“Voi mi avete illuminato, mi avete ridato uno scopo!”. L’ultimo, disperato amore di Umberto Boccioni. Consumato su un’isola, nel Lago Maggiore, con la principessa Colonna

Posted on Gennaio 04, 2020, 10:02 am
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Se la prima regola degli amanti è non lasciare traccia, la seconda è bruciare le prove. Quindi le lettere dell’amore segreto tra il futurista Umberto Boccioni e la principessa Vittoria Colonna, consumato all’ombra della piccola isola di San Giovanni – che erano ben nascoste in casa di lei – non furono bruciate, ma riportate alla luce dalla nipote della nobildonna, Marella Caracciolo Chia, cinquant’anni dopo, dall’oscuro fondo di un baule. E svelate nel libro Una parentesi luminosa. L’amore segreto tra Umberto Boccioni e Vittoria Colonna. È stato poi lo scrittore Ambrogio Borsani a riportare a galla l’ultimo travolgente amore di Boccioni sull’isolino piccolissimo del lago Maggiore, in apertura al suggestivo volume Avventure di piccole terre. Cinquantuno isole italiane da leggere e immaginare, un’antologia di storie che affiorano nelle isole più selvagge d’Italia, pubblicato, qualche anno fa, da Neri Pozza Editore. Un’eccellente idea regalo per amanti, non solo per gli amanti delle isole nostrane.

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Sul piccolo isolotto dell’arcipelago delle Isole Borromee, proprio di fronte a Pallanza – sulle sponde del lago Maggiore, chissà perché, si baciano sempre gli innamorati – trascorreva l’estate del 1916 Vittoria Colonna di Teano, che aveva sposato, nel 1901, Leone Caetani, principe di Teano, da cui aveva avuto un figlio, Onorato. Il destino ce l’aveva scritto nel nome la bella Vittoria Colonna, proprio come la poetessa Vittoria Colonna (1492-1547), amica e forse amante, di Michelangelo Buonarroti. “La principessa Vittoria Colonna di Teano passava l’estate del 1916 sulla piccola isola di San Giovanni, il marito da tempo era impegnato al fronte tra le montagne del Cadore. Poco distante dall’isola, ospite dei marchesi Della Valle, Umberto Boccioni lavorava al ritratto di un amico dei padroni di casa, il musicista Ferruccio Busoni”. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, si dice. Il principe di Teano era lontano, impegnato sul fronte veneto, della Grande Guerra, e vicino agli occhi della principessa si trovava invece l’affascinante Umberto Boccioni.

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Come spesso accade, i due amanti si conoscono ad un party, elegante, dell’alta società: “una sera, a un ricevimento mondano dell’aristocrazia locale, avvenne l’incontro destinato a sconvolgere due vite. Ci fu subito un’intesa profonda tra Umberto e Vittoria. Il giorno seguente i due cominciarono a vedersi sull’isola sfidando le insinuazioni dell’ambiente e la presenza di Onorato, figlio di lei”. La principessa sedotta dall’artista non era certo una ragazzina alle prime armi, anzi era stata corteggiata persino dall’Aga Khan e da quell’ormai attempato Casanova di re Edoardo VII. La principessa del resto aveva sposato un orientalista, appassionato di Maometto e di grazie femminili, visto che a lui “si attribuivano storie amorose piccanti, come quella con la soubrette Ofelia Fabiani da cui in seguito avrebbe avuto una figlia”.

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La prima fiammata di passione fu, però, fugacissima: “Durò pochi giorni la prima ondata di passione. Boccioni dovette presto lasciare Pallanza e rientrare a Milano per presentarsi in caserma. Era già stato al fronte come volontario, ma in una lettera alla signora Bauer aveva scritto della guerra: «Insetti + noia = eroismo oscuro». Quasi a voler correggere il suo fanatico interventismo futurista. Lo avevano richiamato proprio ora che sperava di non continuare l’avventura militare. Soprattutto dopo aver conosciuto Vittoria”. Poche settimane dopo, innamorato cotto, il 10 luglio del 1916, le scriveva, da Milano: “Voi mi avete illuminato, mi avete ridato uno scopo, avete messo ordine, infuocato la speranza, nobilitata la mia ambizione! Se Vi tornerò a dire queste cose all’Isolino, chi potrà pensar male? Vedo il piccolo porto con i vasi verdi e i fiori azzurri. Vedo i lumi di Stresa, il Mottarone e le isole sorelle addormentate. Vedo verde e azzurro! Sono i colori della mia pittura. Il verde della mia speranza, l’azzurro del mio sogno! Da quando sono tornato sono un altro uomo. Misteriosa influenza di un’amicizia armoniosa!”.

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Lontano dall’amante, ripensa, scrivendole, alle focose notti sul lago Maggiore: “Oh! Le nostre notti! Il tuo pallore, il tuo smarrimento, il mio terrore la nostra infinita comunione di corpo e di spirito. Divina mia, lo sento che mi vuoi bene”. Le racconta poi della sua prima cavalcatura: “Questa mattina sono andato a cavallo per la prima volta e ho riscosso le approvazioni del sottotenente per l’agilità nel salire senza montare sulla staffa. Si balza sul cavallo alzandosi sulle braccia con una mano sul collo e una sulla sella. Invece di andare al passo l’ho messo al trotto. Anche in questo pensavo a te e mi figuravo di imparare a fare qualche trottata con te. Quando? Amore!”. Rimasto senza risposta dalla principessa, pochi giorni dopo, il 16 agosto, Boccioni inizia ad agitarsi: “Cosa è accaduto? Non comprendo! Vivo in un orgasmo che non mi dà pace. Non ho nemmeno la forza di stare a cavallo”. Il giorno seguente, l’inesperto Boccioni montò a cavallo per l’ultima volta. “Un autocarro rumoroso, il cavallo imbizzarrito, la caduta su una pietra, la fine. Per un banale incidente il 17 agosto uno dei più grandi artisti del Novecento morì all’età di trentaquattro anni. Così nella storia della pittura italiana del Novecento si formò un buco profondo. Quello stesso giorno le truppe italiane a Gorizia festeggiavano la sesta battaglia dell’Isonzo. Per guadagnare poche centinaia di metri avevano perso ventimila uomini. Più uno, che se ne era andato perché non aveva «nemmeno la forza di stare a cavallo»”. Negli occhi, ancora le immagini della bellissima principessa Vittoria sull’Isola di San Giovanni, un amore intenso e brevissimo, isola di bellezza, prima dell’aldilà.

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Il matrimonio tra la principessa e il principe non sopravvisse alla morte dell’amante, si separarono qualche anno dopo. Dopo questo folle amore, cercò qui la pace e il riposo anche un maturo Arturo Toscanini, ma spesso si sentiva in trappola, sotto assedio, lontano dal suo amore, dalla sua Ada. “Lei, Ada Mainardi, pianista discendente da una nobile famiglia bergamasca, rappresentava l’amore dell’età matura. La loro storia era cominciata che Toscanini aveva sessantasei anni e lei trentasei. Era durata clandestinamente sette anni”. Dall’isolino di San Giovanni, Toscanini le scriveva lettere impetuose, venate di un amore sensualissimo: «Quanto amore – quanta passione mi hai versato nell’anima Ada mia cara – mia unica – mia santa creatura! Quante volte ho veduto la tua bella faccia illuminata – trasfigurata (di giorno – di notte) sotto l’ardente voluttuosa mia carezza! Quanta esaltazione amorosa ci sospingeva l’uno in braccio all’altro! Ricordi? L’ultima notte non sapevamo – non volevamo – non potevamo più staccarci… Eravamo come presi da furore voluttuoso! E dopo? Come fu dolce assopirci blandamente, stretti l’uno all’altra – e quanto amaro fu invece strapparci da quella stretta – che forse avremmo voluto fonderci entrambi ancora una volta! Sì, amore mio – ho con me tutto di te – come tu hai tutto di me. In quei cari giorni siamo stati uno dell’altro come mai in passato… Mai i nostri corpi furono tanto fusi… Mai ci siamo conosciuti così intimamente»”.

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Ci sono dei luoghi, talvolta delle isole, che, forse in virtù della loro particolare morfologia, della loro natura, invitano al panteismo, alla fusione dei corpi, istigano all’amore. Ciò che non possiamo afferrare è più attraente, come la terra per un’isola. Oggi – ricorda Borsani – non è possibile mettere piede sull’isolino, è privato, inaccessibile, benché sia solo a cinquanta metri dalla riva. Una breve giro in barca, poche bracciate e tutti possono, con uno sguardo fugace, rapire qualche sguardo tra i viali dei giardini. E assaporare, con nostalgia feroce, l’ultimo amore del giovane Boccioni.

Linda Terziroli

*In copertina: Anton Giulio a Arturo Bragaglia, “Ritratto polifisiognomico di Umberto Boccioni”, 1911-12.