“Il virus ci obbliga alle domande estreme: nel pieno della civilizzazione, è tornato il Medioevo”. Un editoriale di Mario Vargas Llosa

Posted on Aprile 09, 2020, 10:43 am
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Il coronavirus sta devastando la Spagna. O meglio, il terrore che semina questo virus proveniente dalla Cina occupa tutti i notiziari, le radio e i periodici; chiuse scuole e università, biblioteche e teatri, paralizzate le Fallas di Valencia, cancellate le sessioni plenarie delle Corti, gli eventi sportivi senza pubblico; anche se i fornitori dicono che i rifornimenti non mancheranno, gli scaffali dei supermercati sono semivuoti, segno che si fanno scorte di prodotti di prima necessità, per quello che si prevede un lungo periodo di reclusione; e naturalmente, in tutte le conversazioni non si parla d’altro.

In termini pratici tutto questo è esagerato, ma non c’è niente da fare. La Spagna ha paura e i governi, sia quello nazionale che quelli delle comunità autonome, scendono in campo contro la terribile epidemia con misure sempre più forti e restrittive, in linea di massima approvate dagli spagnoli.

Le statistiche non sono mai state in grado di tranquillizzare una società corrosa dal panico e questo ne è un esempio a riprova. Nel bel mezzo della civilizzazione, ecco riapparso il Medioevo, nel senso che molto è cambiato da allora, ma molto altro no. Un esempio: la paura della pandemia. E a questo proposito, la letteratura sperimenta un’inevitabile rinascita nei periodi di paura collettiva: quando non capiscono cosa stia accadendo, le società si rivolgono ai libri, in cerca di spiegazioni. Il peggior romanzo di Albert Camus, La peste, è stato subito rispolverato e, sia in Francia che in Spagna, si sfornano nuove edizioni di un libro mediocre diventato un bestseller.

Nessuno sembra accorgersi del fatto che nel mondo niente di tutto ciò sarebbe successo se la Cina Popolare fosse un paese libero e democratico, e non la dittatura che è. Almeno un medico autorevole aveva scoperto questo virus già da tempo e, invece di adottare le misure necessarie, il governo ha tentato di occultare la notizia, di mettere a tacere questa voce assennata (o queste voci assennate) e di impedirne la diffusione, come fanno tutte le dittature. Quindi, come a Chernobyl, è stato perso molto tempo in cerca di una cura. Il morbo è stato identificato solo quando ormai si stava già espandendo. È positivo che stia succedendo adesso e che il mondo veda che il vero progresso è inerme, quando non accompagnato dalla libertà. Cambieranno finalmente idea i folli che pensano che l’esempio della Cina, ovvero il mercato libero con una dittatura politica, sia un buon modello per il Terzo Mondo? Non può essere così e ciò che è successo con il coronavirus dovrebbe aprire gli occhi ai ciechi.

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La peste è stata uno dei peggiori incubi della storia dell’umanità. Soprattutto durante il Medioevo. Portava i nostri antenati alla disperazione e alla follia. Barricati dentro le solide cinta murarie che avevano eretto per proteggere le città, difesi da fossati colmi di acque avvelenate e ponti levatoi, non temevano tanto i nemici tangibili, poiché contro di essi potevano difendersi ad armi pari, affrontarli con spade, pugnali e lance. Ma la peste non era umana, era opera del demonio, un castigo di Dio che si abbatteva su tutta la popolazione e puniva sia peccatori che innocenti: non vi era rimedio, se non pregare e pentirsi dei peccati commessi. La morte era lì, onnipotente, e dopo di essa le eterne fiamme dell’inferno. L’irrazionalità imperversava in ogni dove e alcune città tentarono di placare la piaga infernale offrendole in dono sacrifici umani, di streghe, maghi miscredenti, peccatori non pentiti, insubordinati e ribelli. In Egitto, Flaubert vide che ancora i lebbrosi, per le strade, suonavano dei campanelli per avvertire gli altri di allontanarsi, in modo da non vedere le loro piaghe purulente (e contagiose).

Ecco perché la peste appare a malapena nei romanzi cavallereschi, che mostrano altri aspetti, più positivi, del Medioevo, come le straordinarie prodezze fisiche: Tirant lo Blanch sconfigge da solo giganteschi eserciti. Però gli avversari dei cavalieri erranti sono esseri umani, non diavoli ed è il diavolo ciò che teme l’uomo medievale. I demoni che, nascosti nel cuore delle epidemie, colpiscono e uccidono senza distinzione tra colpevoli e innocenti.

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Questo antico terrore non è scomparso del tutto, nonostante gli enormi progressi della civilizzazione. Tutti sanno che, come nel caso dell’AIDS o dell’Ebola, il coronavirus sarà una pandemia temporanea, che gli scienziati dei paesi più avanzati troveranno presto un vaccino e che tutto questo finirà e in futuro sarà storia appassita, di cui ci si ricorderà a malapena. Non passerà invece la paura della morte, dell’aldilà, che è ciò che si annida nel cuore del panico, del timore delle pandemie. La religione allevia questa paura, ma non la estingue; rimane sempre nelle viscere di tutti i credenti, questo malessere che a volte si ingigantisce e si trasforma in terrore di ciò che verrà una volta superata la soglia che separa la vita da quello che c’è al di là di essa: l’estinzione totale ed eterna? La splendida separazione profetizzata dalle religioni, tra buoni in cielo e malvagi all’inferno, sotto il giudizio di un dio cinico? Qualche altra forma di sopravvivenza di cui neanche saggi, filosofi, teologi, e scienziati hanno avuto sentore?

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L’epidemia rievoca all’improvviso tali domande che normalmente sono confinate alle profondità della personalità umana e le porta al presente, chiama tutti a rispondere subito, a prendere atto della propria condizione di essere transitorio. È difficile per ognuno accettare che tutto ciò che c’è di bello nella vita, l’avventura perenne che è, o che potrebbe essere, sia opera esclusiva della morte, prendere atto del fatto che a un certo punto questa vita avrà fine. Che se la morte non esistesse, la vita sarebbe un mortorio infinito, senza rischio, né mistero; una ripetizione cacofonica di esperienze, fino ad arrivare alla sazietà più raccapricciante e ottusa. Che è grazie alla morte che esistono l’amore, il desiderio, la fantasia, le arti, la scienza, i libri, la cultura, tutto ciò che rende la vita sopportabile, imprevedibile, entusiasmante. La ragione ce lo spiega, ma l’irrazionalità che alberga dentro di noi ci impedisce di accettarlo. Il terrore delle epidemie è semplicemente la paura della morte, che ci accompagnerà sempre come un’ombra.

Mario Vargas Llosa

*Mario Vargas Llosa è Nobel per la letteratura 2010; in Italia i suoi “Romanzi” sono raccolti nei ‘Meridiani’ Mondadori, gran parte dell’opera è edita da Einaudi, “I racconti della peste” sono editi da Passigli. L’articolo, pubblicato su “El Pais” come “Regreso al Medioevo?”, è stato tradotto da Valentina Gambino