Valentino usa i poeti per fare moda. Sono tutti belli, ex modelli, impegnati nel sociale, molto social. Insomma, una pernacchia in faccia alla poesia (e c’è anche Allah in passarella)

Posted on Marzo 04, 2019, 12:00 pm
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Ora potete sputare sulla mia ingenuità.

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Serata solitaria, sciacalli lungo la riviera, l’ululato della malia. Cassone a sfamarmi, il tiggì di Rai 2 per farmi sentire parte della Storia. Il servizio parla di moda. Ascolto distrattamente. Si parla di una sfilata di Valentino. Il giornalista dice pressappoco che “Valentino ha usato per esaltare la nuova collezione i versi di alcuni poeti contemporanei”. Il cassone mi pare aragosta. Esulto. Con un tot di morigerata invidia. Chi saranno i “poeti contemporanei” che sfogano la loro vena lirica sugli abiti di Valentino?

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Per un po’ – sputate sulla mia ingenuità da agnellino con fauci da lupo – strologo. Saranno i versi di Milo De Angelis o quelli di Maurizio Cucchi? No, i guru della moda andranno su poeti più modaioli, penso a Isabella Leardini e alle truppe dei suoi lirici liceali. Certamente ci sarà Laura Pugno, forse Antonella Anedda o Mariangela Gualtieri, qualcosa saprà il mio amico Gabriele Galloni.

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Ora sputate sulla mia spuntata ingenuità da idiota con la maschera da Minotauro.

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Mi informo. La collezione è una evoluzione del progetto Valentino On Love, che prevede “la realizzazione di una collezione limited edition di 400 borse Valentino Garavani Rockstud Spike rosse con borchie rosse. Ogni borsa è numerata e personalizzata con una delle 400 poesie d’amore che Yrsa Daley-Ward ha dedicato al progetto, viene accompagnata da un libro contenente 25 componimenti inediti dell’autrice e un packaging speciale”. Chi cavolo è Yrsa Daley-Ward? Gran bella ragazza, mamma giamaicana, padre nigeriano, fa la modella e l’attrice, “spende il suo tempo tra Londra e Los Angeles” – che figata: io lo ‘spendo’, da straccione, tra Riccione, Misano e Milano, ogni tanto… Fa anche la poetessa. Per descrivere le sue poesie, dicono che è “vicina alle questioni femministe, antirazziste e LGBT” e che “le sue poesie, gesti istintivi che raccontano emozioni, hanno raggiunto migliaia di lettori e lettrici in tutto il mondo”. La schiena è attraversata da una scansione di cubi di ghiaccio. La ragazza è bella, sufficientemente ricca per vivere tra UK e USA, descritta, esteticamente, per i temi etici che tocca e attraverso i lettori che ne sono toccati.

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Provo a leggere una poesia di Yrsa, s’intitola Profumo, comincia così:

In teoria
Ti ho scritto fuori dalla mia memoria.
Comunque, il centro della mia faccia
Rifiuta di essere detto.

Sono annullata. Forse c’è aria nella mia testa.
Tre anni. E ho lavorato troppo nel nostro amore.
Tra anni

E non posso annullare il problema del tuo profumo.

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Diciamo che non mi pare memorabile. Con un po’ di sgomento continuo a informarmi. Leggo dal blog di Michele Ciavarella, sul Corriere della Sera. “Sugli abiti di questa collezione, discretamente ricamate all’interno di cappotti e di abiti, gelosamente inserite nei ricami e nelle stampe, ci sono le poesie di quattro poeti, Greta Bellamacina, Mustafa The Poet, Yrsa Daley-Ward, Robert Montgomery”. Non ci sono poeti italiani. Forse, non ci sono proprio poeti, ma poesie utili all’evento.

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Greta Bellamacina è un’altra bella tipa: viene da UK, classe 1990, fa la modella, l’attrice, è anche poetessa. Robert Montgomery è il marito di Bellamacina, classe 1972, è il più poeta di tutti – vizi sessantottini e un amore, dice, per Philip Larkin – celebre per certe azioni legate all’inclusione, all’amore planetario poetico e per le installazioni liriche: una delle ultime diceva “Le persone che ami diventano fantasmi dentro di te ed è così che le fai vivere”, roba che neppure i Baci Perugina. Mustafa the Poet è attore pure lui, poeta per necessità artistica, bilancia il quadro sul lato della tolleranza razziale e religiosa: “utilizza il potere delle arti”, si legge nel suo sito specifico – dacché tutti questi poeti hanno un sito internet proprio, figo – “toccando argomenti come la situazione giovanile, la malattia mentale, l’Islam, l’immigrazione, la violenza, la ricerca della pace”. Se aprite il suo sito, Mustafa vi dice che è “Solo grazie ad Allah e poi alla mia famiglia… sono riuscito a crescere come artista”. In un recente ‘cinguettio’ Mustafa ci dice che “Non vizierò il mio successo con cose di lusso: saprai che sono buono quando vado alla Mecca tre volte all’anno”. Prima di andare alla Mecca, però, Mustafa è in passerella, griffa un abito Valentino. Così anche Allah è diventata la divinità dei politicamente corretti.

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Dite che non dovrei indignarmi? Io mi indigno. Vedere la poesia usata come decorazione dei buoni sentimenti e medaglia sugli ottimi fatturati, come altare dei buoni di cuore e panacea per tutte le stron*ate mi fa male.

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Lungi da fare il tango con gli snobismi: non contano i nomi – le griffe o le gaffe – ma le poesie, l’opera. Alla maison Valentino, brutalmente, dell’opera frega nulla. Ha scelto una nera impegnata per i diritti LGBT, un musulmano che porta Allah in passerella, una coppia di divi lirici inglesi. Tutti, va da sé, belli, fotogenici, social. Politicamente corretto, ormai, è una parola che va bene per i brontosauri, bisogna inventarne un’altra, più adatta, dalle malizie orwelliane. Il poeta non va in passerella, sguaina la spada per partecipare alla guerra degli sconfitti. Detronizza. Scarnifica i miti. Oppure si rinchiude nella purezza. Esagera. Non è servo – serve a liberarci. Se va in passerella, lo fa a suo modo, da disadatto, da re del regno d’altrove. (d.b.)

*In copertina, Greta Bellamacina