“Scrissi del mio amore per gli esseri umani e della mia solidarietà con il loro dolore”: Vasilij Grossman, uno scrittore contro il potere

Posted on Giugno 22, 2019, 7:14 am
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Una scena mi è parsa emblematica. L’emblema, straordinario e straziante per esattezza, dei rapporti tra lo scrittore e la Storia, tra la scrittura e l’esercizio del potere. Il potere, esemplificato da una costruzione astratta – che sia lo Stato, il Tribunale, la Legge, la sopraffazione di un regime – che impedisca l’affronto frontale, non manda più al rogo l’eretico, non brucia più i libri del poeta, esaltandone la carica incendiaria. Confisca. Ruba. Custodisce in casse caine. Provai, tempo fa, a scrivere in modo ‘teatrale’ dell’episodio, per me una icona, accaduto a Vasilij Grossman. Lo ricalco.

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“Immaginate. Chiudete gli occhi. Ampliateli, come candele. Immaginate. Immaginare che abbiano messo il vostro cuore in un cassetto.

Il palazzo è enorme. Una città. Anzi, no, un alveare. Un immenso alveare di cemento. In questo alveare gli uffici sono tantissimi. Infiniti. In alcuni uffici è accesa la luce. In altri no. Chi vi lavora? Che lavoro si svolge? Noi non lo sappiamo. Sappiamo che quello è il cuore dello Stato. Il cuore del potere. E che in uno di quegli uffici, ma non sappiamo quale, c’è una cassettiera. E che in un cassetto di quella cassettiera c’è il vostro cuore.

Come sonnambuli, ansimanti, vagate per la città oceanica, caracollate per Mosca. Come corpi senza un cuore. Guardate quel palazzo, che ha il ruolo di incutere terrore. Sembra un giaguaro di cemento, in effetti. Guardate quel palazzo e sapete che da qualche parte, lì c’è il vostro cuore. E che il vostro cuore vi è stato sottratto per sempre. Hanno messo il vostro cuore in un cassetto.

Siamo nella primavera del 1962. Lo scrittore Vasilij Grossman scrive a Nikita Chruščëv, Presidente del Consiglio dei Ministri dell’Unione Sovietica. “A metà febbraio 1961 ufficiali del KGB si presentarono a casa mia con un mandato di perquisizione e requisirono varie copie e abbozzi del manoscritto di Vita e destino. Simultaneamente, vennero sequestrate anche le copie consegnate a Znamja e Novyj Mir. Questo segnò la fine delle mie speranze di veder uscire un lavoro, che mi aveva richiesto dieci anni di sforzi”.

Il cuore di uno scrittore è la sua opera. Vasilij Grossman era ebreo, ma era un ebreo che non creava problemi. Intelligente, ateo, aderì all’ideologia comunista: durante la Seconda guerra è sul campo di battaglia, a Stalingrado. Scrive dei reportage di guerra straordinari; i suoi romanzi strappano gli applausi dei ‘compagni’: è uno scrittore allineato. Che presto diventa un alienato. Cosa accade? Accade che Grossman capì che i metodi dei nazisti non erano diversi da quelli proposti da Stalin. Capì che il ‘bene di Stato’ provoca stermini, che la ‘ragion di Stato’ crea i Gulag e i campi di concentramento. Così, Grossman si concentra, passa dieci anni a scrivere Vita e destino. E quel romanzo gli viene sequestrato. Non lo vedrà mai più. «Il Suo lavoro è pericoloso per il popolo sovietico. La sua pubblicazione sarebbe nociva non solo per il popolo sovietico e per lo Stato sovietico, ma anche per tutti coloro che stanno lottando per il comunismo al di là dei confini dell’Unione Sovietica, per tutti quei lavoratori progressisti nei paesi capitalisti, per tutti coloro che lottano per la pace. Il Suo romanzo farebbe il gioco del nemico»: così gli dice Michajl Suslov, burocrate di regime, censore stipendiato, il 23 luglio del 1962. Nel 1962 nascono i Beatles e muore Marilyn Monroe, esce il primo film della serie 007 e il Presidente Kennedy lancia la sua sfida per conquistare la Luna, ed è John Steinbeck a vincere il Nobel per la letteratura. Beh, in quello stesso 1962 un dirigente pubblico dice al più grande scrittore del suo paese che «I nostri scrittori sovietici devono solamente produrre ciò che serve ed è utile per la società». Dice che il romanzo di questo scrittore, Vita e destino, definito il più possente romanzo sul male del Novecento e sull’ostinazione al bene, sarà sequestrato. Non lo bruceranno. Badate. Non lo distruggono. Lo sequestrano. Solo così il regime può tenere in mano il cuore dello scrittore. Ma qual era la colpa di Grossman? “Facendo del mio meglio con le mie limitate capacità, scrissi sulle persone comuni, il loro dolore, le loro gioie, i loro errori e le loro morti. Scrissi del mio amore per gli esseri umani e della mia solidarietà con il loro dolore”, così dice lui. Questa, questa è la colpa. Cosa è successo? Succede che la scrittura è sempre, quando è autentica, ostile al potere”.

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Vasilij Grossman muore quando gli sottraggono Vita e destino, perché il destino di uno scrittore è legato alla propria opera; poi muore, ancora, nel corpo, neanche sessantenne, nel 1964, 55 anni fa. In Italia, fino a poco fa, c’è stata una specie di ubriacatura per Grossman. I suoi libri sono editi da Adelphi – Vita e destino, il capolavoro immane, ma anche L’inferno di Treblinka, così necessario. Un bel libro per conoscere Grossman lo ha pubblicato Marietti dieci anni fa, si intitola Le ossa di Berdičev. La vita e il destino di Vasilij Grossman, ed è scritto da due studiosi americani, John e Carol Garrard. A Torino esiste anche uno Study Center Vasilij Grossman. Fatto è che l’ultimo libro di Grossman è stato pubblicato da Adelphi nel 2015, Uno scrittore in guerra, una raccolta di reportage dal cuore della Seconda guerra.

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Piuttosto, nel mondo anglofono si torna a parlare di Grossman con una certa effervescenza. I pretesti editoriali – connessi all’anniversario della morte – sono due. Da un lato la pubblicazione di una nuova biografia, Vasily Grossman and the Soviet Century, a cura di Alexandra Popoff per la Yale University Press (che ha offerto, in questi giorni, a Sheila Fitzpatrick il crisma per una articolessa, A Complex Fate. Vasily Grossman in war and peace pubblicata su “The Nation”). Dall’altro, soprattutto, è la pubblicazione di Stalingrad – cioè: “Per una giusta causa” – scritto nel 1952, che costituisce il prototipo e il precursore di Vita e destino, il romanzo che ne anticipa temi e personaggi, a galvanizzare la stampa anglofona. “Stalingrad è uno dei grandi romanzi del XX secolo, pubblicato per la prima volta in lingua inglese. In origine, Grossman immagina Stalingrad e Vita e destino, il suo capolavoro, come una singola opera organica. Stalingrad è un prequel di abbagliante splendore”, gorgheggia, dal Guardian, Luke Harding. “Stalingrad equivale a Vita e destino: è, indiscutibilmente, un libro più ricco, che si snoda attraverso le storie di uomini per concederci al senso della bellezza e della fragilità della vita”. Un paio di settimane fa – faccio del cerchiobottismo culturale – il Telegraph ha scritto di Stalingrad dicendolo “Un Guerra e pace del XX secolo”.

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Vasilij Grossman ha descritto con raffinatezza il pitone del potere. In Tutto scorre… (Adelphi, 1987) le pagine su Lenin sono di micidiale lucidità. “In un dibattito Lenin non cercava la verità, cercava la vittoria… Tutte le sue facoltà, la sua volontà, la sua passione erano subordinate a un solo scopo: prendere il potere… La capacità di calpestare nel fango l’avversario senza scomporsi, di tramortirlo in un dibattito, si associava in modo incomprensibile al gentile sorriso, alla timida delicatezza. La spietata crudeltà, il disprezzo per la cosa più sacra alla rivoluzione russa: la libertà, e lì accanto, dentro il petto dello stesso uomo, il puro entusiasmo giovanile per una buona musica, un bel libro”. L’anamnesi di Stalin è egualmente impeccabile: “Nel carattere di Stalin, in cui l’asiatico si fondeva con il marxista europeo, si esprimeva il sistema del carattere statale sovietico. Lenin incarnava il principio nazionale russo storico, Stalin il sistema statale russo sovietico. Il sistema statale russo – nato in Asia ma abbigliato all’europea – non è storico ma metastorico… Dalla sua fede negli incartamenti burocratici e nella forza della polizia quale forza principale di vita, dalla sua segreta passione per le uniformi e le decorazioni, dal suo inaudito disprezzo della dignità umana, della sua deificazione dell’assetto ministeriale e burocratico, dalla sua disponibilità a uccidere un essere umano per amore della sacrosanta lettera della legge, e in quel punto stesso a disprezzare la legge per amore di un mostruoso arbitrio – saltava fuori la gerarchia poliziesca, lo spirito del gendarme”.

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Si intitola La Madonna a Treblinka, però, alle mie orecchie, il testo miliare di Grossman (io lo leggo in una edizione fragile, che sta in una mano, stampata dalle Edizioni Medusa nel 2006; il testo è raccolto come La Madonna Sistina nel tomo Il bene sia con voi!, Adelphi, 2011). Qui Grossman racconta l’esposizione, a Mosca, del quadro di Raffaello, era il 1955, prima che lo stato sovietico lo restituisse alla Pinacoteca di Dresda. Quel quadro, di devastante dolcezza, dove la Madonna, una mamma, sembra vedere il volto, a falangi, di quelli che verranno a estirpargli il Figlio e a mangiarlo (“Madre e figlio sono come un unico essere, e tuttavia qualcosa li separa. Vedono insieme, hanno gli stessi pensieri, sono uniti – ma tutto induce a pensare che si separeranno, non può essere altrimenti, poiché l’essenza della loro unione consiste appunto nel fatto che dovranno separarsi”), diventa il centro del mondo, un’opera d’arte che custodisce l’uomo per varcarlo. “…e pur rimanendo intatta la mia enorme ammirazione per Rembrandt, Beethoven, Tolstoj, compresi che di tutto ciò che era stato creato da un pennello, da uno scalpello, da una penna – soltanto questo quadro di Raffaello non morirà finché sarà vivo l’uomo. Ma forse, se anche l’uomo morirà, altri esseri che resteranno sulla terra al suo posto – lupi, ratti, orsi, rondini – verranno, camminando o volando, ad ammirare la Madonna”. L’opera si incunea nella Storia, con nitore di stimmate: s’incarica di ogni essere, ha il dono di una commozione primordiale, prelogica. “Non c’è stato tempo più terribile del nostro – diremo – ma non abbiamo permesso che nel genere umano si estinguesse l’umanità. Contemplando la Madonna Sistina manteniamo la nostra fede nel fatto che vita e libertà siano inscindibili e non vi sia nulla di più alto dell’umanità dell’uomo. Questa umanità sopravvivrà in eterno, e vincerà”.  Di fronte all’opera non c’è riconoscimento, ma riconoscenza. Non c’è niente da conoscere in ciò che toglie il fiato. Resta quello. La riconoscenza. La capacità di inginocchiarsi davanti alla cosa grande. (Davide Brullo)