Un cacciavite per scassinare l’urna di Henry de Montherlant a Roma. Ovvero: il grande di Francia torna in scena, ma i suoi libri (equina idiozia) sono introvabili

Posted on settembre 22, 2018, 6:43 am
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Indubitabilmente, 55 anni fa, Henry de Montherlant era una leggenda. Ottobre. Parigi. Per Il Popolo Vittorio Abrami va A colloquio con Montherlant. “Henry de Montherlant nasconde la sua leggenda in un appartamento parigino del ‘quai Voltaire’, popolato di statue classiche, di meditazioni e di ricordi. Vive in uno splendido isolamento, lontano dal chiasso delle ‘coteries’ letterarie di Parigi, tutto dedito alla sua arte. Un’arte complessa e severa, fatta d’apollineità e di dionisismo”. Nell’intervista, Montherlant è sfuggente e anarca. Ne dice una, buona. “Sono sempre stato per la censura. Ma a condizione che questa censura sia affidata a delle persone qualificate per la loro sicurezza di giudizio che per il loro tatto morale e resa efficiente nel concreto: doppia condizione ben difficile ad ottenersi”. All’epoca, Montherlant era trattato come uno dei grandi di Francia. Mondadori aveva in catalogo Gli scapoli e Ragazze, Bompiani aveva tradotto i testi teatrali, Il gran maestro di Santiago, La regina morta e Malatesta, affidati a grandi firme come Massimo Bontempelli e Camillo Sbarbaro. Nel 1965, ancora Bompiani, avrebbe stampato Il caos e la notte. Ora, nel caos editoriale attuale, in questa notte dove tutte le vaccate valgono quanto il genio, Montherlant è svanito, l’ultimo bagliore fu Port Royal, edito da Aragno nel 2015, che schifo.

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Sguazziamo nei paradossi. Tra i grandi scrittori francesi di ogni tempo, aristocratico e spavaldo, Henry de Montherlant ha desti legami con l’Italia. Iniziamo dall’ultimo, quello definitivo. Montherlant si uccide il 21 settembre del 1972, nel giorno dell’equinozio, alle quattro del pomeriggio: prima ingoia una fiala di cianuro, poi si spara alla gola. Aveva 77 anni. Sulla scrivania, tre lettere. Due sono per il commissariato di polizia e per la Procura della Repubblica. Montherlant, per fugare inutili indagini, li avvisa che si è effettivamente, liberamente, consapevolmente, ucciso. La terza lettera è all’esecutore testamentario, Jean-Claude Barat. “Mio caro Claude, sto diventando cieco. Mi uccido. Ti ringrazio per quello che hai fatto per me. Tua madre e tu, siete i miei unici eredi. Molto affettuosamente”. La grafia è ferma, solida. La cecità dell’uomo che ha visto troppo. In testamento, lo scrittore chiede “che le mie ceneri vengano disperse a Roma”.

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Montherlant15 aprile 1973, su Il Tempo Giorgio Locchi racconta l’operazione. Titolo: Disperse ai piedi del Campidoglio le ceneri di Henri de Montherlant. Sottotitolo: “Lo scrittore francese, suicidatosi nel settembre scorso, ha voluto che i suoi resti fossero sparsi tra le vestigia del mondo romano. La cerimonia è avvenuta alla presenza di un funzionario di Palazzo Chigi”. Il giornalista: “Questi funerali insoliti e clandestini sono stati celebrati da due amici dello scomparso accademico di Francia, il suo esecutore testamentario ed erede Jean-Claude Barat e lo scrittore Gabriel Matzeneff, che sono poi anche le due ultime persone cui Montherlant telefonò prima di togliersi stoicamente la vita”. L’evento, pur consumato in clandestinità, ha i caratteri del sacro e una punta di grottesco (il giornalista censisce la “strana caccia attraverso il centro di Roma alla ricerca di un cacciavite destinato ad aprire la cassetta di mogano in cui erano racchiuse le ceneri di Montherlant e più tardi, cogli sforzi eroici dei due amici francesi intesi ad aver ragione della resistenza di una insospettata cassetta interna, in zinco”).

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Le date non sono causali. Dieci anni prima che le ceneri di Montherlant fossero sparse sul bruno Tevere, accade l’intervista sul Popolo. Nel 1943, trent’anni prima, Montherlant, in pieno regime di Vichy, scrive Malatesta, testo teatrale epico e spietato intorno a Sigismondo Pandolfo Malatesta, principe di Rimini. La scrittura del Malatesta continua nel 1944, anno in cui, contemporaneamente, Montherlant subisce una perquisizione da parte della Gestapo e l’accusa, da parte dei ‘resistenti’, di essere colluso con i nazisti. Nel 1945 una commissione nata tra i partigiani francesi per ‘epurare’ gli scrittori che non si sono comportati bene (la ‘Commission d’épuration de la Société des gens de lettres’) mette sotto processo Montherlant. “Gli infliggono la pena (una interdizione professionale) di sei mesi retroattivi di non pubblicazione delle sue opere”. Che cretinata indecente. Va detto che diverse “informazioni” contro Montherlant cascano, nei mesi successivi, sul grembo della ‘Commission’. Segno che Montherlant stava sulle palle a molti. Nessuno fa caso alla lettera di Odette Michéli, piuttosto, delegata della Croce Rossa, che rimarca l’“aiuto morale e intellettuale” e le “generose donazioni alla Croce Rossa svizzera” da parte di Montherlant, durante la Seconda guerra, per aiutare i bambini in grave difficoltà. Come sempre, Montherlant prende le parti dei deboli – quelli veri – da par suo, senza appartenere ai partiti, senza partigianerie di comodo.

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Alcuni dicono che Montherlant sia scrittore troppo ‘complesso’ per l’attuale modello editoriale. Mefistofelica minchiata. La grande letteratura non è una gita turistica, ma una verticale di ghiaccio, da ascendere in solitaria. Il fatto è che Montherlant agghiaccia i perbenisti, ha uno stile predatorio, che s’incunea nelle nostre convenzioni basso-borghesi, infangandole. Eppure, Montherlant ha un potere seduttivo ineccepibile. La ‘notizia’, infatti, è che il suo Malatesta, dopo un primo ciclo teatrale andato in scena al Castel Sismondo di Rimini – la patria naturale della pièce – nello scorso marzo-aprile, torna in atto, vista l’ampiezza del successo. Il secondo turno di repliche, con Gianluca Reggiani – ideatore del progetto – nelle vesti dell’eroe dannato, è previsto dal 4 al 27 ottobre, sempre nel Castel Sismondo di Rimini, in coincidenza, pure, con “i 550 anni dalla morte di Sigismondo Pandolfo Malatesta”. Va detto che proprio a Rimini è stato pubblicato uno dei libri più sgargianti su Montherlant, L’infinito è dalla parte di Malatesta, per la cura di Moreno Neri, da Raffaelli, nel 2004. Ora viviamo il paradosso che Montherlant torna a teatro, ma in libreria mancano i suoi capolavori. Questo Paese non smette di stupire per la sua idiozia.

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Marguerite Yourcenar ha riconosciuto in Montherlant il più grande scrittore vivente del suo tempo. Interrogata da Matthieu Galey (in Marguerite Yourcenar. Ad occhi aperti, Bompiani, 1982) ha detto che “romanzi quali Les célibataires o Le chaos et la nuit mi sembrano autentici capolavori”; in una lettera privata a Montherlant, da Aix-en-Provence il 6 gennaio del 1969, scrive: “Mi ha infinitamente commosso che abbiate passato del tempo e vi siate presi la pena di leggere i miei scritti. La principale virtù della vostra lettera è che mi dona l’occasione di esprimere l’ammirazione che nutro verso la vostra opera… Il caos e la notte mi pare uno dei più grandi libri che mi sia capitato di leggere”.

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Capito? Tocca tradurre e pubblicare come si deve quel gran genio di Montherlant. (d.b.)

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Si pubblica una porzione di “Malatesta”, il testo teatrale di Henry de Montherlant. Pubblicato nel 1946, in scena la prima volta, al Théâtre Marigny di Parigi il 19 dicembre del 1950, è in atto al Castel Sismondo di Rimini dal prossimo 4 ottobre.

 

PAPA: Non c’è scampo per voi Malatesta

voi amate il male

questa è la vostra natura

natura di mostro.

MALATESTA: Rigetto la vostra condanna, Santo Padre:

non sono un mostro

sono il più buono degli uomini.

Non date ad altri il potere di cui godo

avrei potuto farne un uso ben più terribile.

Quelle che avete elencato non sono accuse – sono calunnie.

Mi accusano di ciò che ho fatto – di ciò che non ho fatto –

mi si rimprovera di aver fatto cose che riscuotono applausi

se a farle è un altro.

Mi si accusa di ciò che penso

e mi pensano capace di ogni lordura

sono i miei nemici a foggiare la leggenda nera di Malatesta.

L’opinione pubblica ingrassa nella menzogna –

tutti mi odiano di un odio che mi annienta

a nord mi odia Venezia

a ovest mi odia Sforza

a sud mi odia Alfonso e Urbino

qui, al cuore del mondo, mi odia il papa.

Hanno rapinato tutto ciò che avevo

ottenuto con la forza e con l’astuzia

di sei città non mi resta che Rimini

sono ciò che ero a dodici anni

quando per la prima volta ho indossato la corazza.

Tutto, tutto si è disintegrato tra le mie mani

come le sciabole che si trovano per caso sulla spiaggia

arrugginite e antiche di secoli

che si sbriciolano appena le tocchi.

Ho compiuto azioni odiose?

Ma ho fatto anche del bene.

Ho donato 14 figli all’Italia – 8 maschi

5 di loro cavalcano con me in battaglia

fieri come la vittoria…

…e quante vittorie ho donato a chi si affidava a me…

ho vinto, vinto, contro tutti, malgrado tutto

tradito dai padroni – dai fratelli – dai figli

assediato dall’odio – odio

odio ovunque come un acquazzone.

 

PAPA: Malatesta? Malatesta? Siete davvero voi?

Malatesta che piagnucola reclamando giustizia?

Malatesta, questi guaiti sono indegni di voi.

MALATESTA: Ho sete.

PAPA: Tenetevi almeno la sete. Tra poco non avrete altro.

MALATESTA: Quando ho la voce da eroe mi si rimprovera

ora che il tono di un uomo – mi si rimprovera lo stesso.

Perché non piangere? Non voglio più essere di ferro.

Ditelo, ditelo al mondo intero: Malatesta è debole

Malatesta è un frignone – Malatesta è un condottiero di cartapesta

buono per far paura ai bambini quando viene carnevale.

Non m’importano le ingiurie – ne ho incassate di peggiori

la gente vive per infamarmi.

Perché sforzarmi di essere retto se la mia natura è storpia?

Perché forzarsi a fare il bene se non importa a nessuno?

Ora capite perché il bene è inutile.