“Tutti abbiamo uno Scrooge dentro il cuore (e gli States, oggi, sono una odiosa Pottersville)”: il romanzo definitivo su Dickens

Dickens è un fenomeno editoriale e cinematografico inarrestabile. Una scrittrice americana tosta, Samantha Silva, esordisce con un romanzo sulla storia che sta dietro il “Canto di Natale”. “Dickens era un uomo imperfetto e complicato, a volte vanitoso, meschino competitivo. Ma aveva un cuore grande come il mondo”

Posted on Gen 10, 2018, 9:31 am
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Non è un pasticcino postfestivo. Prima del pasticcino, però, partiamo dal piatto di portata. Charles Dickens. L’importanza di Dickens, che levita con gli anni, inversamente proporzionale alla distanza dalla sua morte (giugno 1870) si vede dai particolari. Prendete Hereafter, uno dei più delicati film di Clint Eastwood, anno di grazia 2010, con Matt Damon a fare il bel sensitivo. In una scena del film – ne è il cuore – si vede il quadro di Robert William Buss conservato al Charles Dickens Museum di Londra. Il sogno di Dickens. Intorno al romanziere, assopito sulla sua seggiola, svolazzano le centinaia di personaggi a cui ha dato vita, più vivi e più veri degli umani che ci circondano. Il quadro è incompiuto e questo gli dona una contemporaneità vivida – altrimenti, sarebbe una tela devota e poco attraente. Il genio di Dickens, paradosso, non è mai stato così presente come oggi. Forse perché in quella umanità disfatta e in quel mondo roso dalle ineguaglianze riconosciamo il nostro? Dickens è un fenomeno editoriale senza fine – nel 2017 sono stati pubblicati in Italia 25 libri di Dickens, tra ristampe e ritraduzioni, due al mese, con impietose edizioni del Canto di Natale… E un fenomeno cinematografico. L’ultima pellicola – bruttina – ad hoc per le feste appena passate, Dickens. L’uomo che inventò il Natale, racconta, appunto, la storia della scrittura del Canto di Natale. Solo che… Facciamo entrare il pasticcino, cioè il protagonista. Solo che quella stessa storia, in forma di romanzo, ben più complessa, è stata pubblicata proprio quest’anno, e a dire di chi sa è l’apice della ‘dickensmania’ scoppiata nel mondo anglofono – e dunque in tutto il resto del mondo noto.

Samantha Silva

Samantha Silva è l’autrice, ancora inedita in Italia, di ‘Mr. Dickens and His Carol’

Samantha Silva, che viene dall’Idaho, faccia da americana energica, “da sempre devota di Dickens”, “avidamente italofila” (così si dice, nella sommaria bio), ci ha lavorato per quindici anni. Quindici anni e una ostinata idea a torturagli i sogni. Scrivere un romanzo su Charles Dickens. In particolare, scrivere un romanzo su come Dickens si è inventato il Canto di Natale. Samantha, che di mestiere fa la sceneggiatrice (la vedete qui), prima butta giù qualche pièce. La vende. Tradotta in film, però, la storia non funziona. Samantha non demorde. Ed esordisce al romanzo, quest’anno, dopo quindici anni di sogni dickensiani, con Mr. Dickens and His Carol, pubblicato prima negli Usa e ora nel mondo inglese (da Allison and Busby, qui), piazzato in mezza Europa (già si parla dell’interesse di un editore italiano). Samantha è una tipa tosta. Sotto Natale, per dire, senza cedere un grammo ai vizi della fama, ha pubblicato su Literary Hub un servizio (qui) in cui narra il viaggio di Dickens negli States, atterrato a Boston nel 1842, un anno prima di pubblicare il racconto natalizio più celebre di ogni tempo. Beh, Dickens, che aveva idealizzato gli States, imparò ad odiare la rozzezza americana, la venerazione ossessiva al Dio Denaro. In fondo, perché scrivere un romanzo su Dickens? “Perché in ognuno di noi c’è uno Scrooge. Come c’era in Dickens”. Geniale. Sballottati tra Usa e UK abbiamo intervistato Samantha.

Domanda banale: perché Charles Dickens ci attrae ancora così tanto? Ha visto l’ultimo, l’ennesimo film su Dickens, L’uomo che ha inventato il Natale? Cosa ne pensa?

“Dickens è uno dei nostri ‘Immortali’ – come Jane Austen e Shakespeare (e Dante!) – che giungono a noi per dirci chi siamo, ora. Ma penso che il modo in cui Dickens ci rivela chi siamo sia duplice. Per prima cosa, la sua ricca e variegata serie di personaggi rappresenta ogni aspetto dell’esperienza umana e della psiche. Tutti noi conosciamo uno Scrooge, un Cratchit, un Fezziwig, ma li abbiamo anche dentro di noi – chi più, chi meno – essi sorreggono uno specchio davanti a noi in cui ammiriamo noi stessi, senza doverci ritrarre. Inoltre, Dickens era profondamente preoccupato di ciò che intendiamo per ingiustizia, oppressione, diseguaglianza del reddito. Mr. Dickens libroTutti i suoi romanzi hanno a che fare con le forze per sconfiggere la doppiezza, la malizia e l’avidità che lo circondava. Penso che siamo tutti impegnati ancora in questa lotta. Il Canto di Natale è una parabola sulla redenzione sociale, quello che egli desiderava per l’umanità tutta. Riguardo al film su Dickens uscito quest’anno, c’è un filo d’ironia. Il film è basato su un libro del 2008 che racconta la storia vera di come Dickens abbia iniziato a scrivere il Canto di Natale (allerta spoiler: fu una sua idea). Il mio romanzo è iniziato come una sceneggiatura quindici anni fa (leggi sotto) che re-immagina la storia di come quel libro così amato sia stato scritto. Spesso c’è più verità nella finzione – o almeno un conflitto più proficuo – di quanto possa offrire una storia vera. Ma con Dickens, come sempre, c’è molto di più”.

Perché l’idea di scrivere un libro su Dickens? Non l’ha atterrita la sterminata bibliografia già esistente su Dickens? Che cosa rivela di Dickens il suo romanzo che già non conosciamo?

“Se avessi cominciano contemplando la bibliografia su Dickens, sono certa che sarei scappata dalla stanza urlando… è scoraggiante. Ma fortunatamente, molti scrittori cominciano con il granello di una idea che non riescono a scacciare, e incespicano allegramente nel vuoto, solo per capire lungo la strada quanto è difficile il compito che si sono prefissati. Volevo usare il viaggio che fa Scrooge per scoprire se stesso, rivelando Dickens. Una volta che ti chiedi quanta parte di Scrooge è nel cuore di Dickens, la storia comincia quasi da sola. Dickens era un uomo imperfetto e complicato, a volte vanitoso, meschino competitivo, non proprio un buon padre e un buon marito. Spesso risentiva delle tremende pressioni finanziarie cui era sottoposto, e non sopportava che tutti dipendessero da lui per fare soldi con un talento che era soltanto suo. Ma aveva un cuore grande come il mondo. Fu un grande filantropo, fin troppo generoso, l’instancabile campione dei poveri e degli oppressi, dei bambini e dell’assoluta importanza dell’educazione come forza per il bene del nel mondo”.

Ho letto su “Literary Hub” un suo articolo piuttosto interessante: a Dickens non piacevano gli americani… è vero? Come mai? Che relazioni esistono tra gli Stati Uniti raccontati da Dickens e quelli di oggi, dominati dalla presidenza Trump? Che aria culturale si respira, oggi, negli States?

“Prima che Dickens visitasse l’America, nel 1842, la chiamava ‘la Repubblica della mia immaginazione’ – credendo di trovare realizzati lì i suoi ideali romantici di una terra della libertà e dell’eguaglianza, tutta latte e miele. Non so se qualcosa possa essere all’altezza di quegli ideali, tuttavia Dickens fu deluso dal constatare quanto gli americani fossero rozzi, ossessionati dal denaro, e non così anti schiavisti come sperava. Amava la propria celebrità, ma in America vide che era esagerata, e lui così sopravvalutato che non riusciva quasi a respirare. Gli americani hanno fatto di tutto per inimicarselo, specialmente portandolo in giro e facendo soldi con il suo lavoro, senza alcuna ricompensa per l’autore. (Aveva ragione, ovviamente).

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‘Il sogno di Dickens’: il quadro incompiuto, del 1870, di R.W. Buss

Sono certa che nell’America di oggi Dickens vedrebbe molta energia creativa e imprenditoriale, molto attivismo (e sarebbe elettrizzato dalla nuova ondata dei serial televisivi!), a cui contrapporrebbe l’estrema divisione tra ricchi e poveri, la diminuzione dell’educazione pubblica, l’ipocrisia degli evangelici (molto simile a quella dei suoi tempi). Penso che il film La vita è meravigliosa abbia molti debiti con il Canto di Natale di Dickens. Proprio ora, in America, stiamo vivendo in una odiosa Pottersville più che in una buona, gentile, Bedford Falls, così piena di speranza. Allo stesso tempo, le brave persona continuano a fare un buon lavoro, a raccontare le storie che è necessario raccontare, ad aiutare chi è nella necessità, a diffondere opportunità e ottimismo, e spalancare gli occhi, come ha fatto Dickens, davanti alle grandi ingiustizie e ineguaglianze dell’America di oggi”.

In una sua intervista, ho letto che ama Dante e Italo Calvino; in una sommaria biografia si definisce “avidamente italofila”: perché? Come mai le piace così tanto l’Italia?

“Sono stata per la prima volta in Italia quando avevo 19 o 20 anni, e rimasi incantata (come accade a chiunque abbia un qualsiasi senso del gusto); ma sono tornata per un anno di specializzazione a Bologna, in quel caso l’Italia mi è entrata sottopelle. (Ho vissuto brevemente a Roma e sono tornata in Italia spesso da adulta). Per me, non esiste luogo che combini in sé la bellezza naturale con una estetica della bellezza umana, ovunque, in ogni cosa: arte, architettura, cibo, vino, vestiti, e nel linguaggio stesso. Adoro quella caratteristica del carattere italiano: una specie di stanchezza storico/esistenziale, mescolata a un grande senso del gioco e dell’essere infantili. Dickens non aveva nulla del primo, ma molto dell’ultimo. Anche lui amava l’Italia”.

Cosa le piace leggere della narrativa contemporanea? Chi sono gli scrittori viventi da cui si sente più influenzata?

“La narrativa contemporanea mi pare un piacere colpevole, dal momento che ho letto tanto del periodo in cui stavo scrivendo (ho salvato Casa desolata, che sto leggendo ora, come premio per aver terminato Mr. Dickens). Adoro Ian McEwan, Donna Tartt, mi diverte approfondire Lauren Groff, Jess Walter (il cui magnifico Beautiful Ruins è ambientato in Italia); penso che Anthony Doerr sia una rivelazione, ma amerò sempre Calvino, Kundera, Carver – alcune delle mie ispirazioni originarie”.

Come mai ha esordito così tardi? E ora… a cosa sta lavorando?

“Ho iniziato tardi come romanziere, ma per vent’anni buoni ho scritto sceneggiature. Mr. Dickens, il mio romanzo d’esordio, è l’evoluzione di una sceneggiatura scritta anni fa, venduta quattro volte a quattro diverse compagnie, che ha sofferto di strazianti insuccessi sul grande schermo. Ho rifiutato di arrendermi. Allora mi è venuta l’idea di adattare la sceneggiatura al romanzo – un altro modo possibile di dare vita alla storia nel mondo. E che grande avventura è stata… Mi sto imbarcando in un secondo romanzo, anch’esso storico, intorno a una figura letteraria meno nota che, a suo modo, ha aiutato a reimmaginare il mondo”. Il mistero sul nome, come ogni fiction che si rispetti, regna sovrano, aleggia per titillare la nostra curiosità”.

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 Let’s start with the most trivial question: why does Charles Dickens still attract us so much? Have you seen at the cinema the latest, yet another Dickens movie, ‘The Man Who Invented Christmas’? What do you think about it?

Dickens is one of our “Immortals” – like Austen and Shakespeare (and Dante!) – who come from then to tell us who we are now. But I think the way Dickens reveals to us who we are is two-fold. First, his rich, variegated panoply of characters represents every aspect of the human experience and of the human psyche. We all know a Scrooge, a Cratchit, a Fezziwig, but we also have them within us – some more, some less – so they hold up a mirror to us and let us look at ourselves, without having to flinch. Second, Dickens was profoundly concerned with what he saw as injustice, oppression, and income inequality. All his novels deal with the forces for good set against the duplicity, malice, and greed that he saw all around him. I think we’re very much still in that fight. A Christmas Carol is a parable of social redemption, but it’s what he wanted for all humankind. As for the Dickens movie out this year, there’s some irony there. It’s based on a non-fiction book from 2008 that tells the true story of how Dickens came to write his Carol (spoiler alert: it was his idea.) My novel began as a screenplay fifteen years ago (see below) that re-imagined the story of how his beloved book came to be. Often, there’s more truth in fiction – or at least better conflict – than any real story can offer us. But with Dickens, as always, more is more.

 Why the idea of ​​writing a book on Dickens? Did not the immense bibliography already existing on Dickens frighten you? What does your novel reveal of Dickens personality that we do not know?

If I’d started by looking at the Dickens bibliography, I’m sure I would have run screaming from the room. It is daunting. But fortunately, most writers start with the speck of an idea they can’t shake, and stumble blithely into the void, only to learn along the way the difficulty of the task they’ve set for themselves. I wanted to use Scrooge’s own journey of self-discovery to reveal Dickens himself. Once you ask what part of Scrooge Dickens carried in his own being, the story starts to tell itself. Dickens was a flawed and complicated man, sometimes vain, petty, competitive, contemptuous, and not always a good father or a good husband. He often resented the tremendous financial pressures he was under, and hated that everyone seemed to depend on him or else make money off his talent that ought to have been his. But he had a heart as big as the world. He was a great philanthropist, generous to a fault, and a tireless champion for the poor and oppressed, for children, and for the absolute importance of education as a force for good in the world.

I read your very good article on ‘Literary Hub’: Dickens did not really like Americans … is that true? Why? What is the relationship between the United States told by Dickens and U.S. of today? What do you think of the new President Trump? What cultural air can you breathe today in the United States?

Before Dickens first visited America in 1842, he called it “the Republic of my imagination” – believing he’d find there his romantic ideal of a land of liberty and equality, milk and honey. I’m not sure anything could have lived up to that, but he was disappointed to find Americans boorish, money-obsessed, and not nearly as anti-slavery as he hoped. He enjoyed his celebrity, but in America found it so overdone, and himself, so oversubscribed, that he could hardly get a breath. The Americans soured on him, too, especially his lecturing them at every turn about making money off his work without any recompense to the author. (He was right, of course.) I’m happy to conjecture that Dickens would see in the America of today lots of creative, entrepreneurial energy and activism (and would have thrilled at the new wave of serial television!), but he would balk at the extreme divide between rich and poor, the diminution of public education, and the hypocrisy of evangelicals (much like in his own time). I think that the movie, It’s a Wonderful Life, owes a great deal to Dickens’ Carol. And it does feel, in America right now, that we’re living more in a hateful Pottersville than in the good, kind, hopeful Bedford Falls. At the same time, good people continue to do good work, to tell stories that need telling, to help those in need, to spread opportunity and optimism, and to open eyes, as Dickens did, to the great injustices and inequalities of our America today.  

 I read in your interview that you love Dante and Italo Calvino, in your summary biography you define yourself ‘avid Italophile’: why? What does it mean? How come you love Italy so much?

I first traveled to Italy when I was 19 or 20, and was enchanted (as everyone who has any taste is); but I returned for a year of graduate school in Bologna, and that’s when it got under my skin. (I also lived briefly in Rome, and have returned to Italy throughout my adulthood.) For me, there’s no place I’ve been that combines such stunning natural beauty with an aesthetic of humanmade beauty everywhere, in everything: art, architecture, food, wine, clothes, and the language itself. And I adore that thing in the Italian character – a kind of existential/historical weariness combined with a great sense of play and child-likeness. Dickens had not the former, but so much the latter. He loved Italy, too.

What do you love to read about contemporary fiction? Who are the living writers you love the most, from which you feel influenced?

Contemporary fiction almost feels like a guilty pleasure for me, since I read so much in the period I’m writing about. (In fact, I saved myself Bleak House, which I’m reading now, as a reward for finishing Mr. Dickens.) I adore Ian McEwan, Donna Tartt, am enjoying getting to know Lauren Groff, Jess Walter (whose wonderful Beautiful Ruins is set in Italy); think Anthony Doerr is a revelation, but I’ll always love Calvino, Kundera, Carver – a few of my earliest inspirations.

How come you started as a writer so late? Now, are you working on some other book?

I started as a novelist late, but I’ve been a screenwriter for a good twenty years. Mr. Dickens, my debut novel, is an adaptation of a screenplay I wrote years ago, sold four times to four different companies, and suffered some heartbreaking near misses with the big screen. But I refused to give up. That’s when the idea of adapting it as a novel came to me – another possible way to give the story a life in the world. And what a grand adventure it’s been. I’m embarking on my second novel, also historical fiction, about a less well-known literary figure who, in her way, helped reimagine the world.