Ultimo dispaccio dal Santarcangelo Festival: nenia di fobie, acuti beckettiani dal sapore borghese, e la relazione tra Monica Vitti e Antonioni

Posted on Lug 16, 2018, 1:13 pm
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Le ultime schioppettate di “Santarcangelo Festival 2018” hanno avuto l’esito di raddrizzare, perlomeno in parte, una sensazione che ha attraversato l’intero cartellone: l’assenza della parola in scena. Non sono mancate quelle nei comunicati stampa, sempre precisi e quotidiani, ma on stage il raccontare è avvenuto con grande frequenza attraverso la gestualità e il nudo.

“Your word in my mouth – Brussels take” di Anna Rispoli / Lotte Lindner&Till Steinbrenner è l’inusuale: una forma di metateatro senza attori, una pièce in cui gli spettatori vengono chiamati a “dare voce” a un copione nato da una raccolta di interviste raccolte in Belgio e tradotte in italiano.

Lavoro itinerante, spalmato in diversi luoghi del borgo clementino: il 12 luglio alle 19.30 la location prestabilita è quella del “The Noble Experiment”, saletta rossa, zona Sangiovesa (Piazza Balacchi).

Un “finale di partita” (nel senso della durata, 90 minuti, non dell’essenza beckettiana, anche se alla fine qualche richiamo alla poetica del drammaturgo irlandese è innegabile) dal sapore borghese: gli invitati siedono sui divani e, libro in mano, leggono (o interpretano) i personaggi. Dal “grezzotto” romagnolo alla “lella” belga che sogna di fare la calciatrice e che tifa Real Madrid (quella che è capitata a me), passando per un poliamorista e per un’assistente sessuale per disabili, “emerge” un coro polifonico di voci, una “lettura per radio” amatoriale ma sincera, che cambia ogni sera a seconda del pubblico e quindi delle persone che devono recitare “a soggetto”.

Funziona meno invece “Gentle unicorn” di Chiara Bersani, assolo “sulla diversità fisica” che paga una scelta approssimativa delle luci di scena. L’attrice, già vista al Festival in una edizione passata, si muove a carponi sul palco, osservando il pubblico per circa 45 minuti prima di fermarsi davanti al fondale ed emettere alcune note con uno strumento a fiato.

“Piece for person and ghetto blaster”, al di là dell’eccessiva lunghezza (si potevano tagliare 30 minuti senza incidere sul risultato finale), è un percorso nella socialità e nell’eterno scontro tra il mondo umano e quello animale che mette in luce le straordinarie capacità vocali di Nicola Gunn: timbrica, tonalità, estensione e musicalità. Un monologo in movimento da vedere ad occhi aperti – la sua presenza in scena risulta gradevole – ma non così interessante da ascoltare: lei si muove, sale in platea, esegue esercizi ginnici d’impatto sul palco (non tutti) ma la storia non riesce ad entrare con efficacia dentro al cuore del pubblico.

Di “Oasi” di Muna Mussie l’applauso più grande va alla location, l’Orto dei frati Cappuccini, un giardino incantevole. La mise en scene invece si riduce a un’installazione: due attori vivono dentro a una sfera gonfiabile per proteggersi dalle mille paure che hanno. L’azione, ridotta all’osso, è accompagnata da una nenia di “fobie” recitate fuori campo: quella per i calvi, quella per gli spazi aperti, quella per gli insetti, quella per i neri, eccetera.

Interessante seppur penalizzato dalla voce un po’ troppo bassa di Daria Deflorian (la recitazione è ottima ma il tono non arrivava sempre al pubblico) e soprattutto dall’acustica delle aule della scuola Pascucci gli “Scavi” di Deflorian / Tagliarini, lavoro sulla porosità amorosa di “Deserto rosso” di Michelangelo Antonioni: tre attori entrano nelle pieghe della pellicola, rivelando i frame più nascosti, quelli a camera spenta. La relazione tra il regista e Monica Vitti e la sua ossessione per i capelli diventano il pre-testo per aprire il vaso di Pandora degli interpreti: il rapporto con i genitori, l’amore, la malattia, in un continuo rimando con il film, disegnano una pièce densa e profonda.

Alessandro Carli