“Tutto l’universo intero era poesia”. Varlam Salamov, lo scrittore assoluto. In UK dicono che “è una figura decisiva, quanto Primo Levi”. Un verminaio di appunti per capirci

Posted on Gennaio 21, 2020, 12:52 pm
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Da un paio d’anni, nel mondo anglofono, si parla di Varlam Salamov (1907-1982), il grande scrittore russo. Nel 2018, infatti, Donald Rayfield ha cominciato a tradurre, integralmente, le Kolyma Stories. Quest’anno il lavoro è giunto a conclusione, con il tomo Sketches of the Criminal World. Further Kolyma Stories. “Le traduzioni di Rayfield sostituiscono quelle precedenti… Le sue versioni sono chiare, riproducono il tono freddo e spesso lapidario di Salamov. Questi volumi colmano una grave lacuna nella nostra comprensione del secolo scorso. Salamov non è soltanto un testimone: è un grande poeta, uno dei narratori russi più importanti di sempre. È una figura decisiva, tanto quanto Primo Levi”, ha sentenziato, qualche giorno fa, Robert Chandler sul “Financial Times”. Negli stessi giorni è uscita anche Mia Levitin sullo “Spectator”, con un titolo a caratteri cubitali: “I racconti della Kolyma di Varlam Salamov sono tra i più strazianti di tutta la letteratura”. Un articolo di Patrick Kurp sulla “Los Angeles Review of Books” sintetizza l’opera con un allarme: “I lettori siano avvisati. I racconti della Kolyma non sono una lettura per deboli o per puri di cuore. La sofferenza, benché mediata dall’arte, è infinita”. Mi domando chi desideri letteratura per puri di cuore.

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In Italia i testi di Salamov cominciano a circolare nel 1976, grazie a Piero Sinatti, per Savelli; nel 1992 esce per Theoria uno smilzo, importante volume, Nel lager non ci sono colpevoli. Una edizione, antologica, dei Racconti della Kolyma è tradotta da Marco Binni per Adelphi (1995), quella integrale esce, nella versione di Sergio Rapetti e di Piero Sinatti, per Einaudi, nel 1999. Dalai stampa una ulteriore versione nel 2010 (traduce Leone Metz), mentre l’edizione Newton Compton del 2016 riprende la versione di Sinatti. Molto ha fatto, per diffondere anche il lavoro poetico di Salamov, La Casa di Matriona (ad esempio, Il destino di poeta). Salamov è un poeta, importante, meriterebbe una edizione di pregio:

Sono uscito nell’aria limpida
ho alzato gli occhi al cielo
per comprendere le nostre stelle
il loro splendore in gennaio.

Ho trovato la chiave dell’enigma;
ho afferrato il mistero dei geroglifici;
ho portato nella nostra lingua
il lavoro del poeta stellare.

Più lo leggiamo, più scorrono gli anni, più Varlam Salamov mi pare lo scrittore decisivo. Segue un verminaio di appunti sull’opera di Salamov, la sua necessità.

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“Noi cantiamo in mezzo a chi ama la nota trasparente/ delle cicale, non il chiasso dei somari”, canta, con cinico sussurrio, Callimaco, intimando di percorrere, in letteratura, “piste vergini”. Il poeta, lo scrittore quando è grande sente l’urgenza di seguire “piste vergini”, cioè di sondare l’ignoto, stimolare l’imprevisto, esprimere l’inaudito. Lo scrittore è un corsaro, un avventuriero che ci conduce in luoghi inesplorati, e perfino inesplicabili. Varlam Salamov, il più tragico e dostoevskijano scrittore del secolo scorso, ci aiuta a capire (dacché la storia della letteratura non è sincronica, ma procede per balzi quantici) cos’è questa “pista vergine”. L’opera maggiore e magmatica di Salamov, quella a cui lavorò per tutta la vita, è un poderoso, magnetico romanzo per frammenti che s’intitola I racconti della Kolyma. Con forza priva di precedenti si svela e narra l’orrore dei Gulag, i campi di sterminio sovietici. Aleksandr Solzenicyn, il Tolstoj del Novecento, il documentarista mirabile di Arcipelago Gulag resta un passo indietro, lo dice lui stesso, “con rispetto riconosco che proprio a lui e non a me è stato dato in sorte di toccare il fondo di abbrutimento e disperazione verso cui ci spingeva tutta l’esistenza quotidiana nei lager”. L’unico maestro di stile, in questo caso, resta il Dostoevskij di Memoria di una casa morta, il libro del 1861 che narra la sua esperienza di prigionia, e che contiene perle agghiaccianti di questo tipo: “Una volta mi venne da pensare che, se si fosse voluto totalmente schiacciare, annientare un uomo, punirlo col castigo più orrendo, tanto che il più efferato assassino dovesse tremarne e anticipatamente averne spavento, sarebbe bastato soltanto conferire al lavoro il carattere di una perfetta, assoluta inutilità e assurdità”.

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Le autorità sovietiche costrinsero Salamov, che pure un ottimo poeta, a sconfessare la propria opera nel 1972. Il testo integrale del capolavoro vedrà luce in Russia solo vent’anni dopo, nel 1992. L’attività della scrittura si compia sempre sul filo del rischio, personale o collettivo, stimola terrore, paura, inaccettabile orrore. Salamov non traccia nei suoi racconti, esteticamente perfetti, cechoviani, un “diario di prigionia”, fa molto di più. Definisce senza possibilità di ritorno la depravazione umana, blocca nel ghiaccio l’attimo in cui l’uomo, oppresso da una prigionia ossessiva e stagnante, diventa bestia, anzi, meno ancora di bestia. Qualcosa di simile a un insetto. La mente per assonanza si volge a Franz Kafka, e non è errato il salto. Salamov, che pure racconta qualcosa di realmente accaduto, è così bravo a selezionare i ricordi, a centellinare e raffinare le frasi, da mutare il Gulag in qualcosa di simbolico, di allegorico e proverbiale. Il Gulag e il prigioniero divengono simboli dell’esistenza umana, figure del male che agisce e frustra il mondo.

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Salamov sarebbe diventato un poeta, racconta, amava Shakespeare, Tjutcev e i grandissimi poeti russi. Fu obbligato a diventare uno scrittore feroce e crudelmente eccelso (“Mi preparavo a diventare Shakespeare. Il lager ha spezzato tutto”). A volte i tempi e le esperienze ci obbligano a queste conversioni, e la scrittura è sempre schiava della verità, non del gioco. Prima di tornare alla “pista vergine”, cerchiamo di penetrare nella bottega di Salamov. “Ogni mio racconto è assolutamente autentico. Ha l’autenticità del documento”, disse nel 1971, rispondendo a un’intervista di Irina P. Sirotinskaja (ora in Varlam Salamov, I racconti di Kolyma, Einaudi 1999). “L’autore stesso è un testimone, con ogni sua parola, con ogni virata della sua anima dà la formula definitiva, esprime la sentenza”. In un racconto dal titolo La cravatta Salamov è più esplicito: “Non saranno più gli scrittori a prendere la parola, ma degli specialisti con il dono della scrittura. E racconteranno soltanto quello che conoscono e che hanno visto. L’autenticità – questa sarà la forza della letteratura del futuro”. Le parole capitali sono queste tre, “testimone”, “sentenza”, “autenticità”. La scardinante esperienza di Salamov – cioè di un uomo che si preparava “a diventare Shakespeare”, cioè di un poeta – insegna che non è più tempo di giocare a fare i poeti o gli scrittori. C’è qualcosa di definitivo in quello che scrive Salamov, di drammatico. Abbiamo giocato con le parole finché non sono nati i lager. Ora non è più tempo di giocare. Sospesi sull’abisso, sprofondati nel nulla, scriviamo soltanto parole urgenti, definitive, ultime. Il resto non può importarci più. È vero, se l’uomo smetterà di narrare storie finirà il mondo, ma quali storie ora sono degne di venire narrate? Testimoniare l’orrore, il male, sempre. La scrittura diventa un atto puro di resistenza alle tenebre.

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Nel racconto Cherry-Brandy, senza nominarlo, dopo un incipit delicatissimo (“Il poeta stava morendo”), Salamov racconta gli ultimi istanti di Mandel’stam, nella baracca. “Tutto l’universo intero era poesia: il lavoro, lo scalpitio dei cavalli, una casa, un uccello, una roccia, l’amore – tutta la vita entrava facilmente nei versi e ci si installava comodamente. […] Il meglio è ciò che non viene annotato, che è stato creato e scompare, che si scioglie senza lasciare traccia, e solo il lavoro creativo che il poeta sente, e che non si può confondere con nient’altro, è la prova che una poesia è stata creata, che il bello è stato creato”. Ecco cosa capisce Mandel’stam mentre muore.

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La pagina che introduce I racconti della Kolyma s’intitola Sulla neve. “Come si apre una strada nella neve vergine?”, si domanda il narratore, mentre noi riandiamo alla “pista vergine” di Callimaco. Soltanto dopo che Salamov ci ha spiegato per filo e per segno come si compie questa operazione (“Come viene aperta una strada nella neve vergine? Un uomo avanza per primo, sudando e imprecando, muove con difficoltà una gamba poi l’altra, e sprofonda ad ogni passo nello spesso manto cedevole. L’uomo è sempre più lontano e nere buche irregolari segnano il suo cammino. Stanco, si allunga sulla neve, accende una sigaretta e il fumo della machorka si espande lentamente in una piccola nuvola azzurrina sopra la bianca neve scintillante”), capiamo che si cela la metafora, la tremenda allegoria. Gli scrittori sono quelli che esplorano la neve vergine, ovvero i luoghi ignoti e impervi, e preparano la via, battendola per bene, affinché scorrano trattori e cavalli, e “su quelli non vanno gli scrittori, ma i lettori”. Il dramma è struggente, perché qui, a differenza di Callimaco, l’opzione stilistica si attanaglia a un’esperienza tremenda, che spella. Ancora una volta ci è chiaro che lo “stile” non è una raffinatezza metodologica, perfino eretica e percussiva (come in Callimaco), ma qualcosa che riguarda la vita e l’anima dello scrittore, in qualche misura fondamentale. Ne costituisce, insomma, la spina dorsale. In un’epoca priva di gloria, né omerica né romantica ma neppure fissa e ruotante attorno a certezze facili ma necessarie (chessò, la triade fede-patria-famiglia), la lezione di Salamov, cioè di una scrittura “per la sopravvivenza” è forse l’unica ancora ascoltabile. (d.b.)

*In copertina: 1929, fotografia segnaletica di Varlam Salamov, all’epoca del primo arresto; aveva 22 anni