, come la Fenice. E la deve trovare da sé, la forza, come l’ha sempre trovata, in questi giorni anche grazie a migliaia di ragazzi volontari, che si sono rimboccati le maniche e si sono messi a disposizione. Tra l’altro per mettere i libri in salvo: alla Querini, alla Marciana e in varie librerie, tra cui una dal nome profetico, Acqua Alta.

I ragazzi cercano di salvare tutto il salvabile oltre i libri: nelle case e nei negozi, in ogni magazzino a piano terra. Come a Firenze nel ’66, sono arrivati senza far rumore “quali colombe dal disir chiamate”, disse Zeffirelli citando Dante. Lavorano anche per il Mose, che non è mai stato finito ma intanto si è mangiato i miliardi.

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È possibile sospendere il pensiero che Venezia non è infinita? Non è eterna, se non viene protetta? Forse, qualche minuto. La città è un simbolo: e un simbolo è imprescindibile. C’è, splende e basta. Non può smettere di essere. Come l’infinito. A Venezia l’infinito inizia oltre l’ultimo lampione, scriveva Brodskij: oltre ogni lampione. Lui arrivava in città una sera di vento nel mezzo dell’inverno, il cielo pieno di stelle vistose: “Il fondale era affollato di sagome scure di tetti e cupole, con un ponte che si arcuava sopra la curva nera di un tratto d’acqua di cui, da una parte e dall’altra, l’infinito ritagliava le estremità. Di notte, in terra straniera, l’infinito comincia con l’ultimo lampione”. (Fondamenta degli Incurabili, 3)

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Gli piaceva l’odore delle alghe in inverno, gli ricordava la sua città che era stato costretto a lasciare, San Pietroburgo. Ne parla in questo piccolo gioiello, “scritto su invito del Consorzio Venezia Nuova”, leggiamo sotto la dicitura: “Titolo originale Fondamenta degli Incurabili”.

Incurabilmente amante di Venezia, Brodskij. Chissà cosa scriverebbe oggi, dopo l’“Acqua Granda”.  Ci arriva con il buio, quando l’acqua ancora non la vedi ma la percepisci. Il racconto delle prime impressioni veneziane continua con le “lettere di scatola che dicevano venezia”, la lentezza cetacea del vaporetto “attraverso la notte … come il passaggio di un pensiero coerente attraverso il subconscio”, il silenzio più irreale per gli stranieri (anzi, i “foresti”), qui e là una lampada dai palazzi sul Canal Grande a rischiarare l’oscuro corpo di Venezia.

Sforzandomi di non pensare per qualche momento a Venezia sott’acqua – lo dico ma non ci credo, è impossibile – rileggo per l’ennesima volta queste pagine che conosco quasi a memoria.

È un mantra privato. Lacrimosa, lacrimosa dies illa.

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Nella “gran quiete” notturna, dice il grande russo, qualche raro battello disturbava con le eliche appena illuminate “il riflesso di un grande “Cinzano” al neon che tentava di assestarsi sulla nera incerata dell’acqua”. (3) Sull’“acqua nera come pece” si alzavano “gli enormi stipi intagliati di scuri palazzi ricolmi di tesori insondabili – oro, con ogni probabilità, a giudicare dal bagliore giallo, un tenue bagliore elettrico che trapelava di tanto in tanto da qualche fessura delle imposte”. (6)

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Dopo molti anni, Venezia splendida e difficile, magica e “irreale” – un’altra unreal City – inizio a guardarla, anch’io, con gli occhi dei turisti e degli stranieri, avvolta di nietzschiano “pathos della lontananza”. Questo normalmente: senza acqua alta, senza ciò che è successo in questi giorni. Oggi non riesco più: e mi pare, piuttosto, d’intonare note che non si sentono. Le note brodskijane del frastornato arrivo in “terra straniera” sembrano bollettini dell’infinito. Il pianoforte tace. Anche i tre amici canini che vivono con noi sono tranquilli e non protestano nemmeno, come fanno di solito, quando si avvicina l’ora del pranzo. Di solito escono con una sorta di lamento inconfondibile: “dacci da mangiare”. Non in questi giorni: sono straordinarie, queste creature: “sono migliori di noi perché sanno e non dicono”, mi ripeto i versi della Dickinson. “Sanno” che Venezia sta soffocando e non vogliono disturbare il mio dolore.

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Di “tanto in tanto”, come i battelli nell’esordio di Brodskij, ci arrivano dei segnali. L’ho notato subito, sulla bancarella: un acquerello di Palazzo Ducale preso da Riva degli Schiavoni, la Salute in lontananza. L’evanescenza veneziana in tecnica moderna: che mare e cielo non siano quasi mai divisi dalla linea dell’orizzonte non è senza importanza. Turner l’aveva capito: qui bisogna dipingere ciò che si vede – spesso di bellezza eccessiva – ma anche e soprattutto ciò che non si vede, si indovina o si intuisce oltre ogni lampione.

Lo metto mentalmente a confronto con una delle migliaia di foto scattate in questi giorni: Palazzo Ducale di notte, l’acqua fino a metà colonne, compresa quella che ogni giorno sfida i turisti a passare sul selciato senza cadere. Credono sia un gioco ed era, invece, azzardo contro la morte. Sfida inutile: non c’è mai riuscito nessuno.

La foto è storta e sbiadita, forse presa con un cellulare da un’imbarcazione che beccheggia. Schizzi punteggiano l’obiettivo come coriandoli, piccole macchie chiare contro la tenebra: l’unico punto chiaro con le colonne dietro, che sembrano giganti affondati in un pantano. A non sapere che la foto è stata scattata di recente, i puntini luminescenti danno l’impressione di essere coriandoli ma sono visibili epifanie dell’inferno, l’inferno sotto forma liquida: la marea crescente.

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Nessuna luce, di notte, in quelle condizioni, può sembrare sufficiente a rincuorare. Di giorno, quella di Venezia Brodskij la definisce “una luce privata”. Lui la vedeva sulle linee degli edifici, su marmi e cornicioni, sulle statue di santi, cherubini, vergini e angeli, sui trafori delle bifore, su vetri e specchi, il più grande dei quali è l’acqua stessa: giochi moltiplicati della luce, bagliori e riflessi, fantasie del tutto incoerenti con l’icona-tradizione della città decadente.

Su Venezia addormentata l’angelo del campanile di San Marco esce all’alba afflitto di splendore, le ali dorate sfavillanti ai primi raggi di sole. Le tessere d’oro bizantino dei mosaici riflettono il bronzo che nuota in mare al tramonto, i vetri policromi s’ispirano all’oro che luccica nei sassi dei pavimenti, e vena allo stesso modo le tappezzerie di sale affrescate e la criniera scomposta del leone guardiano della città.

La luce si rifrange ovunque: “E la città vi si crogiola, gustandone il tocco, la carezza dell’infinito da cui è venuta. Un oggetto, dopo tutto, è ciò che rende privato l’infinito” (30).

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Il mare veneziano è anche lui imperlato di pulviscolo dorato. I maestri vetrai lo soffiano nei calici di bottega, nei vasi, nelle murrine e nei lampadari, perché chi vive da secoli sull’acqua sa di dover imprimere al suo mondo una qualche stabilità, sa che “ciò che è infinito può essere apprezzato solo attraverso il finito.” (15) Loro, i maestri vetrai, dove hanno imparato a impastare nella trasparenza la sabbia del Lido o le scaglie terse che galleggiano davanti a S. Marco, a imprigionare nei vetri la caligine d’autunno sulla laguna?

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La città oggi ha una tregua: l’acqua raggiungerà un metro, dicono gli esperti al Centro maree. Ieri sera un negoziante intervistato dalle reti nazionali ha detto che Venezia e i veneziani si risolleveranno, “come hanno sempre fatto i veneziani saremo più forti”, o qualcosa del genere. Contro le immagini agghiaccianti che passavano in tv, un’altra immagine si soprappone alla devastazione, forse un po’ troppo languida ma consolatoria, una sorta di nenia cullante visiva: il Bacino di san Marco come l’ho visto infinite volte, in questa stagione, verniciato di quella nebbiolina un po’ allucinata che sfuoca i contorni delle cose ma non le disintegra, permette a mente e cervello di lanciarsi in visioni avventate ma non mortali.

Suggestionata dalla nebbia chiara, da Micol Finzi-Contini – “a Venezia … aveva cominciato ad appassionarsi ai làttimi” – o da entrambe, amo quel tipo di vetri. Ricordano, appunto, il biancore della laguna presa della nebbia: “bicchieri, calici, ampolle, ampolline, scatolucce: cosette, in genere scarti d’antiquariato. A Venezia li chiamano làttimi: fuori di Venezia opalines, anche flûtes” ragguaglia Micol, rientrata da Venezia dove si sta laureando, uno stupefatto e ignorante Giorgio che le ha chiesto se non siano forse, questi làttimi, “roba da mangiare”.

Non sono stata fortunata come lei: “Passava ore e ore in giro per antiquari. Ce ne erano certi, specie dalle parti di San Samuele, attorno a Campo Santo Stefano, oppure in ghetto, laggiù, verso la stazione, che si può dire non avessero altro da vendere.” Non ce ne sono più tanti, nei negozi degli antiquari veneziani, ma è come portarsi a casa un lembo di foschia veneziana. Ha ragione Brodskij: “Un oggetto, dopo tutto, è ciò che rende privato l’infinito”.

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Se c’è oro un po’ dappertutto, certe stagioni sono d’argento. Quando il campanile inizia a segnare il giorno che si dissolve sempre più rapido, il bacino di San Marco inarca minuscole falci di cristallo che preparano l’occhio alle nebbie vicine. Il cielo ancora senza nuvole sembra sospeso sul mare che rimesta acciaio. Come in questi giorni di novembre. Questi giorni di Acqua Granda.

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Prima del ponte che collega Venezia alla terraferma, a Venezia ci si arrivava solo via mare: Gustav von Aschenbach prende una gondola per arrivare al Lido è l’esemplare insigne di quei viaggiatori che arrivavano alla città sull’acqua attraverso la sua arteria principale: il “Canalazzo”. Il viaggio per acqua conserva dai primordi il senso atavico primordiale. Mentre la gondola scivola in silenzio per i canali, solo il battere del remo sulla forcola accompagna una calma per cui non servono parole. Lasciato il Canal Grande con la sua agitazione commerciale e l’impeto delle onde che dal largo s’infrangono contro i palazzi con corsa e tumulto di mare, il viaggio si fa più regolare. Sembra di essere liberati del corpo, sull’acqua: c’è qualcosa di ancestrale, in questo fluttuare. Brodskij ne era stato colpito. Investito, meglio, con l’odore di alghe gelide appena fuori dalla stazione di Santa Lucia: “Viaggiare sull’acqua, anche per brevi distanze, ha sempre qualcosa di primordiale. (…) L’acqua mette in discussione il principio di orizzontalità, specialmente di notte, quando la sua superficie somiglia ad un selciato”. (7)

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La laguna è un immenso fondale. In lontananza le isole piatte, i banchi confusi di sabbia, lo spalancarsi del mare. E fasci di palafitte che disseminano punti neri tra le onde, rade esili alle falde del cielo. Più in là un campanile, il biancore di una casa, la vela rossastra di una barca di pescatori che rientrano. E vorrebbero un porto sicuro.

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Tempo della virtualità, dell’occasione, il condizionale si è declinano nel tragico con questa mareggiata anomale che ha inghiottito e cancellato il dedalo. Il dedalo di calli e canali inestricabile per i forestieri – a volte per gli stessi residenti – è un simbolo della nostra vita, una ricerca che non finirà, se non riportandoci – forse – a noi stessi: in questi giorni lo è l’acqua che sale. E sembra farsi beffe delle ricchezze d’Oriente veneziane, perché le mura di Venezia e le sue cupole bizantine ridicono antiche nostalgie mediterranee, i cristalli di Piazza S. Marco riverberano i raggi sul deserto e la basilica pareva a Dickens una fantasmagoria da Mille e una notte. Sembra annientare persino la luce, sempre forte anche d’inverno, di Brodskij, che ogni mattina arriva ai vetri della finestra ad aprirti l’occhio “come fosse una conchiglia”: “Il cielo è di un azzurro vivo; il sole scavalca la propria immagine dorata ai piedi di San Giorgio e va a danzare sopra le innumerevoli squame delle piccole onde che increspano la Laguna; (…) e tu sei lì, allungato su una sedia bianca, con gli occhi socchiusi, a sbirciare le mosse ossessionanti dei piccioni impegnati nella loro partita sulla scacchiera della grande piazza. L’espresso rimasto in fondo alla tua tazzina è l’unico punto nero in un raggio – così ti sembra – di molte miglia”. (29)

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Se c’è il sole, mezzogiorno a San Marco quasi costringe il visitatore abbagliato a rallentare l’andatura: quel che vediamo a ogni passo “dispensa (…) la nozione di una superiorità estetica” (12). Persino in acqua si è indotti a cercare altre sfumature, altri ritmi luminosi disegnati su facciate, curve dei ponti, una colonna o un capitello, onde che portano sul dorso placidi lampi, guizzi di splendore, frammenti d’oro.

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Nel dipinto di Veronese a Palazzo Ducale Venezia che si sposa con il mare è una donna che sorride. Sa la sua felicità precaria come le sue case, i suoi abitanti e le sue pietre ma vuol essere felice: anche da quell’incertezza viene la profondità della sua malinconia, immensa e senza lacrime. La nostalgia di una città senza foglie, prati e alberi. Terra e campi che Venezia non ha e allora si volge da sempre indietro, alla terraferma e le sue ville chiare oltre il ponte, con occhi che un poco piangono sempre.

È stato tanto forte nei secoli il desiderio veneziano di terra, erba e fiori, che il vetro è riuscito a creare anche quelli: i fiori di Venezia sono fatti con le contèrie, opera di mani pazienti e abilissime che nelle isole intrecciano capolavori trasparenti. Non che non esistano giardini e spiazzi verdi, orti e aiuole dove coltivare fiori freschi. Anzi, in epoche di splendore Venezia è stata tra i più fiorenti centri di scambio di sementi nel Mediterraneo. Ma nel tempo giardini e orti sono diventati prerogativa di pochi.

Essendo corolle e boccioli un poco ovunque nei mobili, lampadari, pavimenti, cornici, bicchieri o damaschi, il vetro ha voluto propri: fiori sintetici che non sbocceranno né appassiranno mai. Eppure la patina del tempo si posa in qualche modo anche su quei petali, ossida le perle d’argento e oro per farle più opache, misteriose. Rose aperte ad arte, di oro vecchio da fregio del Bucintoro. Iris chiamati “fiamme”, nel Settecento, per le lingue argentee. Agapanti di fragili inflorescenze lucenti. Gemme, gocce e foglie verde subacqueo.

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A intervalli, la città si ferma. Nebbia e acqua alta le infliggono un delirio di biancore, sbiadisce palazzi, campi e calli. Tutto si smorza in quel feltro immaginario calato dal cielo.

A svegliarsi nella nebbia sembra di essere immessi – fisicamente oltre che mentalmente – in una specie di anticipazione dell’infinito, di come potrebbe essere la morte: una realtà bianca e immobile in cui profili delle cupole, tetti e fondamenta e parapetti di ponti non si distinguono più gli uni dagli altri. Anche le campane mandano un suono attutito attraverso quell’uniforme barriera di lanugine.

Poi la nebbia si alza, tutto torna alla quotidianità: i panettieri riprendono a consegnare il pane con i sacchetti preparati in bottega, le commesse spazzano davanti alla soglia, i bambini vanno a scuola, in piazza il Florian e il Quadri ardono del loro fulgore di lampadari, fregi d’oro, damaschi e affreschi alle pareti. Orchestre e camerieri con la giacca candida. Perduti o rovinati irrimediabilmente, dopo questi giorni. Resisti, Venezia. In alto, i cavalli di san Marco corrono da secoli all’aria: vorrei essere Prospero, per comandare gli elementi. Riportare l’acqua all’acqua e avvolgerti con un abbraccio di pura nebbia.

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Un giorno, racconta Brodskij, anche lui è stato sorpreso dalla nebbia in Piazza San Marco, quasi fiabesca per l’insolita assenza di passanti: “C’era un deserto assoluto, non un’anima”. Vaga senza meta ripetendo tra sé “In silenzio, e molto veloce”, un verso di cui all’inizio non ricorda bene la fonte.

Solo dopo, mentre la nebbia entra in piazza, s’insinua tra le colonne delle Procuratie, s’avvinghia alle zampe dei cavalli sopra San Marco e offusca l’orologio dei Mori, quasi d’improvviso di ricorda che è Auden: l’ultimo verso dalla Caduta di Roma. Ma lui e la piazza allagata da sfrangiati strappi di bruma sono ormai “totalmente altrove”: “La nebbia cominciò ad inghiottire la piazza. Era un’invasione tranquilla, ma pur sempre un’invasione. Vidi le sue lance e alabarde avanzare in silenzio ma molto veloci, dalla parte della Laguna, come soldati a piedi che precedessero la cavalleria pesante. (…) Da un momento all’altro il loro re, Re Nebbia, poteva spuntare da dietro l’angolo in tutta la sua gloria caliginosa”. (50)

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L’immaginazione spalanca l’irripetibile: “Tutto ad un tratto sentii che lui era dietro di me”. Si gira per vederlo ma no: Re Nebbia non c’è, non è lì, non è reale. Lo distoglie qualcos’altro, “tra i brandelli di nebbia”: “un chiarore scialbo veniva da una vetrina del Florian (…), ancora discretamente illuminata e non coperta dalle assi. Mi avvicinai e guardai dentro. Lì dentro era l’anno 195?” (50).

Seduti intorno a un piccolo tavolo di marmo scuro “tutto occupato da un cremlino di bicchieri e teiere”, ecco Auden e Chester Kallmann, il grande amore della sua vita, Cecil Day Lewis e Spender. Appartati dal mondo, contenti di essere insieme. Le luci dei lampadari si moltiplicano negli specchi, nel velluto rosso delle poltrone: Auden sta raccontando una storia divertente e gli amici ridono. Dimentichi del freddo e della nebbia, fuori in piazza e sulla laguna. Purtroppo come ogni apparizione, per quanto felice anche questa sparisce. Stanno spegnendo le luci per la chiusura: “Per me, a questo punto, la vetrina si era oscurata. Re Nebbia entrò al galoppo nella piazza, tirò le redini del suo stallone e cominciò a sciogliere il suo grande turbante bianco. Aveva gli stivali umidi, come i ricchi finimenti del cavallo; il suo mantello era tempestato degli scialbi gioielli miopi di lampadine accese”. (50)

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Spender lo racconterà a Brodskij a distanza di anni: quando Chester si era alzato e li aveva lasciati, Auden aveva continuato a ridere, ma nei suoi occhi era spuntata una lacrima.

Che sia questa, l’essenza di Venezia? Una lacrima che affiora in una malinconia struggente, senza inizio, senza fine, un tormento ardente in una metafora? Noi andiamo mentre Venezia resta, e “la bellezza è l’eterno presente” (51). Ecco “la funzione di questa città nell’universo”, una rivelazione di bellezza che ci trascende: “Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama”. (51)

Venezia è più grande di noi, che pure l’amiamo. La sua bellezza, anche offesa, il suo amore, che ha superato i secoli, sarà sempre più grande di noi. Resurgam.

Paola Tonussi

*In copertina: Gianni Berengo Gardin, “Venezia”, 1960