Vedi YouTube e poi muori, ovvero: i giornalisti sono solo dei fancazzisti, molto meglio se a scrivere fosse la Nappi

Posted on gennaio 07, 2018, 5:59 pm
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La rete è marcia perché tutti (o quasi) pensano di essere qualcuno e avere il sacrosanto diritto di scrivere o commentare circa qualsiasi argomento. Non mi stupisco quindi di leggere l’ennesimo editoriale che, a conti fatti, nient’altro è che un clamoroso clickbait (titolo aitante, o ingannevole, per attirare like). L’articolo in questione, redatto dall’accoppiata vincente Fais-Brullo, già dal titolo si propone come degno erede di tanti altri precedenti pubblicati. Giusto la copertina è invitante (mossa astuta utilizzare la Nappi con un cono in bocca). In preda a un momento di noia cosmico, a tutti può capitare un momento di debolezza: è così che difatti l’utente medio capita in articoli di questo calibro. Il libro non si giudica dalla copertina, l’abito non fa il monaco, e lo scritto che ci si piazza davanti non vuole certo contraddire la saggezza dei detti popolari. Il testo si propone, fin dall’inizio, in modo abbastanza ambiguo: per carità, nulla che possa essere facilmente captato dal lettore ideale e questo già fa intuire il target medio a cui aspira. Per farvela breve, il sunto è un paragone tra letteratura e il mondo di YouTube, dove la prima trova qui (moralmente) una gloriosa vittoria. Il paragone suona però un po’ come chiedere se sia meglio cucinare la carbonara con o senza cipolla. Di primo acchito, l’impressione è che di questa piattaforma i due giornalisti non ne capiscano un tubo. Sono loro stessi, peraltro, a precisare che di video ne hanno visto due o tre. E già qui sorge, o meglio dovrebbe sorgere, l’interrogativo: “perché diamine ci state tirando su un editoriale?!”. Probabilmente tutti se lo sono chiesto, tranne gli autori a quanto pare. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza: YouTube è una piattaforma web fondata nel 2005, dove chiunque può caricare un proprio contenuto. Nasce infatti con lo scopo di condividere tra gli utenti dei video amatoriali. Già nel 2007 si intravedono quelli che, di lì a pochi anni, sarebbero diventati i primi veri e propri YouTubers come ora li intendiamo.Sono per lo più ragazzi, animati dall’intenzione di creare contenuti divertenti su argomenti frivoli, quali ad esempio i videogame. Era l’epoca dei forum, degli albori dei social e delle prime forme di “condivisione” come oggi la intendiamo. Mai chi vi era coinvolto avrebbero immaginato che il suo hobby si sarebbe poi mutato in un vero e proprio lavoro. E, infatti, non tutti hanno proseguito la loro carriera, preferendo invece terminare gli studi universitari o intraprendere altri tipi di lavori. Chi invece ha scommesso su questo sito non per forza, come mal riferito in questo e altri articoli, ha abbandonato gli studi: molti di questi ragazzi continuano infatti il percorso universitario, coniugando lavoro e studio. Al giorno d’oggi lo YouTuber non è una categoria lavorativa riconosciuta dallo Stato italiano ma, così come sono retribuiti, allo stesso modo pagano le tasse come un qualsiasi libero professionista. Non faticheranno come degli operai, ma non è un impiego per tutti: richiede capacità, costanza, impegno, conoscenze e tante altre qualità – ecco il perché nessuno di noi ha mai visto un video di un qualche sopracitato giornalista. Ma non dimentichiamoci mai: “solo le scimmie applaudono per niente”. Ecco spiegato l’encomio nei confronti di quei trafiletti colmi di spocchiose critiche; non sarebbe infatti vuota una protesta non sul guadagno, ma sul fatto stesso di guadagnare, mossa nei riguardi di un presentatore TV (…e più in generale di un qualsiasi altro lavoratore)? Possiamo così evincere, dal vostro pezzo, unicamente la triste volontà di acchiappare qualche lettura trattando un tema mainstream e appoggiando tesi promiscue, o facilmente appetibili dal pubblico, col risultato però di distribuire informazioni a vanvera. Voltaire non diceva forse di amare la verità? Ma d’altronde “l’informazione viaggia alla velocità della luce, ma la comprensione viaggia alla velocità del buio”. A scanso di equivoci, almeno una certezza ve la vorrei dare: YouTube finora non uccide e non nuoce gravemente la salute dei vostri cari. Non date retta ai ciarlatani, ma verificate con l’esperienza diretta. E ricordatevi: non c’è niente di più affascinante del lasciarsi inebriare dal sapere di chi padroneggia una determinata branca del sapere nella sua totalità. Cos’altro ci resta, dunque, se non fremere nella snervante attesa di un nuovo editoriale dei nostri amati Fais e Brullo circa il mondo di YouPorn?

Matteo Matta

 

L’editoriale di Matteo ci è piaciuto. Sale in zucca, giusta dose di sfacciataggine, una certa verve stilistica. Quindi, eccolo qui. Il ‘contro-editoriale’ coi controcosi. Specifico, per ciò che mi riguarda, un paio di cose. Primo. Bastava leggere il mio editoriale per capire che per me tivù, YouTube o automobili sono la stessa cosa. Mezzi. Se uno usa bene il mezzo, è un asso; se lo usa male, è un cretino. Quanto a mezzi, non c’è differenza. Dico di più – questa è la seconda cosa. Per me non c’è differenza tra YouTube e un libro. La differenza sta, sempre, nel contenuto. Ancora preferisco le lettere di Kafka alle diffuse cretinate degli youtuber – ma anche ai paludati ‘editoriali’ delle più prestigiose ‘firme’ della stampa patria, perché per me tra Corrado Augias o Favij non c’è differenza, conta, come sempre, da sempre, il contenuto. Per questo, penso che Matteo, imbarcato come collaboratore di ‘Pangea’ per eccesso di materia grigia, dovrebbe condividere la nostra battaglia (caro Matteo, difficile accusare di essere un clickbait o come si chiama chi vagabonda – via etere – per il mondo letterario scovando grandi poeti, sconosciuti in Italia, su cui costruire le copertine di ‘Pangea’, per questo assai poco cliccate, ma sai cosa ti dico? non me ne frega un click…): brandire Dylan Thomas – che potrebbe essere mio nonno – Emily Dickinson – la mia trisnonna – e Leopardi – ancestrale avo – contro l’idiozia odierna. Facciamo un canale YouTube in cui leggiamo l’opera omnia di Rilke, di Pasternak e di Mario Luzi, giusto per bonificare l’etere. E state certi: “Le relazioni pericolose”, di un francese vissuto tre secoli fa, sono più eccitanti della Nappi. Provare per credere. (d.b.)