“Sono un romantico, porca troia!”: intervista a Franz Krauspenhaar, atto secondo

Posted on gennaio 29, 2018, 8:00 am
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Provate a fare come faccio io che rompo le palle senza farmi tanti scrupoli. Così ho chiamato il mio amico Franz, di primo mattino. Lo so, è da criminali, roba da rischiare la denuncia. Gli scrittori solitamente vanno a letto tardi e dormono a lungo. Ma tanto io e lui siamo sempre svegli e soffriamo di insonnia, neanche fossimo naturalmente cocainizzati. Il fatto è che avevo una bella notizia da dargli e così, chiacchiera chiacchiera, ne è nata una seconda intervista, dopo Mi sono rotto i coglioni della letteratura.

Parca paletta, fratello, hanno parlato dell’intervista che ti ho fatto per Pangea.news, alla rassegna stampa di Radio 3…

Porco cane, ma mi prendi per il culo?! E come hai fatto? Quelli non si calcolano mai nessuno.

Che ti devo dire, sarà che stai diventando famoso…

Era ora, cazzo! Almeno prima di morire! (Franz ride come un ossesso). E che hanno detto?

Ne hanno citato una parte e poi hanno detto che era un’intervista bukowskiana…

Cazzo, grandioso! Bukowskiani noi! (Franz ride in modo compiaciuto e sordido) Bukowski ci fa manco la sega!

Senti, direi di procedere con la seconda parte dell’intervista, se hai tempo…

Come no, tanto non ho un cazzo da fare…

Piano con le parolacce, o ci danno dei bukowskiani (Io e Franz ridiamo come ubriachi nel mattino). Parliamo del tuo nuovo libro, Brasilia… Come ti è venuto in mente di scrivere una distopia?

Non sono un grande appassionato di fantascienza o di romanzi distopici, ma sicuramente ne ho letti diversi durante l’adolescenza. Sono invece, questo sì, un grande ammiratore di Anthony Burgess, l’autore di Arancia Meccanica. La questione distopica compare in diverse sue opere rendendole, però, ancora più realistiche. L’atmosfera è paranoica, quasi da incubo. E con Brasilia, questo mio nuovo libro in uscita per Castelvecchi, mi è venuta voglia di tornare a quei miei vecchi amori giovanili. Ho voluto così mutare corso, non rispetto al mio tipo di scrittura, ma rispetto al tipo di romanzo. La mia idea era di arrivare a una narrativa pura, priva di digressioni, che sono solitamente l’elemento preponderante nel resto della mia produzione. Qui, al contrario, la storia è nuda e cruda, con un personaggio principale che, come mio costume, racconta in prima persona. Abbondano i fatti, le situazioni, e soprattutto ci sono tanti dialoghi. Come dicevo, quindi, un’opera distopica, ma non solo. Il libro è la storia di un uomo, di un rapporto padre e figlio, di una famiglia.

Ti sei reso conto che la distopia va molto di moda, da quando la rilanciò McCarthy con La strada, fino ad arrivare all’ultimo Houellebecq di Sottomissione?

Sì, tanto più che si tratta di autori che amo molto. Ma tu lo sai, per me nella scrittura le cose avvengono in modo naturale. Non ho cercato di scrivere un romanzo alla moda. Non l’ho mai fatto in tutta la mia carriera e non vedo perché dovrei iniziare proprio adesso. Brasilia è un ritorno a quello che pensavo di fare alle origini e che non ho mai fatto, pura narrativa. Volevo trovare una nuova via, essere originale, spiazzare per non sembrare il solito Krauspenhaar. Così ho scelto una storia famigliare raccontata attraverso i suoi superstiti, in un’ambientazione diversa dalla mia Milano e dall’Italia.

A questo proposito, volevo chiederti come mai avessi scelto di ambientare questo tuo romanzo fuori dalla nostra nazione, ma con un occhio sempre rivolto a essa. Il tuo personaggio vive tra due mondi, due stati così diversi come l’Italia e il Brasile.

Il Brasile è una realtà, un sogno, qualcosa che mi affascina da sempre, un’ambientazione ottimale per una storia di mistero – effettivamente, è un luogo molto misterioso. Soprattutto, è il posto di Brasilia, questa città il cui nome contiene quello del paese di cui è la capitale. Una città moderna, addirittura ipermoderna, una città del retro futuro. È nata nel 1960, esattamente come me. Brasilia, nel mio romanzo, ha la funzione di una sineddoche, è il microcosmo di qualcosa di più grande. E, in ultimo, rappresenta per me quello che si suol chiamare un luogo dell’anima… Anche se, forse, il mio luogo dell’anima non esiste. Potrebbero essere tantissimi, quindi non lo è nessuno. La cosa fondamentale è che c’era la voglia di raccontare, per una volta, una realtà che non mi fosse immediatamente prossima. Anche se, come avrai notato, non so prescindere dal legame con la mia Milano.

Tu non ci sei mai stato in Brasile, vero? La tua è come l’America sognata di Franz Kafka?

No, non ci sono mai stato, per ora. Certamente, di questi tempi, la fantasia non ha il peso che aveva all’epoca di Kafka. Oggi è tutto meno filtrato e quindi meno misterioso. Il Brasile è, in buona sostanza, quello che ci viene restituito dai vari documentari e film e dalla sua splendida musica. Io ho voluto indagarne la dimensione maggiormente oscura, sia nelle ambientazioni della città, che nella visita alla favela di Sol Nascente. Credo di aver riportato il fascino dell’ignoto di una città futura, che oggi è una città del passato, ma in cui il passato strizza l’occhio a un futuro di cui non riusciamo a scorgere la fine.

Dalla lettura di Brasilia emergono, come in un sogno freudiano, una dimensione manifesta e una latente della città. La società di tutti i giorni, quella in cui vivono i protagonisti, è appena la crosta che ricopre la verità di quel mondo dove stanno coloro che governano realmente. Ti volevo chiedere se, in tal senso, volessi lanciare un messaggio, alla stregua di quello di Stanley Kubrick in Eyes Wide Shut, ovvero: attenti che c’è un universo nascosto, dietro quello che ci fanno vedere ben infiocchettato dai telegiornali.

Gli scopi principali erano due. Innanzi tutto, raccontare la storia di un uomo. Ciò che mi prende particolarmente, nel mestiere dello scrittore, è il  racconto delle anime, più che dei tipi umani. Perciò, ricorro spesso alla confessione, perché i protagonisti narrino di sé. Attraverso questa, in Brasilia, arriva al lettore notizia di molti fatti. Così, pur mantenendo un alone di mistero fino alla fine, senza svelare completamente quella che è la realtà, io racconto il mondo di cui hai parlato tu, una realtà inaccettabile. La narrativa può, a modo suo, fare un’operazione inversa rispetto ai media: restituire il segreto di una realtà con cui nessuno di noi sembra voler fare i conti, quella di gruppi di potere che, per così dire, governano sotto la crosta del visibile. Sono loro il vero potere, quello economico. Nel mio romanzo, compare una simile organizzazione. Ma non direi molto per non eliminare la sorpresa, il risvolto noir. Aggiungo solo che, in origine, volevo intitolare il libro La città doppia, perché, in fondo, questo mondo sotterraneo, in cui si cela il vero potere, è un doppio, come in uno specchio deformato.

Rispetto ai tuoi precedenti romanzi, si evidenzia anche un ulteriore ricorso alla brevitas. I capitoli sono ridottissimi, come dicevi tu non ci sono digressioni. Com’è che sei arrivato a maturare questo tipo di prosa così semplice e scarna?

Ho adeguato lo stile a ciò che stavo scrivendo. In ogni mio romanzo, c’è uno scarto rispetto al precedente. Ognuno è un mondo a sé, però c’è una certa continuità di discorso. Per es., l’introspezione del personaggio principale è una costante. Certo, in Brasilia, la cifra stilistica è quella che hai sottolineato tu. Anche le descrizioni di ambienti sono molto fluide e sintetiche. Oggi, in letteratura, non si può insistere nel particolareggiare, altrimenti si riproporrebbe il romanzo ottocentesco nel quale per raccontare una sedia si usa una pagina e mezzo. Viviamo nella società dell’immagine, della fotografia, basta suggerire.

Quanto e che genere di lavoro ha richiesto Brasilia per essere portato a termine?

BrasiliaÈ partito tutto in modo felpato, attraverso le ricerche che ho condotto sulla città. Mi sono immerso nella sua musica, nei film, e ho parlato con persone del posto, anche con italiani che vivono lì da parecchi anni. Mancava forse soltanto il viaggio, ma avevo deciso di fare la prova dei vecchi scrittori di fantascienza, o di avventura, che non si muovevano dal loro studiolo, come Wells o Salgari. Ho provato a immaginare tutto. Oggi abbiamo molte più possibilità di arrivare a una verità credibile, attraverso i mezzi di comunicazione. Non dico che Brasilia è come se l’avessi visitata, però ne conosco alcuni importanti luoghi e l’architettura, per averla vista attraverso libri e fotografie. Una questione che ho approfondito molto per scrivere il romanzo è quella delle favelas. La favela è come un’escrescenza malata. Anche nella città nata per diventare non solo la capitale del paese, ma per essere d’esempio per tutti, c’è questo cancro. Può avere degli aspetti positivi, non lo nego, ma rappresenta un tumore in seno alla società. Adesso, pure qui in Italia, stiamo cominciando a capire cos’è una favela e il male che porta con sé.

Anche in questo romanzo si ripresentano dei rapporti molto particolari e intensi con le figure genitoriali. Mi interesserebbe capire da cosa sia motivata questa costante ossessione letteraria che ogni volta fa capolino nei tuoi testi.
Non è soltanto un fatto personale. Il rapporto con i genitori, nei miei libri, rappresenta il rapporto con l’origine di tutto. Non posso parlare di Dio in maniera esaustiva, perché Dio non lo conosco, o meglio a Dio non credo fino in fondo. Ho tentato,  quando ero giovane, perché vengo da una famiglia fortemente cattolica, ma poi mi sono arreso all’evidenza dei fatti e i fatti non sono quasi mai positivi. Credere in un Dio che avesse creato tutto questo mi sembrava quasi un controsenso, anche se rispetto la sua figura. Nel libro, il padre del protagonista ha una conversione. È forse uno degli ingredienti più brillanti. È sempre positiva una conversione, anche per me che non sono credente. Ma, da agnostico, io mi pongo davanti alla sola origine di cui abbia certezza, i genitori. Ernesto, il protagonista, è il frutto di un amore troncato anni prima dalla morte della madre. Il padre è l’unica cosa che gli sia rimasta. Lui è un uomo solo, non si è sposato, vive tra il Brasile e l’Italia. Il romanzo inizia con una lettera d’invito del padre al figlio, a cui questo risponde animato dalla più sincera felicità al pensiero di poterlo rivedere. Lì ci saranno le prime sorprese. Il mondo si capovolge attraverso le parole del padre, in una maniera molto dura da accettare. Ma lui ha una grande forza d’animo e, nonostante tutte queste rivelazioni, decide, anche per amore verso l’idea di famiglia, di non abbandonarlo. E questa è una prova d’amore importante. Il mio romanzo, vorrei precisarlo, è anche un romanzo d’amore…

A momenti mi diventi un romantico, Franz…

Io sono anche un romantico, infatti, porca troia!

Ho l’impressione che i tuoi personaggi siano un po’ come quelli di Houellebecq, ventriloqui del loro stesso autore, a prescindere da quel che possono fare nella vita, come lo scrittore in Grandi Momenti, o qui il giornalista. Sì, mi sembrano una variazione sul tema di Franz.

Sono d’accordo, anche se chiaramente non tutti. Ernesto, in certi momenti, diverge da me, altrimenti avrei scritto un’autobiografia. Anche se certo, lo ammetto, c’è molto del sottoscritto in lui.

Naturalmente, non ti davo dell’autobiografico. Uno scrittore può inventare delle situazioni ma, attraverso i suoi personaggi, dire ciò che direbbe lui in quei contesti, se vi si trovasse.

Beh, sì, in questo senso… Certamente mi racconto anche attraverso un’altra vita che non sia la mia, ma che io ho creato. Lo scrittore è un demiurgo. Oggi si tende ad abbassarne il livello, perché tutti scrivono, tutti sono scrittori, soprattutto sui social, e quindi nessuno lo è. Essere uno scrittore vuol dire avere un potere, un potere immaginifico di raccontare cose che ti sorgono dal petto. Perché ricordati che si scrive col culo, con i coglioni, o con il petto. Io scrivo o con i coglioni o con il petto. Confluisce tutto da lì. Voglio dire dal petto quindi dall’anima, o dai coglioni, cioè dalla dura vita di tutti i giorni. Poi il culo è quello con cui scrivono il 99,9% degli autori, e si vede. Ma il vero scrittore ha il potere di creare come Dio, dal nulla, un personaggio, una situazione, una città, un mondo, una speranza o una non speranza e tutto ciò è meraviglioso. Oggi non c’è più questo rispetto per gli autori. Quelli che ci sono sono diventati dei buffoncelli. E non ce l’ho con Fabio Volo. Mi sta anche simpatico. Lui è il primo a sapere la verità, ovvero di non essere uno di noi, perché è un ragazzo intelligente. Parlo di gente tipo Baricco che non scrive un cazzo, non sa neanche scriverla la parola “cazzo”.

Secondo te qual è la migliore distopia degli ultimi anni?

Sottomissione di Houellebecq. Anche se in molti lo reputano un romanzo minore, come hanno reputato minore Piattaforma, che per quanto mi riguarda non lo è. Houellebecq inventa un mondo alternativo che tanto alternativo poi non è. Parte dalla realtà raccontando la possibilità (non di un’isola, in questo caso) di un disastro totale, quello di un governo musulmano in Francia. E, in effetti, a livello europeo, corrisponderebbe a un’ecatombe. Io sono assolutamente contro qualunque tipo di integralismo, solo la parola mi fa già incazzare. Però sono anche contro questo buonismo a favore di gente che non c’entra niente con noi. Le religioni rovinano tutto di solito e, in particolare, certe derive di quella musulmana. La cattolica, oramai, non esiste da quanto si è ammorbidita. Comunque, non mi piace per niente questa logica del “dai venite, tanto oramai ci siete, quindi accomodatevi. Noi ce ne andiamo a dormire nello sgabuzzino, potete fare il cazzo che vi pare”. Il nostro cugino d’oltralpe ha reso bene tutto questo. Come me in Brasilia, ha scritto una distopia realistica, in cui alla fine non riesci più a capire dove inizia la fantasia e dove la realtà. Houellebecq ha questa naturalezza esplosiva nel raccontartelo. È la sua cifra.

Beh, direi che anche tu sei naturalmente esplosivo…

Eccoti che mi prendi per il culo…

Ma che dici! Lo sai che ti voglio sinceramente bene…

Già! Peccato tu non sia una bella fica…

Per fortuna che oggi sei romantico…

E quando mai avrei detto una simile stronzata?

Matteo Fais