“Un anziano esorcista, parlando nel sonno, mi disse che…”: dialogo con Fabio Delizzos, che con un romanzo scombina i canoni della Chiesa cattolica. Ed è più bravo di Dan Brown

Posted on settembre 06, 2018, 6:56 am
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Lev Tolstoj temeva soltanto un avversario. Dio. Scriveva battagliando con Dio. Sognava un romanzo più vero della verità, un romanzo in cui brulicasse la vita, più viva della vita vera. Per questo, è giusto un tenace timore degli scrittori: se sono davvero tali – e non degli intellettuali prestati alla tivù o alle colonne cariate delle ‘terze’ – creano la vita in competizione con Dio, lo scrittore della Bibbia. Ogni libro, in fondo, è una eresia, una parola intrepida che amplia il creato volitivo voluto da Dio – ogni scrittore, in fondo, ha come fine quello di smutandare Dio. Al di là di rarissimi esempi – Mario Pomilio, Giorgio Saviane, Giuseppe Berto, Guido Piovene, Guido Morselli, Luca Doninelli – Dio non è problematizzato dalla letteratura italiana, tanto meno la storia della Chiesa, così aspra di contrasti (il male che cova sotto la sottana del bene, la corruzione che alligna dove è il sacro, il sacrilegio sulla lingua dell’orante). Così c’è voluto questo romanzo di Fabio Delizzos, specialista nel ‘thriller storico’ di discendenza teologica (Il libro segreto del Graal, La stanza segreta del papa, il ciclo I peccati del papa), per deliziarmi. La cattedrale dei libri proibiti (Newton Compton 2018, pp.336, euro 9,90) è il terzo libro della serie, dai titoli roboanti (Il collezionista di quadri perduti, Il cacciatore di libri proibiti: se c’è il ‘perduto’ e il ‘proibito’ sei certo o quasi che il lettore è sedotto), che hanno per protagonista Raphael Dardo, “agente segreto e mercante d’arte di Cosimo de’ Medici”, nella Roma di papa Paolo IV e papa Pio IV. Della trama m’importa il giusto – Delizzos, che è cresciuto leggendo Stevenson e London e ha una passione per Cormac McCarthy ma pure per Manzoni, specula intorno all’attentato a Pio IV tentato, è realtà storica, nel 1564 – mentre m’intriga la fioriera di testi apocrifi e di sette eretiche – mai sopite – analizzate da Delizzos (il quale, di suo, ha una formazione da filosofo). La più terribile delle sette – realmente esistita – è quella dei Cainiti, che riteneva Giuda Iscariota un giusto: gli accoliti compivano il male come atto di supremo disprezzo verso la volgarità terrena, come gesto di rivolta al demiurgo arcigno del Vecchio Testamento. In modo più raffinato, Delizzos mette il dito nella divisione del cristianesimo originario, tra gli Ebioniti, gli “ebrei che avevano visto in Gesù il Messia, e che volevano restare ebrei. Sostenevano di seguire l’autentico insegnamento di Gesù di Nazareth e di essere appoggiati dalla prima Chiesa di Gerusalemme, vale a dire da Giacomo e da Pietro”, e i seguaci di San Paolo. Il tutto, nel contesto di un romanzo di cappa&spada, di avventura. Nel mio piccolo, sulla vicenda atavica della distanza, insanata, tra Pietro (ebreocentrismo, legalismo) e Paolo (cattolicesimo, noachismo tiepido, antiebraismo) ho scritto un libro, un apocrifo, senza avventatezza narrativa – altrimenti, la lettura fondamentale, in questa scia, alta e aspra, è Il quinto evangelio di Mario Pomilio. Ad ogni modo, ode a Delizzos: non lascia il tema – di vigoria misterica – in mano a un aitante Dan Brown. (d.b.)

delizzos libroRaphael Dardo. Nome ‘parlante’. Come ti è venuto in mente questo personaggio?

Non saprei dirlo con esattezza. Anche lui, come gli altri miei personaggi, è nato in modo confuso, lento, in una stratificazione di idee. Questo per me è un bene. Ho bisogno di illudermi che ogni personaggio sia magicamente spuntato dal nulla. Devo avere l’impressione che provenga da una dimensione ignota e imponderabile, che sia dotato di una sua identità misteriosa e non abbia assolutamente nulla a che vedere con la mia persona. Più mi è estraneo, più lo sento vivo; se non proprio “vivo”, almeno “presente” come un fantasma. Così riesco ad affezionarmi, e allora lui mi interessa così tanto da togliermi il sonno. Scrivere diventa urgente e bello. A un certo punto del lavoro posso limitarmi a seguire le sue impronte, perché lui ha una volontà indipendente dalla mia. Durante il lavoro di scrittura lo scopro e lo definisco. Naturalmente, Raphael Dardo è anche il risultato di un calcolo tutt’altro che romantico, e ha ricevuto le caratteristiche necessarie allo sviluppo della storia, perché, per me, un buon personaggio deve essere pensato in funzione di quel che gli dovrà accadere (e viceversa).

Come ti è venuta, soprattutto, la voglia di diventare scrittore ‘di genere’? Cosa hai letto da ragazzo, cosa leggi oggi? Non ti piacerebbe, piuttosto, diventare il nuovo Gadda?

C’è Gadda, ma ci sono anche Manzoni e Eco: il romanzo storico ha una nobile tradizione in Italia. Comunque, non penso mai alla scrittura e alla lettura in termini di genere. Forse perché quando ero bambino non esistevano i generi letterari o cinematografici. Io, per lo meno, sono cresciuto senza sapere che ci fosse questa categoria di pensiero. I bambini e gli adulti leggevano le stesse cose, guardavano con gusto gli stessi film, e lo facevano insieme. Ricordo che andavamo tutti matti per Alfred Hitchcock o per “Ai confini della Realtà”. E, per quanto riguarda i libri, ho sempre ricevuto in regalo titoli di autori che erano apprezzabili anche da anziani eruditi: Collodi, Dumas, Salgari, Defoe, London, Stevenson… Quei libri mi facevano sognare, tanto quanto l’Uomo Ragno, Goldrake e Superman. Da adolescente, poi, impazzivo per i racconti di Lovecraft, Poe, Shelley, King, James, ancora Stevenson… e non mi è mai passata per la testa l’idea che questi fossero autori ‘di genere’, benché raccontassero con disinvoltura anche di cadaveri risorti, di vampiri, di uomini mutanti e fantasmi. Leggevo e apprezzavo anche le loro opere più “serie”, ma non ho mai pensato che lo fossero. Oggi leggo tanto e di tutto, dai classici latini agli horror, secondo lo stato d’animo. Ho un debole per Charles Dickens e per Cormac McCarthy. Un buon settanta per cento delle mie letture è dedicato ai saggi, specialmente di storia, religione, filosofia, e di divulgazione scientifica.

Nel romanzo citi, con una certa competenza (e impertinenza), i vangeli gnostici, le lettere apocrife di Paolo, gli ebioniti, i cainiti… Come mai il desiderio di studiare le eresie del cristianesimo originario e quei testi, piuttosto ostici, per quanto affascinanti? 

Sono nato in una famiglia molto cattolica, sia da parte paterna sia materna, e ho vissuto in un piccolo paese della Sardegna, dove le tradizioni e la religione sono ancora adesso molto sentite e vissute. D’inverno, le viuzze desolate profumavano d’incenso. Mia nonna pregava per ore, talvolta piangendo, consumava le dita sul rosario. Mio nonno era il giardiniere delle suore. Le mie prozie mi raccontavano di esorcismi davanti al camino. Una donna in odore di santità mi regalò una Bibbia. E un anziano esorcista, ora beatificato, disse parlando nel sonno che io avrei scoperto il segreto di San Pietroburgo. Ma presto ho scoperto che pochissime persone davano davvero importanza a ciò in cui dicevano di credere, nessuno aveva mai letto i vangeli, gli Atti, le lettere, l’Apocalisse. Non erano interessati. Zero assoluto. Notavo che i praticanti più zelanti, attorno a me, non facevano altro che conformarsi a una ritualità del tutto esteriore, andando contro Gesù. Col tempo ho addirittura constatato che voler capire la Bibbia, fare domande, poteva risultare scomodo. Non ho mai trovato nessuno che condividesse le mie curiosità, neppure tra i professori e i colleghi dell’università. Allora ho iniziato una ricerca personale, che mi ha portato a scoprire e ad approfondire. Inevitabilmente sono incappato anche in quei cristianesimi delle origini che furono considerati eretici e inesorabilmente condannati all’estinzione. Senza, non sarebbe possibile capire come si è formata la dottrina ortodossa. È così che è andata. Adesso, però, studiare e capire il cristianesimo delle origini, così ostico e inafferrabile, mi piace e basta.

Delizzos

Fabio Delizzos in una foto segnaletica: in realtà, è una spia e i suoi libri fanno paura…

La storia della Chiesa e del cristianesimo hanno a tuo avviso un fascino narrativo?

Sì, su di me esercitano un grande fascino. Se ci penso, non riesco a immaginare niente di più intrigante e interessante. E mi sembra che anche i lettori continuino a essere attratti e siano interessati ai libri sull’argomento, che siano inchieste su scandali attuali o romanzi. In fondo, stiamo parlando di una realtà che esiste da duemila anni ed è ancora viva e contribuisce a dare forma al mondo contemporaneo. Nessuno resta indifferente di fronte a un’istituzione così antica e grandiosa. La Chiesa aveva già quasi cinquecento anni di vita quando è caduto l’Impero Romano d’occidente e ha plasmato i quindici secoli successivi. Custodisce due millenni di meraviglie e di orrori abissali. Perciò, anche chi non è credente può vedere che in essa c’è un patrimonio immenso di misteri e segreti. Spiritualità, arte, astronomia, filosofia, architettura, spionaggio e cifrature, tutto è passato da qui, ai massimi livelli. Le vette dell’uomo e le bassezze più infime, San Tommaso d’Aquino e il papa Borgia con suo figlio Cesare. Non so davvero come potrebbe un amante della lettura sfuggire al fascino di una religione che si fonda sui libri e tramanda una narrazione a dir poco avvincente. Confesso che in certi periodi leggerei e scriverei soltanto di storia della Chiesa e del cristianesimo.

Cosa c’è di affascinante nei vangeli apocrifi e gnostici, secondo te?

Innanzitutto, c’è il fascino del proibito. Si vuole sapere perché furono dannati, maledetti, dimenticati, perduti. Poi c’è il fascino del recente ritrovamento, avvenuto per caso dopo secoli e secoli di oblio. Leggere i vangeli gnostici rinvenuti a Nag Hammâdi è un brivido imperdibile. Prima ci si doveva accontentare delle citazioni degli antichi eresiologi, sperando che fossero attendibili. Studiando i testi ritrovati, si capisce perché furono considerati inaccettabili. Certe dottrine gnostiche erano davvero pittoresche ed estreme. Faccio alcuni esempi. Gli gnostici antitattici, tra i quali sono annoverabili i cainiti di cui parlo nel romanzo, consideravano il Creatore della Bibbia un demiurgo malvagio e ingannatore, perciò si impegnavano a raggiungere il paradiso (il pleroma) facendo il contrario di quanto è ordinato agli uomini nei comandamenti. I borboriti si imbrattavano il volto di escrementi per impedirne la vista ed esaltarne lo splendore per contrasto. E i catari, per evitare di peccare, smettevano di mangiare e di agire fino alla morte. Ci furono sette di giudeocristiani gnostici i cui adepti, allo scattare del sabato, si immobilizzavano e restavano così fino al principio della domenica, qualora non fossero riusciti a sdraiarsi per tempo. Insomma, chi non lo ha ancora fatto, entri e si accomodi: lo spettacolo non ha eguali.

Nel tuo romanzo c’è anche un giudizio sulla corruzione della Chiesa dell’epoca… che forse adombra un giudizio sulla Chiesa di oggi… che opinione ne hai?

Cosa posso dire di non banale e che non sia già stato detto? La corruzione nella Chiesa è più antica della Chiesa stessa.

Domanda intima. Credi in Dio? Vai in Chiesa? Credi in qualcosa?

La domanda mi fa piacere, innanzitutto perché dimostra che non lo si evince dalla lettura del romanzo. Poi perché purtroppo è insolita. Non ricordo quando è stata l’ultima volta che qualcuno mi ha chiesto se credo in Dio. Sì, certo, ci credo. In quanto essere umano, credere nel trascendente mi riesce naturale come respirare, come vedere il colore giallo. Non credere in Dio mi risulta fisicamente impossibile. Se ci penso su e ragiono, posso arrivare facilmente a non credere in un principio creatore e ordinatore. Ma quando non ci penso, credo. Sto credendo quando sono distratto. Per forza. È più forte di me. Non sono un praticante, le chiese mi piacciono quando sono vuote e silenziose. In quelle antiche ci vado spesso. Ma preferisco non credere. A volte chi crede mi fa paura. Mi sento più a mio agio con le persone che sentono la presenza di Dio e sono in pace con se stesse e col mondo.

…credi nella letteratura? Ti importa qualcosa della letteratura italiana contemporanea? Cosa?

Se potessi, inviterei tutti a non credere nella letteratura. In primis gli autori e gli editori. Penso che sia un guaio. Da una parte, c’è l’esercito di coloro che sognano di scrivere e pubblicare, quasi fosse raggiungere il paradiso in terra (quando, invece, è un lavoro per cui bisogna essere tagliati, duro, strano e per molti versi malsano). Dall’altro c’è chi crede nella letteratura a tal punto da renderla uno strumento di comunicazione e di propaganda: la usano per persuadere l’opinione pubblica, la caricano di moralismo (o di immoralismo) piegandola al messaggio che vogliono infondere nelle coscienze, oppure narrano la propria insignificante vita quotidiana spacciandola per romanzo di formazione con la speranza di eternarsi nella memoria dei posteri. Così la letteratura diventa insistente, affettata, noiosa, e si ammala. La gente finisce col leggere poco. La narrativa che ha come unico scopo quello di divertire è considerata meno nobile di quella “impegnata socialmente”. Io credo solo nel divertimento estremo che la narrativa fatta con passione, talento e cura è capace di dare al lettore. Immergersi nella lettura è bellissimo, interrompe il brusio assordante che ci ronza in testa, quel continuo e inutile rimuginare di pensieri che guasta la vita. Leggere fa bene. Credo in questo. Sì, della letteratura italiana contemporanea mi importa moltissimo, sono orgoglioso di farne parte. Da lettore, spero sempre di trovare bei romanzi di autori italiani. Con rispetto per i traduttori, leggere l’originale è un’altra cosa.