“Un teatro che ci guarda negli occhi”: Ascanio Celestini e Giuliana Musso, la coppia che fa bene al palcoscenico

Posted on novembre 09, 2018, 12:15 pm
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La teoria di Tonino Guerra non è quasi mai azzardabile o replicabile a teatro: in scena una goccia più una goccia non fa una goccia più grande ma sovente due gocce, come se le singole gocce fossero sempre ricoperte da una sottile membrana di olio o di grassi saturi. Così quando accade che due grandi attori diventano, pur mantenendo le loro peculiari identità poetiche, una storia unica, non si può far altro che salutarli con quattro minuti pieni di applausi. È stato questo l’omaggio che il pubblico del Teatro Titano di San Marino ha donato ad Ascanio Celestini e Giuliana Musso e al loro “Potente e fragile”, pièce pensata per il Teatro Biblioteca Quarticciolo (ha debuttato a Roma in primavera) e presentato a San Marino ancora accompagnato dal profumo di borotalco (la tappa in Repubblica è stata una delle prime repliche dopo il debutto nella città capitolina).

Ci si potrebbe tranquillamente fermare al minutaggio degli applausi, risposta qualitativa incisa nella pietra con lo scalpello della parola, e ringraziare i due attori per il dialogo. Per loro “Potente e fragile” è, come dice la stessa Giuliana Musso, la concretizzazione “del desiderio di un teatro che ci guardi negli occhi e che ci ascolti, di una drammaturgia che nasca dall’indagine e trasferisca sulla scena la testimonianza”.

Cucito come un abito di Arlecchino, lo spettacolo – un’ora e 45 minuti senza intervallo – è un pastiche di storie nate singolarmente e in contesti iperbarici che, quasi per alchimia, scoprono di essere una famiglia.

Un incrocio di sguardi lì dove – ed accade solo a teatro – i personaggi raccontati (e quindi vivi) sono “anche” le storie che si portano addosso.

Come quella di Bifolco Giovanni, padre di Bifolco Davide, promessa del calcio, scugnizzo buono di cuore e cresciuto con il mito di Francesco Totti, un 16enne che quando pensava a sua madre la vedeva come una regina e ucciso a Napoli con un colpo sparato da un carabiniere: era su un motorino con altre due persone e non si erano fer­mati all’alt.

Come quella di Mauro, giovane alpino vicentino ammazzato a 24 anni in Afghanistan che viene ricordato dalla madre (Giuliana Musso strepitosa per accento veneto e intensità emotiva). “Non è morto – spiega – ma è andato avanti”, come dicono i montanari, persone dalla pelle dura dal gelo degli inverni, pragmatiche come una stella alpina o un cespuglio di mughe.

Come le prostitute di “Laika”, novelle “Sally” (Fabrizio De André) che “bruciano copertoni” per trovare quel calore che né i soldi dei clienti né la noia possono donare nelle notti d’inverno.

Come Domenica la barbona di “Pueblo” raccontata in un giorno di pioggia, che viene insegnata da uno zingarello che fuma a rubare e che sogna una pizza con la mortadella.

Come quella il vecchio furlano, che non ha memoria per le date ma che ricorda solo quella del 20 settembre 1958 quando hanno chiuso e case di tolleranza.

Come quella del giovane seminarista de La fabbrica dei preti”, recitato dalla Musso con una sincera e riuscita cadenza emiliana, molestato da un “Don Balosa” di felliniana memoria quando era giovane giovane e che si scopre, all’improvviso, già vecchio.

Ascanio e Giuliana si sguardano, attratti da un’urgenza misteriosa che vibra e che sfocia, soprattutto in Celestini e soprattutto per le vite più comiche e caratterizzate, nella risata.

Una goccia più una goccia non fa due gocce ma una goccia più grande. Che bagna, commuove, diventa lacrima liberatoria, fiume del ricordo, sguardo negli occhi, condivisione, abbattimento della quarta parete, simpatia (“sympatheia”, quindi “patire insieme”), emozione.

Semplicemente teatro.

Alessandro Carli