“Io sono come un cane, una di quelle bestie nere che dormono intorno ai capannoni industriali”: piccolo discorso sulla poesia di Umberto Fiori

Posted on Maggio 21, 2020, 11:43 am
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Nel 2014 Mondadori ha raccolto tutta la produzione, fino ad allora esistente, di Umberto Fiori in un volume ormai introvabile. Poesie 1986-2014 è il titolo e in copertina un’opera di Marco Petrus, Sequenze N. 53: su uno sfondo blu compatto, si staglia un palazzone di quelli come se ne vedono tanti in contesti urbani a noi famigliari, fatto di uffici forse, o di appartamenti. È facile immaginarsi persone lì dentro, intente al loro quotidiano vivere; persone che, nella maggior parte dei casi, rimarranno sconosciute, al pari di presenze senza identità. Non hanno nome, tutt’al più una professione o un compito momentaneo, non sappiamo da dove vengono né che vita conducano, così come non ne conosciamo i sentimenti: vivono, e quello che fanno può essere, in fin dei conti, solo osservato, rappresentato. Sono loro, è vero, ma potrebbero essere anche altri. E questo è l’essenziale. L’elemento più riconoscibile della poesia di Fiori risiede proprio nella capacità di adottare un protocollo di tipizzazione, e cioè di mettere in atto un processo che tende a standardizzare i soggetti rappresentati nello svolgimento di azioni o nella creazione di pensieri non specifici, che potrebbero tranquillamente appartenere a un qualcun altro. Nessuno è e tutti potrebbero essere: «Sull’altro lato del viale,/ al semaforo, in mezzo ai camion/ e alle macchine in coda, ci sono due/ che si prendono a schiaffi» (Lite, in Esempi).

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Anche le coordinate storico-geografiche sono assenti o generiche. E la combinazione di questi elementi fa sì che le scene descritte si trasformino in exempla; ogni abitudine, per quanto ripetitiva, può essere allora interrotta e sconvolta da un fatto che svela, all’occhio in grado di percepirlo, un senso altro delle cose. La poesia di Fiori si snoda proprio tra l’evento comune, banale, quasi scontato, estrapolato dall’ipotetica vita di ognuno di noi, e l’evento improvviso, straniante, casuale, che sovverte l’ordine e conduce a un modo straordinario di osservare l’ordinario, saldamente ancorato al suo continuo ripetersi rassicurante, finanche noioso, ma vitale. Perché il momento della rivelazione è l’esito collaterale di qualcosa di normale però andato storto, di qualcosa che, per qualche ragione, non si incastra con il prestabilito procedere cadenzato delle cose, così come ce lo si aspetterebbe per abitudine. È un incidente, una discussione, un pensiero che può potenzialmente capitare a tutti, in cui ognuno di noi potrebbe ritrovarsi. C’è un presente, un contesto cittadino o metropolitano oppure la contemplazione di un locus amoenus dai tratti espressamente realistici: «Bella vista,/ vista allegra e severa,/ oscura e serena,/ il premio che tu eri/ non c’è bravura/ che possa meritarlo» (XII, in La bella vista); ci sono tutte le possibilità schierate in fila e c’è, insieme, la stagnazione della quotidianità: ma proprio l’assenza di particolari e la costruzione di situazioni sempre riferite a personaggi-quidam consente, a chiunque si accinga alla lettura, di insinuarsi al loro interno, di riconoscersi e di poterne essere il protagonista: «Come quando/ con i parenti intorno/ nella stanza, il bambino appena nato/ se ne sta lì sdraiato; sotto il velo,/ in mezzo ai discorsi, in un angolo,/ c’è poco, c’è quasi niente:/ il naso di sua madre, gli occhi del nonno» (Una stretta, in Chiarimenti).

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In altre parole, in questa poesia l’ordinario rende possibile lo straordinario, così come lo straordinario rivela l’ordinario; la generalizzazione consente l’unicità e l’unicità vale se esiste il suo contrario; il lessico comune svela un pensiero complesso e la complessità del pensiero filtra tramite la semplicità del linguaggio; l’io coincide con gli altri e gli altri sono sempre il deposito dell’io. C’è un continuo dualismo nella poetica di Fiori, dove il ricongiungimento degli opposti è spesso affidato al ponte incisivo delle similitudini, sempre riuscitissime, alle volte ironiche, a tratti sbalorditive, per lo più usate come chiuse fulminanti. Come ha scritto Alessandro Quattrone in una puntuale recensione a Poesie 1986-2014 «Tutti abbiamo visto, sentito e fatto le stesse cose di Fiori, ma lui ha saputo trarne osservazioni e analogie di valore universale. E ha saputo trarne conclusioni. Conclusioni che, appunto nel finale di ogni poesia, sono in grado prima di sorprenderci e poi di lasciarci compiaciuti».

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Una cosa che invece non è stata detta e che occorre sottolineare è la portata anticipatrice dei componimenti di Fiori in relazione al concetto di virtualità; una virtualità che non coincide con la non-realtà, bensì con una realtà non attualizzata, che permane nel suo perenne stato di potenza, di possibilità che potrebbe concretizzarsi. Fiori, in questo senso, è un poeta generoso: generalizzando l’elemento lirico-autobiografico, fa sì che la sua visione del mondo non escluda nessuno, ristabilendo gli equilibri tra la natura degli eventi e l’esperienza della lettura a partire da uno sguardo condiviso sulle cose; e questo avviene perché i fatti non si riducono soltanto a ciò che sono stati ma a quello che potrebbero nuovamente essere, ripresentandosi ogni volta in una forma diversa ma sempre riconoscibile: «Giù, giù, sul fondo/ si va, dove le cose/ – tutte – sarebbe uguale/ se non ci fossero mai state./ È lì che ti vengono incontro/ le belle giornate» (Le belle giornate, in Chiarimenti).

Per questo è fondamentale l’uso che Fiori fa delle parole e come le dispone nella frase al fine di ottenere l’effetto voluto: la sua è una scelta sempre consapevole di lessico semplicissimo, «La gente che va in giro/ tra i suoi pensieri, fermo, c’è un pensiero./ Tra le pieghe dei panni/ ripassa il ferro da stiro» (Fissazioni, in Case), messo all’interno di strutture sintattiche mai involute, ma tendenti alla paratassi; proprio in questa forma ricercatamente definita a ottenere l’immediatezza del linguaggio, Fiori diventa, come è stato più volte sottolineato dalla critica, «riconoscibile». È così che il lettore arriva a comprendere che le parole e le cose coincidono con la loro funzione semantica e non metaforica e sono quello che leggiamo e pensiamo immediatamente.

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Poesia dello sguardo la si potrebbe ben dire e anche poesia sempre capace di sorprendere e che, sospendendo la scena un attimo prima che la lama affondi, lascia memori ma incolumi dell’evento: «Tu non sai che cos’è, stare di guardia,/ in ogni odore/ sentire una minaccia/ a quei tre metri di terreno,/ urlare in faccia al mondo intero/ fino a perdere il fiato, e non sapere/ cosa c’è da salvare, a che cosa/ veramente si tiene» (Di guardia, in Chiarimenti); come se tutto, davvero, fosse ancora possibile, ogni cosa potesse ancora accadere, anche solo a ripensarla o a rileggerla lì, dentro i suoi versi.

Alessandra Corbetta

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DIETRO

A furia sempre di chiedere
e spiegare, e rispondere,
a furia di scavare per vedere
oltre le cose,
a furia di sfondare e capire,
ecco il retro del mondo.

Queste vetrate specchiano
la scena che sta alle spalle
di chi le guarda.

Il muro cieco, in mezzo,
è una bellissima schiena.

(da Esempi)

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DI GUARDIA

Mi conoscono bene, hanno ragione:
io sono come un cane,
una di quelle bestie nere che dormono
intorno ai capannoni industriali
e se passi, si avventano di colpo
sulla rete metallica
e più gli dici “Buono!”, più si sgolano.

Adesso, chi li consola?
Finché non hai girato l’angolo
gli bolle il sangue. Tirano tutti sordi.
Scoprono i denti, mordono
anche il filo spinato; ma sono gli occhi
che fanno più paura: sereni
e puri come quelli di un neonato
o di una statua.

Hanno imparato il compito: questo recinto
tenerlo sgombro. Sia senso del dovere
o invece solo istinto, non ti commuove
almeno per un attimo
la scena che – loro – sempre, tutta la vita,
li fa smaniare, li esalta
e li avvelena?

Io, per me, lo capisco
meglio di tutti gli altri che ho mai sentito,
questo discorso.
La riconosco bene la voce
fanatica, che sbraita per difendere
– così, alla cieca, per pura gelosia –
l’angolo dove l’hanno incatenata.

Tu non sai che cos’è, stare di guardia,
in ogni odore
sentire una minaccia
a quei tre metri di terreno,
urlare in faccia al mondo intero
fino a perdere il fiato, e non sapere
cosa c’è da salvare, a che cosa
veramente si tiene.

(da Chiarimenti)

*

VOLO

Certe sere d’estate, quando la tavola
è apparecchiata di fuori
e appena buio l’aria diventa elettrica,
sa di terra e di temporale,
capita di sentire sui capelli
e sulle orecchie
due, tre carezze leggere.
La tovaglia è già nera
di formiconi con le ali.
Stringe lo stomaco vederli
– ancora presi dalla smania
del loro volo – nuotare in un bicchiere,
spasimare sull’uva.

Così cadevo io
verso i trent’anni
dalle nuvole
in mezzo alla gente vera.

(da Tutti)

*

A CASA

Frase per frase, da un argomento all’altro,
mi hanno rimesso in mezzo,
mi hanno bloccato.

Eccolo qui di fronte il vicolo cieco
dove sto sempre. Eccomi
a casa.

Ecco il mio sogno: il sogno del mio errore,
della mia pena
e del mio pentimento. Sì, sono pronto.

“Ma abbandonati un po’.
Prova a lasciarti andare”,
mi dicono.

Occhi bassi, bicchiere
In mano, zaino in spalla,
rimango i piedi.

Abbandonarsi. Va bene.
Lasciarsi andare, sì.
Ma dove?

Guardo le due poltrone,
loro che parlano,
il tavolino, il portacenere pieno.

Se anche un giorno riuscissi
a lasciarmi cadere
arriverei mai lì?

(da La bella vista)

*

Chi potrà controbattere, chiamare
Egoismo
la vostra volontà?

Voi non avete ambizioni,
fame, sete, superbia. Senza peccato
siete, senza dolore.

Potessi io
essere il prato
non il tremore
di questo filo d’erba.

(da Voi)

Umberto Fiori