“Tra la Febbre e la vita quotidiana”: addestramento alla poesia di Tiziana Cera Rosco (pubblicata in Argentina)

Posted on Dicembre 05, 2018, 12:53 pm
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Preludio. La rivista letteraria “Buenos Aires Poetry”, diretta con piglio da Juan Arabia, sta facendo un grande lavoro intorno alla poesia italiana contemporanea. No. Non si traducono i ‘soliti nomi’, ma si tenta di sondare cosa accade, di fiammante, nei luoghi austeri alla cultura, snidare le colture laterali, insomma. Così, di recente la rivista argentina ha pubblicato una poesia di Tiziana Cera Rosco, nella traduzione di Emilio Coco. Per la poesia, proprio perché è un linguaggio così specifico, così ‘locale’ – cioè, localizzato tra ossa, ugola e intenzione – è necessario varcare i confini, essere apolide, tradursi. Di Tiziana Cera Rosco conosco l’opera e l’altitudine artica. L’occasione è buona per pubblicare un ragionamento sulla sua opera – dove parola e atto, verbo e forma s’incuneano – pensato all’inizio di quest’anno, per il progetto ‘Holocene’, poi oggetto di ripensamento. (d.b.)

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Addestramento verso Tiziana

Di Dio direi la carcassa. I teschi, quando albeggiano, non sono diversi dalle nuvole: alcove di vento, il miliare del giorno.

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Così, il Dio della vita se appare è morte – muore lui e nello schiocco di un verbo, militare, muore, sfinita, la creatura. Non c’è altro che la carcassa, l’eminenza delle ossa, astratte, ora, come salmi.

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Che benedizione qualcosa di spietato – il chiodo non redime, il legno pesa perfino sotto le unghie. Se attraverso queste opere – che sono parole – è per non essere ammirato o sorpreso, ma sopraffatto. Sottomesso. La sottomissione degli inadatti.

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Fare un falò della mascherata per restare con il calco, intatto, ora. Un calco, in fondo, è come un anello – di quali nozze è il decoro? A cosa si riferisca quel volto è impossibile risalire. L’irrisolto. Né svelare né arcuare giudizi – ammettere che si cade, con gioia.

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Non ha ragione la parola che descrive e delinea e discerne – l’esercizio misogino della comparazione non ha testo, qui. Ha senso – soltanto – la parola assertiva. L’acuto selvatico del ‘sì’ – o la repulsione. Affermativo è asprezza, qui – come l’endecasillabo delle dune o l’appostamento lieto di proposte dell’aurora sull’iceberg.

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cera rosco

Un’opera di Tiziana Cera Rosco, 2016

Sempre questo il corso, comunque: risalire al completo dal frammento, come se l’osso fosse l’assoluto. In effetti, i lavori di TCR sono una carneficina di consonanti. Così la lingua ebraica non ha ‘senso’: è il labirinto di rovi dove s’intende imprigionare Dio, illustre minotauro.

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S’intenda questo scritto come una esortazione. Il giudizio – qui, in questo chiostro di esuli, di resti dopo il decorso del fiato – è pregiudizialmente al bando. Setacciato, spogliato e messo in roccia oceanica. Come qualcuno rotea il viso di un altro e gli indica l’alba, consapevole che la luce è l’effervescenza del serpente. Dunque. Vedere prevede un addestramento. Ecco.

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*nella deformità l’avvisaglia dell’uniforme – il corpo non è più la vigilia di una rivelazione: se guardi come TCR si scandisce, non senti vocali, ma un clangore assiro. Come mai?

*bisogna artigianalmente costruire l’artide – e desiderare l’anti

*eppure, per ripulire, pensiamo a Veronica Giuliani che leccava – per obbligo confessionale – la propria merda e ammetteva il fulmine dello stupro: la scrittura era una punizione di cui pesava il vuoto, formulato come “dico e ridico e non dico niente”

*esattamente: si scrive – si opera – per ridire il niente, e ribadirlo; la nudità, semmai, è quella di un corpo calcificato da millenni, non amato neppure da una ghirlanda di mosche

*non mendicare risposte; non implorare soluzioni; non pretendere amore: mendica solo chi sa di avere Dio assiso sulla lingua – gli altri coltivano pigne in gola

*una volta che sbalordisci il corpo a una sbarra, opera antartide dentro di te, allora sì, è lecito, in modo definitivo, definire l’iceberg una Gerusalemme celeste

*indifesa – indifendibile – l’opera di TCR; per questo, finalmente, senza l’impasto della compassione che rende ogni rapporto melma

*neanche la crudeltà, questa ribellione dal maglione culturale, vi sana qui – qui siamo nel prima, ben prima – da millenni una pace ha rassicurato scuri, tralci di corpo, previsione bibliche, nell’iride dell’avvenuto

*finalmente la lacerazione prima di ogni perdono – atto e non più arte chiamiamo le cose con il loro vuoto – arte è già lo spiraglio di un giudizio

*con la stessa avveduta indifferenza di chi misura cosa morirà – e ne conserva l’indelebile

*di ogni ricordo resterà il calco – applicabile a qualsiasi altro

*di ogni viso resterà l’alveo – perché altri e altri lo abitino – provate a pensare al corpo come a uno scudo e a percepire il rimbombo nel millennio marziano che sarà

*dall’anonimato l’urlo non si eleva verso le altezze né setaccia i morti per visitare la palude della colpa; l’urlo è un detrito anteriore, il reduce della pazienza

*ricorda che qui esistono i gradi verticali della redenzione, che la conversione spacca il collo

*nessuna stagione – cioè, geologia di angolature e concetti – qui è solo statura

*anche il residuo è martire perché tutto il defunto rifiorisce – Shackleton ne parla come della ‘cecità delle nevi’, la ‘luce cattiva’ che surfa sui ghiacci antartici e irradia l’iride, cancella memorie e disorienta – si va nei deserti di ghiaccio per capire che è impossibile la perdita

*bisognerebbe articolare lo sguardo grazie a bende fabbricate con pelli di vipera

Davide Brullo

 

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DEBAJO de la sábana
pasan hilos eléctricos, iridiscencias
instrumentos de levantamiento
de un venoso sentido eterno
un aura alrededor del cuerpo
muerto al sueño de mis hijos.
Remendados a la parte visible de nosotros
somos el dato cortado bruto
de la porción inaudita de una necesidad
la célula de la que aprender algo estelar
cuando la palabra Amor queda literalmente válida.
Hacer el balance de este día
es un dolor a luz rasante
entre la Fiebre y la vida cotidiana
el uso común de una inmortalidad entre pobres
la resistencia de las sustancias del mundo
a mis tentativas de descomposición.
Qué será luego la alegría
la complicidad frágil con la duración de mis hijos
sino este tenderse de costado
amoldarse a la almohada de dos nucas en fila
y sentir que he cogido mi ocasión a la vida
la encarnación de esta luz dura
en el vacío de la consistencia.

*
SOTTO il lenzuolo
passano fili elettrici, iridescenze
strumenti di rilevazione
di un venoso senso eterno
un’aura intorno al corpo
morto al sonno dei miei figli.
Rammendati alla parte visibile di noi
siamo il dato tagliato grezzo
della porzione inaudita di un bisogno
la cellula da cui apprendere qualcosa di stellare
quando la parola Amore resta valida alla lettera.
Fare il bilancio di questo giorno
è un dolore a luce radente
tra la Febbre e la vita quotidiana
l’uso comune di un’immortalità tra poveri
la resistenza delle sostanze del mondo
ai miei tentativi di disfacimento.
Cosa sarà poi la gioia
la complicità fragile con la durata dei miei figli
se non questo stendersi sul fianco
aggiustarsi al cuscino di due nuche messe in fila
e sentire di aver colto la mia occasione alla vita
l’incarnazione di questa luce dura
nel vuoto della consistenza.

Tiziana Cera Rosco

trad. it di Emilio Coco