Sull’uso delle parolacce in tivù. Niente di male. Breve storia del linguaggio scurrile da Aristofane e Giovenale a Checco Zalone

Posted on Marzo 02, 2020, 10:45 am
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Non è che il pensiero impaginato sia esente da una buona dose di turpiloquio: beh, lo sappiamo tutti! Toccare per credere, verità di Vangelo! Nessun autore prendiamo a scudisciate, però: anzi, lo umanizziamo nel siparietto della nostra vita, sempre più infarcito di spettacoli d’improvvisazione: fateci caso, da un bel po’ di tempo, oramai! Una parola disinibita ha comunque una certa liberazione: le raccomandazioni di Kurt Vonnegut (Hocus pocus, Bompiani) al confronto sono fortemente innaturali. Non credo che le espressioni “che pezzo di escremento!”, “che testa di pene!”, “siamo in una bella casa di tolleranza!” possano fare da scudo a un linguaggio socialmente scorretto. Dimentichiamo il grande Aristofane, che nella commedia Gli Acarnesi, fra molti passaggi coloriti, arriva a dire: «Tu che al culo focoso il pelo radi, tanta barba, o scimmiotto, al mento avendo, camuffato da eunuco, ti presenti?».  Oppure Giovenale, il poeta della satira latina, il cui nome basterebbe a mitigare il politically incorrect di Vittorio Feltri: «Non fidarti dell’apparenza: le strade sono piene di viziosi in cattedra. Condanni l’immoralità tu, proprio tu, che degli efebi di Socrate sei il buco più noto?». Bypasso il Decamerone, perché qualcuno griderebbe al boccaccesco, a torto o a ragione: «Col malanno possa egli essere oggimai, se tu dei stare al fracidume delle parole di un mercantuzzo di feccia d’asino, che venutici di contado e usciti delle troiate, vestiti di romagnuolo, con le calze a campanile e con la penna in culo, come egli hanno tre soldi, vogliono le figliuole de’ gentili uomini e delle buone donne per moglie». Insomma, il Live di Barbara D’Urso sarebbe pure innocente di fronte a questa breve rassegna di esempi.

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A proposito, in quella circostanza, Sgarbi parlava di raccomandazioni, senza pensare al qui pro quo che sarebbe seguitato.  Mi dissocio da quello che sta dicendo Vittorio – ha avuto modo di precisare la Carmencita nazionale con il sorriso sulle labbra –.Già è una puntata un po’ complicata per me questa sera”. “Guarda che non è bella la cosa che hai detto su Stella”, si è permessa di aggiungere, mentre l’uomo continuava a ribadire che una delle ospiti presenti in sala gli fosse stata raccomandata. Come non ricordare gli equivoci su cui Plauto e Terenzio hanno costruito gag spiritose note a chiunque si avvicini a quel portentoso teatro delle origini, consumato e riciclato in tutte le forme che lo hanno continuato, persino negli show, che della Commedia antica sono diretti eredi, come Zelig o Colorado Cafè, in una rilettura contemporanea: e a dire che, in tutto questo, La Pupa ed il secchione, potrebbe pure far pensare ad una commedia di repertorio classico, perché no!? Le impennate non si sono fatte poi attendere: Porca pu**ana! Uno mi ha detto: ‘Ti raccomando una ragazza’. Sono ca**i nostri o no? Va**anculo! Mi hai rotto il ca**o!”. La sua era un’inespressa lezione della Crusca, non è stato compreso ma compresso dallo Studio del Biscione: l’irritazione limbica, forse, è stata eccessiva!? Santo cielo, stava dando fiato a una voce del Dizionario: i paroloni son venuti fuori senza che potesse esprimere al meglio il proprio Verbo. Lo spettacolo nello spettacolo: non è che i nostri predecessori siano stati poi così tanto soft! Certo, erano in pochi a sentirli, benché il loro sguardo bovino, mai sibillino, lasciasse capire di tutto e di più. Pertanto, la parolaccia è una costante del comportamento umano, una corrente elettrica che attraversa da sempre il linguaggio individuale e collettivo: in questa direzione va il long seller più documentato e divertente che abbia avuto modo di conoscere e che, tra le altre cose, Parolacce: perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno (Bur 2006).

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Le sconcezze sono al servizio delle nostre emozioni: non solo dell’odio, ma anche della gioia e del gioco. Non a caso, sono uno degli strumenti dei comici e dei letterati, da Dante Alighieri a William Shakespeare, fino a Checco Zalone. Se le conosci, sai cosa dici: non è che evitandole le taci. Penso a Cicerone e a tutte le volte in cui bacchettava modi popolari involuti dicendo non debes adripere maledictum ex trivio (Non devi trarre un vocabolo scurrile dal linguaggio di strada): uscirsene con trivialità più eleganti, come fu uso Lui in non poche orazioni, fa imparentare con la medesima cafonaggine, almeno credo. Lo stile sicuramente è diverso: il contenuto, malgrado l’animo più contenuto, batte la stessa strada. Forse che sì, forse che no…

Francesco Polopoli