“Un’innocua mostruosità”: dialogo con la poetessa trans Giovanna Cristina Vivinetto

Interlinea sta per pubblicare “Dolore minimo”, il primo libro di poesia di una trans. Noi, a cui non fanno effetto i generi letterari figuriamoci quelli sessuali, l’abbiamo intervistata. Supportata da Franco Buffoni, influenzata dalla Szymborska, “non frequento l’arcigay, non partecipo a nessuna battaglia transessuale, e non mi piacciono per niente i gay pride”

Posted on febbraio 01, 2018, 10:50 am
49 mins

Il primo incontro con Giovanna Cristina Vivinetto è stato del tutto casuale. Nell’accozzaglia di link (il più delle volte di scarso interesse) postati su Facebook, ho visto la sua foto nella copertina di un breve articolo che la riguardava. Ho pensato male – perché si fa peccato, ma non si sbaglia quasi mai – ipotizzando che fosse l’ennesima ventenne – stavo per dire la solita bella fighetta, ma non lo farò – che tenta parallelamente la carriera di modella e poetessa. Appena ho iniziato a leggere, poi, mi ha avvinto una potenza inesorabile, una forza oscura di quei versi dall’incedere ritmico come il passo di marcia di un esercito. Ho scoperto che era ancora inedita, ma di prossima pubblicazione. Mi sono fatto spedire il testo, questo Dolore minimo, in uscita ad aprile per Interlinea Edizioni. Confesso che per buona parte del libro non ho compreso dove sarebbe giunto il percorso di quelle poesie che, palesemente, contenevano un progetto narrativo. All’inizio dell’ultima sessione, ecco che il cielo si è schiarito. Ho capito. Una bomba mi è esplosa tra le mani. È stata una sensazione quasi inquietante e, al contempo, da suscitare il riso. Non avevo capito niente. Quel libro parlava di transessualismo e lo faceva in versi. A quel punto, anche ciò che avevo letto in precedenza ha assunto una nuova luce. Strana esperienza! Verrebbe appunto da dire, se non suonasse ancora più stridente in questo caso: come portarsi a casa una bella ragazza e poi scoprire che proprio una ragazza non è. Non avevo mai letto una poetessa transessuale, così come non frequento la poesia omosessuale se non per rarissimi casi. Per una volta ero stato preso in gabbia e dovevo ammettere che la lirica di Giovanna mi piaceva. È qualcosa di completamente nuovo e, soprattutto, è ben scritta. Non urlata, ma recitata con voce dolce e sommessa. Non ho potuto fare a meno di sentirla, animato dal proposito di conoscerla e farvela conoscere da vicino.

All’inizio, quando ho iniziato a leggerti e per buona parte della raccolta, devo ammetterlo, non ero riuscito a comprendere fino in fondo il motivo del tuo poetare. Percepivo una coesione interna, senza riuscire a trovare l’elemento amalgamante. Quello che avevo colto dalle poesie lette su internet e dalle prime sezioni del libro era appena un forte senso di inquietudine. Quando, poi, sono arrivato all’ultima parte, mi si è improvvisamente palesato tutto. Mi piace la tua poesia. La descrizione che porti avanti riguardo alla scoperta del tuo vero sé e del periodo di transizione verso la femminilità è molto toccante. Pur mettendo a nudo un qualcosa di così intimo, c’è del riserbo nelle tue parole e nessuna ostentazione. Ho apprezzato molto, peraltro, l’assenza di un tono affine a quello della trita rivendicazione femminista che di questi tempi va tanto di moda e che, personalmente, trovo patetica…

Patetica e pietistica. Io definisco quel tipo di poesia vaginale, perché non viene dal cervello ma dalla vagina…

Se partisse dalla vagina sarebbe positivo, perché verrebbe dalle viscere. Al contrario, nel caso delle femministe, siamo di fronte a una poesia che ostenta la vagina per nascondere meglio il vuoto dietro di essa. Invece, apprezzo la tua lirica perché, più che ostentare, presenta con delicatezza il travaglio interiore di questa trasformazione. Lo fa senza voler dire “io devo essere il vostro nuovo parametro”, “io rappresento la nuova sessualità”, “io vi propongo il modello di uomo nuovo”.

Assolutamente! Il mio è un cammino, un processo di ricerca di sé animato dal solo proposito di arrivare a ciò che si è veramente. Mi premeva di mettere un punto fisso a ciò che in vent’anni si è andato formando nella mia sessualità e soprattutto nella mia identità di persona, questo mio essere al di là del muro dei generi. È anche un modo per dire “io esisto”. Le poesie sono state la spontanea conseguenza. Forse perché avevo un’esigenza latente di comunicazione. Sono nate in un periodo in cui iniziavo a venire a transizione con me stessa, a riconoscermi come una persona nuova, con una nuova personalità. Durante questo mutamento, diciamo nei primi due anni, cercavo di negarmelo e quindi non concepivo la possibilità di trasporre il tutto in versi. Mi dicevo che non ne avrei mai scritto, perché troppo intimo. Poi la vita ti porta a scendere a patti con i tuoi mostri. Devi imparare ad affrontarli, a capire che in realtà sono più innocui di quanto pensassi.

Quel che mi risulta interessante è che la battaglia da te narrata è tutta interiore, non riguarda l’affermazione sociale. Altri vorrebbero scardinare i parametri, quindi portare il conflitto, che in principio era interiore, all’esterno, nel sociale. Al contrario, non c’è in te una volontà di lotta politica. La tua guerra è tutta psicologica.

Sì, si tratta di un discorso intimistico, di raccontare quello che è successo, le tappe del proprio percorso, il conseguimento di una nuova maturità. Non c’è nessuna esigenza di reazione politica. Anche perché, ti svelerò un segreto, non appartengo a nessun gruppo di rivendicazione sessuale. Non frequento l’arcigay, non partecipo a nessuna battaglia transessuale, e non mi piacciono per niente i gay pride. Perfino con le amiche transessuali che ho, esistono notevoli divergenze di vedute. In loro c’è questa esigenza di apparire e rivendicare politicamente la propria diversità che non riesco ad abbracciare. Anche a livello esteriore, le operazioni chirurgiche a cui si sottopongono e che vanno ad alterare il dato visibile, creando per esempio delle labbra enormi, dei visi manipolati, per sottolineare il fatto di essere transessuali, è qualcosa che non mi appartiene. Per me, questa condizione si inscrive all’interno della natura, anzi è un dato naturale, come essere biologicamente uomo o donna. Non c’è nulla di diverso, per cui non ho bisogno di ripensare e sottolineare questo scarto, dare risalto a una differenza che non sento. E ciò che vorrei realizzare con la poesia è proprio mostrare come l’identità di quelli come me sia un qualcosa di assolutamente normale, di cui può parlare anche una disciplina come la poesia, allo stesso modo in cui per millenni si è parlato di amore tra persone eterosessuali, di morte, o di vita. La poesia può far comprendere come non si tratti di qualcosa di negativo, che sta oltre la barriera, ma di un modo d’essere che ci può riguardare quotidianamente, qualcosa con cui possiamo avere a che fare serenamente.

In qualche articolo su di te, ho letto che la tua lirica metterebbe in discussione i limiti di ciò che si può dire in poesia. Sono quindi costretto a domandarti cosa si possa dire e cosa non si possa dire in versi, a tuo avviso. Per me si può dire tutto, ma vorrei conoscere la tua visione in merito.

Come diceva la grande poetessa Wisława Szymborska, ogni argomento che noi affrontiamo ha una valenza politica, in qualunque forma lo si tratti (poesia, prosa, articoli di giornale). Il peso politico è palese, anche là dove non vogliamo riconoscerglielo. Cosa si possa dire o che cosa non si possa dire rientra nello spettro di ciò che è politicamente corretto in una determinata epoca. Secondo me in poesia si può e si deve dire di tutto. Ciò che conta realmente è il modo in cui lo si esprime. Bisogna cercare di risultare il più possibile innovativi e originali, cioè andare al di là delle solite logiche di rappresentazione e autorappresentazione. Ciò è particolarmente importante perché il modo in cui ci rappresentiamo definisce anche il nostro posto all’interno della società. Il modo di scrivere va dunque ben oltre la poesia in sé. Come ho detto, ha una valenza politica e civile, culturale…

Aspetta, non ti seguo su un punto. Mi stai dicendo, se non ho compreso male, che si può dire tutto, ma bisogna trovare una propria originalità. Non riesco però a comprendere se, questa originalità nel dirsi, tu la stia intendendo sul piano stilistico o anche sul piano sociale?

Sicuramente il piano stilistico, se ci riferiamo all’aspetto più formale della poesia. A livello contenutistico, invece, non bisogna cadere nell’errore della poesia femminile che rivendica ossessivamente un’alterità sottomessa. L’uomo viene rappresentato come un potere spesso schiacciante e dominante; invece la donna è la controparte che viene silenziata e sottomessa, che però non può fare a meno dell’uomo. Come dicevi anche tu, emerge questa componente pietistica, un’autorappresentazione che sconfina nel penoso. Io, invece, con la poesia, vorrei sottolineare che nella mia condizione non c’è niente di patetico, ma solo pathos nell’affermarsi, nel dire “io”. Non inseguo alcuna di queste rivendicazioni strappalacrime. Sarà che probabilmente sono una ragazza transessuale un po’ sui generis, nel senso che non ho avuto ostacoli nella mia vita. I miei familiari, ad esempio, fin dall’inizio, mi hanno sempre supportata, non ho avuto conflitti esterni, non sono mai stata discriminata. Da subito le persone mi hanno apprezzata più per quello che sono dentro che per come appaio. Ho notato invece, parlando con altri, che loro hanno subito un sacco di soprusi. La mia è stata un’esistenza splendida. Sarà per questo che non ho scritto cercando la rivendicazione. Per me la transessualità è stata un dono naturale e l’ho vissuta con la stessa leggerezza con cui si sceglie un particolare taglio di capelli.

All’inizio, come ti dicevo, per fortuna non avevo capito, altrimenti probabilmente avrei, per dir così, declinato l’invito ad andare oltre. Nel senso che avrei pensato di non avere gli strumenti e l’esperienza per arrivare a capire…

Oppure avresti pensato alla solita solfa di omosessuali e transessuali che si lamentano…

Il fatto è che il tuo è un modo di essere così diverso dal mio… Sai, ci sono delle esperienze che credo non possano essere raccontate che dalla scrittura femminile e altre solo da quella maschile. Faccio un esempio: posso avere ben chiara la sensazione che dà toccare un seno, ma non ho la benché minima idea di cosa voglia dire portarselo appresso. Nella stessa misura in cui credo che una donna non capirà mai l’erezione. L’intima comprensione di certi fenomeni appartiene solo a chi fa parte di un determinato genere. Tutto questo lungo preambolo per dirti che avrei nutrito il dubbio di poterti comprendere. Eppure, in realtà, credo di averti compresa. Ritengo almeno di aver afferrato il senso della tua sofferta trasformazione. E, a tal proposito, ti volevo domandare se, non dico quando hai scritto queste liriche, ma rileggendole, ti sia posta il problema del destinatario. Insomma, pensi di poter arrivare a chiunque, o ritieni di avere un pubblico di nicchia, settoriale?

Hai fatto un’osservazione molto intelligente dicendo che alcune esperienze possono essere raccontate solo dalle persone che le hanno vissute, che riguardino l’essere uomo, o donna, o l’avere una particolare malattia. Determinate condizioni esistenziali, di base, ti danno un qualcosa in più per poterne parlare. Quasi sempre, nel mondo delle minoranze, che siano esse culturali o sessuali, sono gli altri a raccontare di te. Questa subdola condizione ci rimanda al concetto di potere e autorità: qualora qualcuno parli al tuo posto, inevitabilmente ti sottomette. Facendo valere la propria autorità, tu vieni riconosciuto come una realtà minoritaria, impossibilitata a parlare. La questione viene magistralmente affrontata soprattutto dalla letteratura postcoloniale. Ritengo che questo discorso sia applicabile, oggi, soprattutto per quanto riguarda le minoranze sessuali. Le persone transessuali, ad esempio, non riescono a prendere parola e rappresentarsi attraverso la letteratura. Ho fatto una ricerca e, in particolare in Italia, gran parte di quelle che scrivono producono autobiografie. Come se queste potessero scrivere unicamente facendo leva sulla propria storia e sul loro vissuto di sofferenza. Ciò che io vorrei dimostrare è, invece, che una persona transessuale può anche andare oltre il suo dato autobiografico. Ecco perché nelle mie poesie ciò che dico non ha necessariamente attinenza con quanto ho vissuto. I rapporti familiari, ad esempio, per come li tratteggio, appaiono come un elemento assolutamente negativo. In realtà, come ho già detto, ho avuto e ho una famiglia splendida. Ed ecco che si inserisce il dato della manipolazione letteraria. Io per prima immagino come una famiglia si relazioni con un proprio congiunto che decida di cambiare sesso. Quindi, c’è veramente poco di autoreferenziale in questo senso. Per quel che riguarda dunque l’importanza del destinatario, ti confesserò che, quando ho iniziato a scrivere, non avevo idea di dove sarei andata a parare, quando avrei finito, né in che modo avrei strutturato la raccolta. Però avevo ben chiara una cosa: il fatto di voler raggiungere un pubblico il più vasto possibile, di voler rappresentare qualcosa che risultasse comprensibile a tutti. Semplicità e immediatezza erano il mio obbiettivo. Desideravo che di questo libro si parlasse nelle scuole, perché è soprattutto in quel periodo della vita che si inizia a capire ciò che si è veramente. Così è stato per me e vorrei in qualche modo essere utile alle persone che vivono una simile situazione, per fare chiarezza nella propria vita. Vorrei che i giovani arrivassero a leggermi, come avrei voluto che, a suo tempo, qualcuno mi avesse guidata verso la transizione dicendomi che è tutto assolutamente normale. Per questo ho cercato di puntare alla semplicità stilistica. Quando leggo certi miei colleghi giovani – e ne leggo molti –, mi viene sempre da pensare che la maggior parte scrive davvero in un modo incomprensibile, come se la poesia dovesse essere qualcosa di pomposo e di retorico, dove si usano solo paroloni e concetti impressionanti. A fronte di questa ridondanza stilistica, però, il contenuto viene spesso a mancare. Io, invece, ho voluto semplificare lo stile puntando molto anche sul contenuto e sulla riflessione che ne sarebbe dovuta scaturire.

Secondo me, pur volendo puntare molto sul contenuto, sei riuscita a dargli un ritmo poetico che lo rende anche piacevole alla lettura. Certo non si trattava solamente di trasmettere all’altro un’informazione nel modo più semplice possibile. A ogni modo, Dolore minimo è certo un unicum. Sei una capostipite. Fornisci un punto di vista sconosciuto ai più. Mi ha colpito molto una poesia, a proposito della rappresentazione di sé, in cui tu descrivi la sensazione di vedere le donne nel momento in cui sei improvvisamente più vicina a loro, però non sei una di loro al contempo. Direi che sicuramente questo è insolito a livello letterario. Se non altro, non è mai stato raccontato in poesia. Vorrei che mi parlassi un poco di questa sensazione e di come sia stato metterla in versi.

Anche qui dobbiamo inevitabilmente sconfinare, per un attimo, nell’ambito personale, perché interrelato con la poesia. Se non l’avessi fatto e non mi ci trovassi ancora in transito, non avrei mai scritto questa lirica – in tal senso ringrazio la cura farmacologica. La cosa interessante è che, iniziando una terapia ormonale sostitutiva, non solo il corpo va a modificarsi, ma soprattutto la forma mentis, il cervello, il concetto stesso di piacere e di attrazione. Seppur gradualmente, ma comunque in modo relativamente inesorabile, ho iniziato a comprendere come effettivamente una donna possa sentirsi, a capire meglio il suo modo di ragionare. Questo mi ha portato a immaginare anche una sorta di vicinanza esistenziale. In un’altra poesia racconto di questa persona che continua a toccarmi, cercando in me qualcosa di femminile, ma questo qualcosa non c’è. Eppure, nel momento in cui mi sfiora e attende la prova della mia femminilità, io mi sento donna completamente. Perché l’essere donna è un concetto mentale, una conquista psicologica prima di tutto. In precedenza non l’avrei mai detto, quando avevo solo fretta di farmi operare per cancellare tutte le tracce della mia esistenza passata. Poi ho compreso che, in realtà, l’essere donna non è legato a un fatto visibile, ma è una conquista che si realizza con sé stessi. Anche per questo mi sono sentita diversa rispetto alla maggior parte delle ragazze transessuali che hanno la smania di arrivare quanto prima a cambiare tutto di sé. A mio avviso, questo è uno sbaglio, perché vai a perdere la possibilità di riflessione, di capire fino in fondo quello che stai facendo. Ma, forse, sono io a essere atipica. Una mia amica transessuale mi diceva che, quando mi ha conosciuta, le davo l’impressione di essere una donna biologica. In realtà, ci sono molte differenze anche all’interno della mia categoria. Il transessualismo è una pratica transitoria, come dice il nome stesso. Recenti studi di biologia e chimica hanno riconosciuto che questa alterazione genetica avviene già nel terzo mese di gravidanza. Quello che viene definito dai manuali come un disturbo è in verità una semplice disforia di genere, che significa incapacità di riconoscersi nel proprio genere biologico. Nel momento in cui si riconosce questa difformità, ci sono tutta una serie di step da percorrere. Personalmente, già dall’età di 4-5 anni mi sentivo una bambina, volevo le bambole e gli smalti, i rossetti, le parrucche e vestirmi come mia mamma. Notavo la differenza rispetto a tutti gli altri bambini e soprattutto rispetto a mio fratello. Poi, crescendo, sono stata incerta per un periodo. Rimandavo il confronto con me stessa. Finché poi, nel pieno dell’adolescenza, mi sono detta che qualcosa non andava perché non riuscivo a sentirmi né uomo, né omosessuale. Mi piacevano i ragazzi eterosessuali. Tramite ricerche online scoprii questo fantastico mondo del transessualismo. Andai con mia madre a Messina, nel centro di diagnosi, dove, a seguito di tutta una serie di esami, venni riconosciuta come trans. All’età di 19 anni e un mese, iniziai la cura farmacologica che ancora continua. Durante il percorso capisci che non c’è tutta questa urgenza di ridisegnarsi immediatamente con il bisturi. Io desidero arrivare alla fine, ad avere la mia femminilità completa. Però, la femminilità volevo arrivare a conquistarla prima di tutto a livello mentale. Ma ti devo dire che, in fin dei conti, essere donna sarebbe un po’ perderci. Noi che stiamo nel mezzo viviamo in qualche modo una condizione privilegiata, perché abbiamo avuto la fortuna di capire un modo di vivere maschile e al contempo femminile. Se non avessi attraversato e se non stessi attraversando questa fase di transito, non avrei capito veramente che cosa voglio e mi sarei negata la possibilità della riflessione che sta alla base di Dolore Minimo. La poesia mi è servita per dare un valore aggiunto, per apprezzare quello che sono senza dover negare o dissimulare.

Quindi la poesia, come elaborazione della transizione, è una terapia?

Sì, anche perché ho iniziato a scrivere in un periodo abbastanza difficile. Ma poi, quando non scrivevo, mi sentivo male. Mi ero detta che volevo riuscire a comunicare qualcosa di bello e importante che potesse colpire tutti. Questo è il lato emozionante della transizione: il fatto di riuscire a scrivere qualcosa che mi soddisfa.

Volevo chiederti quali siano state le influenze e i modelli letterari che ti hanno fornito un esempio da seguire nella scrittura di questo tuo testo.

Non ho avuto modelli tra i poeti e le poetesse italiane e, in realtà, nemmeno in ambito internazionale. Non ho avuto modo di confrontarmi con persone che abbiano affrontato lo stesso tema. Anzi, all’inizio, ho avuto una crisi pensando che nessuno ne aveva scritto prima…

Questa è la vera sfida: scriverne, senza che qualcuno l’abbia fatto prima…

È stata dura, infatti. Mi sono anche detta che, se nessuno ne aveva parlato, era perché non si tratta di un argomento importante. In generale, comunque, mi ha aiutato la scoperta della Szymborska. Scrive in un modo fantastico. Ha una pulizia del dettato, un ritmo e una musicalità meravigliosi. Mi ha ispirata l’universalità della sua poesia che riesce a comunicare dei sentimenti profondissimi in una maniera leggerissima. Come in quella poesia in cui descrive la morte di un uomo dal punto di vista di un animale domestico, un gatto che da un giorno all’altro non trova più il padrone in casa. Allora gira cercandolo e poi, alla fine, non trovandolo, si propone di mostrarsi arrabbiato quando questo ricomparirà. Come ho adorato quella intitolata Amore a prima vista, i cui ultimi versi dicono: “ogni inizio, infatti, è solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà”. Sembra dire che ogni esperienza che ci riguarda è il riverbero di qualcosa. Così, l’amore a prima vista non è in realtà tale, perché è probabile che quelle due persone si siano già viste, si siano scambiate una parola per caso al telefono, uno “scusi” nella ressa davanti a una porta girevole, o che le loro valigie si siano incontrate nel deposito bagagli di un aereo. Ecco, lei è stata il mio modello, soprattutto dal punto di vista stilistico e comunicativo. Volevo raggiungere anche io un modo di rappresentare le cose così immediato. Per quanto riguarda l’ambito italiano citerei Mariangela Gualtieri, in particolare per la rappresentazione teatrale delle sue poesie. Secondo me, è una delle poetesse maggiori che abbiamo. Sul versante maschile, sicuramente Valerio Magrelli. Tirando le somme, comunque: ottanta percento la Szymborska, dieci e dieci la Gualtieri e Magrelli.

La poesia omosessuale la leggi, invece?

Uno dei miei mentori è Franco Buffoni che ha scritto molta poesia a carattere omosessuale. Come avrai visto, nella raccolta è suo l’ultimo esergo ed è tratto da Jucci, un libro bellissimo nel quale racconta un processo di accettazione di sé stessi attraverso l’amore. Franco dice che “non si nasce, né si diventa, si è sempre stati”. Questo magnifico concetto è quello con cui ho voluto chiudere il mio testo, proprio per dire che in qualche modo siamo normali, anche nella diversità o presunta tale.

Mi pare di capire che il tuo testo sia attraversato, oltre che da un’unità stilistica, da una tematica: la storia di un io che si forma attraverso questi periodi di trasformazione e transizione, no?

Sì, si tratta proprio di un filo rosso che accomuna tutte le poesie, sotto l’aspetto narrativo. Anche la struttura dell’opera è concepita come un qualcosa che, per essere compreso appieno, deve essere letto interamente. Ci sono un inizio, uno svolgimento, e una sua fine. Come hai detto tu prima, hai capito che si andava a parare su un certo argomento solo in conclusione, quando le cose erano più esplicite e forti. L’intento è proprio quello di accompagnare il lettore verso una riflessione che parte quasi in sordina, parlando dei primi anni dell’infanzia, fino ad arrivare al momento clou che è quello della transizione …

Si potrebbe dire quindi che il tuo testo ha un climax?

Sì, ha un’acme. Vi è un qualcosa che cresce, si addensa, come una valanga. Parte da un fiocco di neve fino ad arrivare a un grande ammasso di sostanza ghiacciata. L’intento è proprio quello.

Quindi, tutte le poesie, anche quelle relative all’infanzia, andrebbero non solo lette, ma anche rilette alla luce di quanto viene detto più avanti nelle liriche a seguire?

Sì, rileggendole si giunge a dare un peso maggiore a quanto detto prima. Anche perché, fin dalle prime sezioni, le parole non sono mai state scelte casualmente, ma per rimandare a un significato più profondo. La prima sezione resta comunque abbastanza vaga, come vaga è in qualche modo la memoria dell’infanzia che manda dei barlumi non propriamente nitidi. Andando avanti, poi, l’argomento va lentamente mettendosi a fuoco.

Dopo la prima sezione, si passa alla seconda, “La traccia del passaggio”…

È la parte in cui si descrive l’ansia del passaggio da un genere all’altro, in cui vengono registrate tutte le sensazioni, le emozioni che ne derivano, il rapporto con l’altro da sé. Si inizia anche a indagare il tema dal punto di vista medico. I corpi vengono devitalizzati e riassegnati. Vi è una poesia in cui si parla di riattribuzione, che è un termine tipicamente scientifico e fa riferimento alla riattribuzione di sesso. Io contesto la valenza di questo termine, perché in grammatica significa attribuire qualcosa che si è perso, implica quasi un nuovo tentativo. Io, invece, non ho perso niente. Un’altra composizione affronta il passaggio dal punto di vista burocratico e giudiziario, quando il giudice impartisce, dopo quella biologica, una nuova nascita giuridica.

Che peso ha, all’interno delle tue composizioni, l’amore nell’interazione con l’altro e quindi nella scoperta di sé?

L’amore l’ho affrontato poco perché è un elemento importante, ma non essenziale. Io non voglio diventare una poetessa vaginocentrica che scrive unicamente poesie sul tema. Però, laddove l’ho ritenuto necessario, l’ho trattato, ma più dal punto di vista corporeo, non in termini metafisici, o metaforici. Io ho voluto cantare l’amore di un corpo, diciamo così, deformato, che va definendosi verso la sua struttura finale. Anche in questo caso il dato poetico non coincide con quello esistenziale, perché la mia vicenda amorosa è normalissima come quella di una qualsiasi ragazza. A livello poetico, desideravo mettermi nei panni di chi non ha avuto la stessa fortuna. Perciò ho guardato, per esempio, all’interazione sessuale dal punto di vista di un ragazzo comune che dovesse approcciarsi con un corpo transessuale, cercando di capire come potrebbe reagire.

Questo dolore minimo di cui tu parli cos’è, come bisogna concepirlo?

Il dolore minimo è banalmente quello di un’esistenza transessuale, un’esistenza ai margini. Dolore minimo innanzitutto perché non è qualcosa di condivisibile, proprio in quanto non è una cosa che gli altri possono capire appieno. Non capita a tutti, del resto. Il dolore di questa condizione è tale perché condiviso da minime unità, una minoranza. E poi anche perché, nonostante l’angoscia possa essere molto forte, una persona transessuale impara a conviverci e, quindi, come diceva qualcuno, è o un dolore così grande che ti porta alla morte, o con cui devi imparare a fare i conti tutti i giorni. Si tratta di un male che si è cronicizzato, da cui non puoi fuggire e che rimane sempre in sottofondo a bussare, a ricordarti di sé. Dolore minimo perché non è un dolore spiattellato, ma un canto minore, un controcanto molto flebile, che il lettore recepisce ed elabora, ma non gli viene sbattuto in faccia. Arriva di ritorno, a seguito della riflessione.

Qual è la chiave per riuscire a rendere la propria intimità universale? Te lo chiedo perché, dal mio punto di vista, ciò che tu hai fatto ha la possibilità anche di arrivare a un pubblico che non condivide una sessualità differente.

Franco Buffoni (grande amico, dalla cui frequentazione è scaturita la proposta di pubblicazione all’interno della sua collana di Interlinea), mi disse che ciò che maggiormente l’aveva colpito della mia poesia era il fatto che sembrava descrivere come attraverso la lente di una telecamera a spalla, registrando una serie di eventi da un punto di vista esterno. Ripensandoci, devo riconoscere che, quanto da me portato avanti durante l’attività della scrittura, è proprio una netta divisione tra il poeta e la persona, nel tentativo di andare, per quanto possibile, oltre il mero dato autobiografico. In secondo luogo, concentrandomi sull’attività di poeta, ho cercato di immaginare questa storia da una prospettiva esterna a me stessa. Come con una telecamera, per dirla con Franco, ho ripreso tutto quello che potrebbe riguardare la vita e la storia di una persona transessuale. Si tratta quasi di una pratica di estraniamento, che a mio avviso rende più comprensibile agli altri una realtà così particolare. Quindi, per raggiungere l’universalità, direi che bisogna dimenticarsi di essere un individuo e porsi al di fuori di sé stessi, un po’ come se tutta la storia fosse inventata. Ho fatto come i romanzieri, o i poeti del principio, quelli delle narrazioni mitologiche. E si potrebbe in effetti dire che anche la mia è una narrazione mitologica, caratterizzata da elementi che, per chi non conosce il mondo transessuale, potrebbero risultare surreali. Pensa al corpo che viene deformato dalle pillole, un corpo per metà maschile e per metà femminile. C’è del mitologico in questo. Ma tornando all’argomento principale, ovvero come renderlo universale, la mia risposta è: cercando di pensare il meno possibile a sé stessi e, invece, focalizzandosi su ciò che si vuole dire, immaginandosi nel ruolo del lettore. Quando mi sono messa a scrivere, mi sono chiesta in effetti cosa avrei voluto leggere io, da lettrice, e che ancora non fosse stato detto.

Si potrebbe, a tal proposito – penso alla questione mitologica – parlare della tua opera come di un poemetto?

In realtà, lo definirei più una sorta di romanzo in versi. Perché non è un diario, ma proprio un romanzo, un dato di invenzione posto in versi. Certo, non c’è l’elemento vario, tipico delle raccolte di poesia, ma una prospettiva unitaria, anche se declinata da più punti di vista e in diversi momenti.

Mi chiedevo se avessi riflettuto su questo punto: a un poeta transessuale resta qualcosa da dire, al di là della sua transessualità? Oppure, mi dirai tu, che l’argomento è talmente vasto da poterne scrivere per un’intera vita?

No, non è un ambito infinito, ma si è detto pochissimo. In Italia, gli studi di genere si soffermano soprattutto sulla condizione delle donne e, comunque, sono ridottissimi. Ciò anche perché gran parte delle transessuali non ha avuto e non ha accesso all’istruzione, provenendo da un contesto sociale spesso degradato. Inoltre, gran parte delle persone transessuali non vive bene il suo essere tale e, per tutta una serie di motivi, non ha probabilmente nemmeno il tempo di riflettere su quello che è. Vivendo una condizione molto disagiata, in totale disarmonia col proprio contesto familiare, scolastico, e sociale, la via più facile, ma anche purtroppo più avvilente, è quella che porta alla strada, quando non al suicidio. È un po’ come per le donne fino all’800, a cui non venivano forniti i mezzi per scrivere. In Una stanza tutta per sé, la Woolf sì interroga sul perché le donne non abbiano scritto niente fino ad allora e trova una risposta nel fatto che non avessero i mezzi per istruirsi, oltre a essere soggette all’autorità assoluta dell’uomo. Credo che una condizione simile sia quella che caratterizza oggi le minoranze sessuali. Non tanto gli omosessuali, perché ci stiamo sempre più evolvendo verso l’integrazione totale, però per i transessuali sì, dato che sono veramente pochissime. In Italia, quelle che scrivono producono prevalentemente autobiografie, quindi non prodotti letterari veri e propri. Infatti, l’obiezione mossami è che, per dimostrare di essere una poetessa, avrei dovuto affrontare altri argomenti, andando oltre. Tale prospettiva è sbagliata a mio avviso, perché una scrittrice transessuale, che non ha voce nel panorama culturale e letterario, non può parlare di altro se non ha in precedenza reso nota la sua posizione e dimostrato in qualche modo che il suo essere non è un pericolo. Se non si affronta in primis questo argomento, non si dà la possibilità di trattare nuove tematiche. Nel momento in cui la questione potrà essere compresa senza destare odio e paura, solo allora, una scrittrice come me potrà parlare anche del resto.

È mia intima convinzione che, in realtà, oggi ci sia una sovrabbondanza di discorso intorno alla sessualità. Tutto questo gran parlare, per esempio di omosessualità, serve solo a deviare dai problemi reali che ci accomunano tutti quanti, a prescindere dalla specifica vita erotica di ognuno. Il sistema incoraggia una esternalizzazione della dimensione intima proprio perché, attraverso questa, devia il discorso fondamentale verso questioni marginali e private. Al contrario, il bello della sessualità sta proprio nel suo essere circoscritta e privata. E, a mio avviso, tale dovrebbe rimanere. Vedi, io non vado a chiedere a chi mi fornisce un servizio se sia omosessuale, transessuale, o meno. A me interessa come svolge la sua mansione. Di te, per esempio, mi interessa il tuo essere poetessa. Chiaramente, però, mi rendo conto che in ambito lirico sussiste in Italia una tradizione per l’intimismo, di cui risente anche il poeta omossessuale e transessuale. Per cui, è difficile parlare di certe tematiche senza fare outing. C’è questo problema, questa conflittualità. Una tradizione che è intimista, per forza di cose, spinge a mettere in piazza il proprio sentire personale. Tu come la vedi?

È un problema, hai ragione. Infatti i giovani scrivono prevalentemente riflessioni struggenti, che sono varianti sul motivo della poesia d’amore, la più inflazionata. Personalmente accetto la poesia intimista qualora abbia qualcosa di nuovo da dire, qualcosa di vero e di essenziale. La poesia di oggi, invece, si muove tutta attraverso stereotipi, caratteristici di determinate forme amorose. È naturale, purtroppo, che un giovane poeta possa iniziare a scrivere sfruttando questi topoi, per quanto a me non interessino. La poesia, dal mio punto di vista, è utile laddove serva a chiarire agli occhi, sia propri che degli altri, un conflitto che sembrava quasi irrisolvibile. L’intimismo mi è necessario per sbugiardare un pregiudizio che è stato formulato a priori. Leggendo la mia raccolta, uno potrebbe per esempio arrivare a capire che non tutte le transessuali vanno a prostituirsi per strada, che le transessuali non sono solo quelle che, come le femministe più radicali, si lamentano e reclamano diritti. Io voglio mostrarmi nella mia normalità, per far capire che può riguardare me come tanti altri. Ed è una normalità che si nutre dell’aspetto intimistico perché, per scrivere, bisogna fare inevitabilmente uno scavo dentro sé stessi. Ecco, solo in questo caso io lo accetto. Poi, ben venga se è utilizzato come banco di prova per esercitarsi e poi approdare a qualcosa d’altro.

L’amore, secondo te, lo si può cantare davvero in modo universale, come dicono molti? Oppure, essendo un fattore antropologico, per forza di cose risulterà molto diverso a seconda di chi lo metterà in versi? L’amore che canta per esempio Alda Merini, o Cardarelli, un transessuale lo sente come suo, oppure no? È davvero universale, cioè affine anche a quello che sente una poetessa come te? Dal mio punto di vista, te lo dico chiaramente, l’amore non è universale. La pulsione lo è. Ma questa è la base minima. Come poi si declini (mera sessualità genitale, o rapporto sadomaso) nelle varie società, occidentali od orientali, monogamiche o poligamiche è una questione antropologica e sociale. Di solito faccio sempre l’esempio di La canzone del sole di Lucio Battisti. In tanti sostengono che quanto cantato da Battisti sia universale. Io non credo, prova ne sia il suo mancato successo nel mondo anglofono, quell’universo dai costumi così diversi dai nostri. Pensa al protagonista della canzone, così imbarazzato di fronte alla spregiudicatezza di una donna, che lui ricordava giovane e innocente. Chiaramente il testo di Mogol fa riferimento a un sentire che è tipico del periodo in cui le ragazze venivano divise tra sante e perdute. Vorrei capire qual è il tuo punto di vista.

Concordo con te sul fatto che non esista una concezione dell’amore universale, soprattutto in quelli che sono gli artefatti della nostra creatività. L’amore, poi, è un’emozione molto più immediata, qualcosa di spontaneo. Pensa agli stilnovisti che ritraevano l’amore tutti allo stesso modo. Ciò non significa che fosse una versione dell’amore universale. Era piuttosto una versione assolutamente stereotipata. Bisogna porre una differenza tra quello che si dice e quello che si prova, perché ogni elemento scritto è sempre filtrato, rielaborato. Anche La canzone del sole di Battisti, da te citata, non è assolutamente universale, nel senso che risulta influenzata dal contesto, come si direbbe in psicologia, dall’ambiente socio-culturale dell’epoca in cui è stata scritta. Anche la poesia d’amore oggi, secondo me, descrive sensazioni non del tutto realmente sentite. Per quel che riguarda l’amore, dal punto di vista di una ragazza transessuale, certamente ti posso dire che è diverso. Questa può vivere una condizione molto difficile nella nostra società, perché sente il contrasto fra dentro e fuori, perché non può realizzare appieno la propria sessualità. Bisogna sempre ricordare che una come me è transessuale nel fisico, ma nella mente si sente ed è una ragazza come tutte le altre.

Matteo Fais

*

Non ho figli da dare – non potrò.

Non ho tube che si gonfiano

né ovuli da spargere per il mondo.

Non ho vulve da tenere fra due

dita – da schiudere tra le valve

delle gambe non ho niente.

Ma lui mi sfiora, continua a toccarmi,

a perlustrare con le dita questo

corpo imploso, risucchiato tutto

all’interno. Fuggito senza lasciare

tracce. E lui persiste a sfiorarmi

per trovare il punto che possa

dargli piacere. Che possa

consolarlo, farlo sentire uomo.

Non glielo dico, ma non c’è.

Eppure tutta questa sua goffa

illusione, quest’avventatezza

nel proiettarsi verso il dato certo

per un attimo mi restituisce

tutto ciò che mi manca – e al suo miracolo

questa sera mi faccio donna.

Completamente.

 

da: Giovanna Cristina Vivinetto, Dolore Minimo, Interlinea Edizioni, 2018