Urca, De André è diventato santo! Potete lordare tutti, anche il Papa, ma non toccate ‘Faber’! Lista di improperi con cui cercano di martirizzarmi. Eppure, cari miei detrattori, il giornalismo esiste per sfigurare i miti

Posted on Gennaio 26, 2019, 11:49 am
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Ma tu guarda, Fabrizio De André è diventato un santo – o sono i lettori dell’ecumene Italia a essere disinvoltamente frustrati? De André, intendo, è entrato nella ‘valletta dei principi’ degli intoccabili: puoi fare, retoricamente, lo scalpo al Papa, sei scemo se non insulti Donald Trump o un politico qualsiasi, ma lui, il ‘Faber’, no, non puoi toccarlo.

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La santità di De André l’ho provata sperimentalmente sulla pelle. L’ultima puntata della rubrica settimanale che curo su Linkiesta, “Il bastone e la carota”, era dedicata a lui. La rubrica nasce risvegliando il genere della ‘stroncatura’, per sua natura polemico, petulante, grottesco, vizioso, poco praticato in Italia, dove si preferisce l’arte dell’insulto. Beh, a vent’anni dalla morte di De André m’è parso giusto rimetterne in discussione il mito. Non amo le celebrazioni con l’incenso – al contrario, amo gli eventi culturali, ragion per cui ho elogiato, su questo giornale il 19 luglio scorso, l’iniziativa curata da Massimo Roccaforte e da Interno4 Edizioni, cioè la ristampa del disco Rimini, con copertina di Eron – e non credo nei miti terreni, penso che nessuno sia intoccabile, penso, come Leopardi, che bisogna fare una costante verifica dei grandi. Insomma: bisogna mordere il titano alla giugulare.

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L’articolo, scritto da uno che ha De André conficcato nel cruscotto della macchina – in particolare: La buona novella, Fabrizio De André [L’indiano], Le nuvole, Anime salve – al netto dell’arte provocatoria (relativa al ‘genere’ giornalistico di riferimento) tocca un paio di temi che mi paiono interessanti. Primo: una canzone è musica & parole, ma a volte, anche se le parole sono pessime, la canzone può essere magnifica, e ad ogni modo De André non è un ‘poeta’, le sue restano ‘canzonette’ (con rispetto parlando) al cospetto dei versi di Mario Luzi o di René Char. A questa prima constatazione se ne lega una seconda. Non è vero che i cantautori, in assoluto, scrivano testi migliori dei cantanti pop. Per giustificare questo concetto ho fatto degli esempi. Il terzo punto sono considerazioni personali: mi pare che De André, sugli altari manco fosse un pensatore, un Heidegger o un Cioran, sia meno imperiale di Battiato e meno musicale di Battisti (i cui testi, chi non lo sa, li ha scritti quel fenomeno di Mogol). Invitavo, nel contempo, a riscoprire Giuni Russo e a leggere, per chi ama le atmosfere liguri, Francesco Biamonti, uno scrittore straordinario. Eppure, dicevo, De André è un santo. Ragion per cui, le orde dei social mi hanno mandato al rogo.

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Ecco una fiera lista di alcuni commenti che ho letto sul mio spazio Facebook e in tour per il web, che introduco con una dida esplicativa:

Il disgustato: Sei riuscito a disgustarmi come pochi. Non tanto per l’analisi scadente e ciononostante pretenziosa, è proprio questo egocentrismo delirante e trasudato da “Ce l’ho lungo” a farmi schifo. Buon proseguimento nel pantheon del giornalismo su “Il giornale”. [ps: ma cosa c’entra il Giornale, su cui per altro son fiero di scrivere – ci scrivevano Piovene, Burgess, Borges – in questo caso? Boh]

Il taglia corto: Libero di dire tutte le cazzate che credi, ci mancherebbe.

Il politicante: Tra le cose più stupide viste/lette nel 2019 fa a gara col video di Bonafede su Battisti.

L’untore: Il problema è che sta roba acquisisce tanta più risonanza quante più stronzate contiene.. è questa la cosa preoccupante. [Il medesimo specifica, poco dopo: Finalmente! Sentivamo la mancanza di un altro rutto editoriale dopo quelli di Feltri e Belpietro]

L’Andy Warhol: A brullo ti serve scrive ste cazzate per avere cinque minuti di notorietà?

 Il saputo: Che spocchioso babbeo! [Il medesimo specifica il concetto poco dopo: Ti dovresti sciacquare la bocca, somaro!]

Il sessomane: Se preferisci la merda tipo anal del rey cazzi tuoi, non sai nemmeno di cosa parlano le suoi canzoni. 

Sull’ignorare: Sig. Davide Brullo, prima di questo articolo non sapevo nemmeno chi fosse e continuerò, con piacere, a “non saperlo”. Dopo aver perso due minuti per leggere il Suo articolo tornerò ad ignoraLa per come merita.

Ah, la celebrità: Mezzucci per far parlare di sé. Poteva risparmiarselo.

Il critico: Che articolo inutile, scritto pure male per giunta.

Il riccio: Ma vai a schiacciare i ricci col culo, magari ti viene meglio che scrivere questi articoli di merda.

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Non faccio la lista di insulti, velate minacce, ceffoni su Instagram. Tutto previsto quando si fa questa professione. Il punto superficiale è questo. Tendenzialmente, leggo diverse cose che non mi piacciono, ogni giorno. Per coerenza con quel poco di cervello che mi resta, se la cosa che non mi piace mi stimola un pensiero eguale e contrario, rispondo. Altrimenti passo oltre. Non sono arso dal livore dell’offesa, sparata con fatale idiozia. Tuttavia, mi pare di avere svolto un compito terapeutico. Chi è roso da rabbie sommerse si sentirà felice di dedicarmi tutti gli improperi del caso. Per altro, meglio, per una manciata di ore, parlare di De André che, ancora e ancora, di Salvini, di reddito di cittadinanza, di Di Maio. Se è così, recito con piacere il ruolo di San Sebastiano – le masse, d’altronde, godono nel veder ghigliottinare pubblicamente il nemico pubblico.

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Certo, continua a stupirmi un fatto. Perché sputare in faccia a chi mette in discussione un intoccabile e neanche uno che abbia voglia di ragionare, letture alla mano? Perché nessuno ha avuto voglia di parlare di Biamonti? Perché la stessa passione e la stessa ferocia non vengono spese commentando un articolo su Iosif Brodskij, su Boris Pasternak, su Gabriele Del Grande, sul libro che ricostruisce le fonti filosofiche che giustificano i genocidi? Eppure, lì ci vorrebbe passione, sentimento, ferocia, perché si parla di cose grandi, di cose urgenti, che chiedono una presa d’atto e di campo. Quelle di De André, infatti, restano canzonette (con rispetto parlando, come sempre). E forse lui, De André, più che fan, accoliti o fedeli desidererebbe avere accaniti critici, sono più utili.

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C’è poi qualcosa di ultimo e di profondo. Il giornalismo esiste per sfatare i falsi miti e per mettere in discussioni i miti vigenti. Chi lecca il culo ai vivi e sparge incenso sui morti non mi piace. Mettere in discussione i miti – anche quelli buoni, sia chiaro, costantemente – è un monito, ma è un esercizio che è in grado di fare solo chi ha il coraggio, anzi tutto, di mettere in discussione se stesso e il ring del proprio pregiudizio.

Davide Brullo

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