“Solcata ho fronte, occhi incavati intenti, crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto”. Ugo Foscolo, o dell’arte dell’autoritratto in versi

Posted on Giugno 17, 2020, 9:46 am
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È un mondo senza aggettivi, il nostro. Un mondo dai nomi sbiaditi e privo di aggettivi, ché quelli che usiamo altro non sono che etichette, la temeraria attitudine, per dirla con Eliot, a usare parole sempre più raffinate per sentimenti sempre più rozzi.

Forse perciò, in quest’epoca di accuse sommarie giudizi sommari esecuzioni sommarie – sì, forse per questo è così sorprendente ritrovarsi per le mani i sonetti foscoliani, e in particolare mettere a confronto il suo autoritratto nella versione a stampa del 1803 e quella definitiva del 1824.

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L’autoritratto è una tradizione possibile ma abortita della nostra poesia a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo: ne scrive uno celebre Alfieri, con il sonetto CLXVII, ne scriverà uno Manzoni; prima, dopo e intorno, poco altro di memorabile, oltre a questo foscoliano che colpisce fin da subito per l’esattezza priva di simbolismi. Mentre Alfieri infatti confonde spesso i piani descrittivi e metaforici e usa le stesse similitudini in modo espansivo e non chiarificante, di Foscolo piace proprio l’opposto, l’architettura chiara del sonetto e la precisione chirurgica delle parole.

Quando pubblica la prima versione, Foscolo ha venticinque anni; si trova, cioè, in quello che considera un momento di passaggio tra la giovinezza e l’età matura. E l’autoritratto, scritto nei due anni precedenti, è infatti lo schizzo di un giovane ancora vigoroso e, nonostante le botte prese, pieno di fede nel futuro.

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
Crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
Labbro tumido acceso e tersi denti,
Capo chino, bel collo e largo petto;

Giuste membra; vestir semplice eletto;
Ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
Sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;
Avverso al mondo, avversi a me gli eventi:

Talor di lingua, e spesso di man prode;
Mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,
Pronto, iracondo, inquïeto, tenace:

Di vizi ricco e di virtù, do lode,
Alla ragion, ma corro ove al cor piace:
Morte sol mi darà fama e riposo.

Questa è l’immagine in cui Foscolo fissa i suoi venticinque anni. Intanto, dicevamo, l’architettura esatta. Ecco allora nell’ordine la descrizione fisica dei primi cinque versi; ecco il suo scivolare nel campo del carattere attraverso la fotografia dei gesti; ed ecco che dal carattere gestuale si va a quello morale, con l’elenco delle caratteristiche astratte (sobrio, umano, eccetera) e del rapporto io-mondo, che anche da questi caratteri è modellato. Infine, nell’ultima terzina, un riassunto sommario del proprio mondo intimo e il rimando all’aspirazione per una gloria che lo renda immortale.

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Ma una fotografia, un ritratto, sono istantanei. Che cosa fare quando il tempo e le occorrenze schiacciano e deformano il soggetto, al punto che il vecchio ritratto somiglia troppo a un Dorian Gray che splende all’esterno e conserva all’interno il proprio marciume?

Possenza dell’arte e degli aggettivi – Foscolo ce lo mostra, che fare, e come farlo con pochissimi, lievi ritocchi. Possenza dell’arte e degli aggettivi – e chi dimentica che arte e artigianato hanno lo stesso seme, chi dimentica che al demone dell’ispirazione deve succedere l’oscuro e lungo lavorio appassionato dell’operaio, peste lo colga.

Eccoci allora vent’anni più avanti, AD 1824, ed ecco che Foscolo riprende in mano il sonetto giovanile per renderlo più adatto al sé attuale e al tempo trascorso. Pochissimo è cambiato dell’aspetto, ma un pochissimo che in una manciata di parole cambia tutto l’accento, tutta la prospettiva.

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
Crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto:

Fin qui tutto uguale, ma nel terzo verso sparisce il riferimento ai bianchi denti e nella descrizione puramente fisica della prima versione, si insinua un accenno morale, che dice di un uomo le cui labbra esprimono intelligenza, più che passione, e il cui riso è raro e misurato.

Labbro tumido acceso, e tersi denti (1803)

diventa perciò

Labbri tumidi, arguti, al riso lenti (1824).

Del pari, il «largo petto» del quarto verso resta evidentemente largo, ma è ormai anche «irsuto», ed è a questo tratto distintivo che la nuova versione dà voce.

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Nella seconda quartina, le parole che cambiano sono ancora meno, soltanto due. Eppure, anche qui, potenza dell’arte!, che mutamento descrittivo che questi due soli cambiamenti consentono!

Le «giuste membra» divengono allora «membra esatte», il che sposta l’accento da un canone oggettivo ed esterno a un’accettazione interna. Per quanto mutate possano essere, le membra foscoliane sono «esatte», quelle che la storia e il destino gli hanno consegnato. Ma ancora più interessante è il settimo verso, dove cambia un solo aggettivo, ma dove il cambiamento di questo singolo aggettivo e lo spostamento dell’ordine degli altri mostra una mutata scala di valori. Ecco allora che da

Sobrio, umano, leal, prodigo, schietto; (1803)

il nuovo Foscolo si descrive come

Prodigo, sobrio; umano, ispido, schietto (1824).

Prodigalità e sobrietà vanno in cima e si combattono come due facce di una stessa medaglia; la lealtà è caduta nelle disillusioni politiche e militari e al suo posto c’è la sgradevole caratteristica dell’essere ispido. L’aggettivo umano, infine, si sposta al centro, come ad assumere su di sé tutti gli altri.

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Ed ecco la vecchiaia che avanza, che nelle due terzine si mostra con chiarezza e con chiarezza evidenzia la distanza tra l’uomo di oggi e il giovane di ieri. Il giovane di ieri era un eroe romantico, ardito, pronto a menare le mani e a battagliare, ma capace di solitudine e di introspettività.

Talor di lingua, e spesso di man prode;
Mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,
Pronto, iracondo, inquïeto, tenace:

L’uomo di oggi vede la propria solitudine mesta salire in posizione dominante, come una virtù divenuta condanna. E vede ardore e speranza sostituite da disillusione e viltà.

Mesto i più giorni e solo; ognor pensoso;
Alle speranze incredulo e al timore,
Il pudor mi fa vile; e prode l’ira:

Svanita la tenacia e la prontezza, solo l’ira resta, un’ira amara. Così, nell’ultima terzina resta il contrasto tra la ragione e il cuore. Ma se da giovane questo contrasto era un vanto, un “sì certo, lodo la ragione ma faccio vincere il cuore”

Di vizi ricco e di virtù, do lode
Alla ragion, ma corro ove al cor piace:

adesso, vent’anni dopo, è una sorta di rimpianto, un vizio non amato e purtroppo inemendabile.

Cauta in me parla ragion, ma il core,
Ricco di vizi e di virtù delira –

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Resta, al di là di tutto, l’attesa di un dono, di una ricompensa, che Foscolo non sa vedere altrove che nella grandezza lasciata dietro di sé, nella fama e nel riposo della morte. Ma anche questa attesa, questa aspettativa, si è fatta più incerta, più incrinata, sfumata dai colpi della vita e dalla coscienza dei propri difetti. Perciò la chiusa che nel 1803 era apodittica e profetica, «morte sol mi darà fama e riposo», nella versione tarda si fa allocuzione alla morte.

Morte, tu mi darai fama e riposo.

La morte non è più un principio impersonale, da trattarsi in terza persona. Diventa un «tu», un’entità sempre più vicina e perciò sempre più reale. E se il tono resta impositivo, il rivolgersi direttamente ad essa ordinando, o forse implorando, fama e riposo dice una volta di più della maturazione interiore di chi scrive. E dice una volta di più – possenza dell’arte – dell’abilità sartoriale con cui Foscolo prende un vecchio vestito inadatto e con pochi rammendi lo rende nuovo: più adeguato a chi è diventato, al mondo che gli è intorno, alla vita che gli resta da vivere e lottare.

Daniele Gigli

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Il proprio ritratto (versione 1824)

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
Crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto:
Labbri tumidi arguti, al riso lenti,
Capo chino, bel collo, irsuto petto;

Membra esatte; vestir semplice eletto;
Ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti:
Prodigo, sobrio; umano, ispido, schietto
Avverso al mondo, avversi a me gli eventi.

Mesto i più giorni e solo; ognor pensoso;
Alle speranze incredulo e al timore,
Il pudor mi fa vile; e prode l’ira:

Cauta in me parla la ragion, ma il core.
Ricco di vizi e di virtù delira –
Morte, tu mi darai fama e riposo.