Tour nella città fantasma di Pyramiden, vent’anni dopo l’abbandono. Alle Svalbard, dove Lenin si erge tra gli orsi e tutto è a prova di Armageddon

Posted on Settembre 02, 2018, 7:07 am
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La porta di legno era chiusa a chiave dall’interno. Quando finalmente ritrovarono la Swedish House, la casa svedese, nell’Isfjorden, alle Svalbard, la casa di legno, la casa più antica delle Spitsbergen, era immersa in un silenzio sinistro. All’esterno, i corpi di cinque cacciatori di foca avvolti in coperte di tela catramata. Era l’estate del 1873 e una nave era partita da Tromso, dalla Norvegia settentrionale, per cercarli. I diciassette cacciatori svedesi avevano fatto sparire le proprie tracce il 14 ottobre 1872, diretti alla “Svenskhuset”. Avevano trovato alloggio e rifugio, nella casa svedese appunto, quei diciassette cacciatori svedesi, scelti tra quelli privi di famiglia, non tutti potevano essere assistiti dall’esploratore Adolf Erik Nordenskiöld, in spedizione nel territorio artico. Ma in quella casa c’era tutto il necessario, cibo, carbone e abiti in abbondanza, per affrontare la lunga notte artica. La porta, su cui è disegnato un divieto d’accesso, viene spalancata e, dentro, si trovano i cadaveri, stecchiti dal gelo, degli svedesi dispersi. In tutto quindici (due saranno trovati anni dopo). Dentro casa, i corpi dei cacciatori sono seduti sulle sedie, sdraiati a letto e sul pavimento, conservano la postura esatta del momento in cui la morte li ha colti e il gelo custoditi. I cadaveri vengono presto bruciati e uno dei misteri delle Svalbard e Jan Mayen passa alla storia come una delle numerose tragedie dello scorbuto, tra i ghiacci polari. Eppure erano già note all’epoca le malattie che potevano colpire gli esploratori e i cacciatori di foche e di orsi. Nel 2008, alcuni medici riescono a riaprire il caso, c’era qualcosa di sospetto in quelle morti, qualcosa di maledetto in quella Swedish House. “Si tratta di avvelenamento da piombo”, ci spiega la giovane guida, un allegro ragazzo siberiano a bordo del piccolo catamarano Aurora Explorer, mentre attraversiamo le fredde acque dell’Isfjorden, diretti a Pyramiden. Mi racconta che la storia della casa svedese è parecchio nota. Mi mostra anche un libro in cui avrei potuto trovare maggiori informazioni, Isfjorden di Kristin Prestvold. La casa svedese è una di quelle storie leggendarie che si possono facilmente scoprire tra queste terre artiche e inospitali. Con la strana sensazione di sapere che non si tratta affatto di leggende. L’avvelenamento da piombo – mi spiega la guida – è stato causato dal cibo intossicato che, lentamente ma inevitabilmente, ha condotto questi robusti e avventurosi svedesi alla morte certa. Non erano morti per la mancanza di vitamina C, ma a causa del piombo utilizzato per sigillare le lattine dei cibi. Una morte forse più inquietante di quella di Roald Amundsen, l’Aquila Bianca della Norvegia, scomparso per sempre e inghiottito dall’Artico mentre andava alla ricerca del suo rivale, amico nemico, Umberto Nobile, il cui dirigibile Italia era naufragato sul pack, a nord est delle Svalbard.

Pyramiden

La città fantasma di Pyramiden, nata intorno alle miniere di carbone, è russa dal 1929 ed è stata abbandonata nel 1998 (le fotografie del servizio sono di Linda Terziroli)

Sulle spedizioni polari, la giovane guida russa mi consiglia di visitare il North Pole Expedition Museum di Longyearbyen, dove lui vive felicemente da quattro anni e dove ritrovo cimeli straordinari, testimonianze dei pionieri dell’Artico, da Nansen a Cook e Peary, fino ai disegni e filmati originali dei dirigibili che hanno raggiunto il Polo, prima il Norge e poi l’Italia e persino dei residui di telai, radio, cordami, libri e documenti di inestimabile valore. Fotografie e lettere, storie di chi ha fatto ritorno e di chi non è mai tornato vivo dal Polo. Come il giovane giornalista Ugo Lago, scomparso a bordo dell’Italia nei cieli dell’Artico. La sua lettera scritta alla vigilia della partenza, dalla grafia dannunziana, non si può leggere senza provare una dolorosa fitta al cuore. “Carissimi papà, mammà e Dora, io tornerò certamente da questo viaggio polare. Se mai non tornassi, e se avete, come avete, fede in Dio e nell’immortalità dell’anima, pensate che il più grande dolore che possiate dare al mio spirito, in cielo, è quello di vedervi disperati. Il vostro dolore tranquillo deve rassegnarsi, se volete sapere la mia anima felice. Questa è la mia più viva preghiera. Vi bacio tutti con affetto eterno Ugo”. La lettera è datata 11 aprile 1928. Il dirigibile su cui viaggiava Ugo Lago, giornalista de Il Popolo d’Italia, scomparve il 25 maggio. Non c’è tenerezza tra questi ghiacci, benché i fiori di cotone inizino a spuntare ad agosto e il papavero artico faccia la sua comparsa breve. La desolazione è sublime, il cielo plumbeo incombe, insieme a scuri gabbiani che attraversano il cielo. C’è persino una scuola e l’asilo qui a Longyearbyen, i bambini sono imbacuccati e con piccoli giubbotti catarifrangenti. Mentre il loro “prato” brullo è circondato dall’alta maglia della rete di recinzione. Non è possibile non fare i conti con gli orsi da queste parti. Chiunque deve sapere che un orso polare potrebbe spingersi fino in paese da un momento all’altro. Quindi tutti girano armati di fucile. All’ufficio postale e in banca non è possibile entrare armati e un cartello con il singolare divieto è incollato alle porte scorrevoli di vetro. Si vede che l’orso non ama la vita civile. Qualche mese fa è successo – racconta sempre la guida – ad una ragazza che stava passeggiando a breve distanza dalla città di Longyearbyen. È stata azzannata. Qui l’orso non ispira una simpatia da circo, ma incute il timore delle belve feroci. In questo fiordo non si vedono altre imbarcazioni, ma tutto intorno sipari di montagne dalla forma triangolare, piramidale, mentre i ghiacci finiscono in mare. Piccoli pezzi di ghiaccio galleggiano in superficie e iniziano a sciogliersi. Si vedono due orsi, a occhio nudo, sulle rocce vicino al ghiacciaio Nordenskiöld, di fronte alla città mineraria abbandonata di Pyramiden. Quando arriviamo al vecchio molo di legno scricchiolante di Pyramiden, saliamo su un vecchio pullman, l’autista russo tiene la sua vecchia pistola sovietica, in un vassoio, vicino alle monete della mancia. Lui è uno dei pochissimi russi che abitano a Pyramiden, uno dei due che vivono qui tutto l’anno. Dodici persone in tutto, russe e ucraine nel periodo del sole di mezzanotte. L’autista vive da decenni in questa città fantasma, sin da prima che venisse abbandonata, ma non possiede le chiavi del vecchio ospedale, dove alcuni dicono che siano racchiusi molti misteri. Ma Pyramiden, Pyramida in russo, è una città mineraria fantasma, quasi al 79° parallelo (N 78°40’), abbandonata nel 1998, dopo il crollo dell’Urss, ma ancora oggi baluardo russo in territorio norvegese. Un’altra causa dell’abbandono fu il disastro aereo del 29 agosto 1996, quando persero la vita un centinaio di abitanti di Pyramiden, dopo lo schianto del volo Vnukovo Airlines nei pressi di Longyerabyen. Una semplice e umile croce di legno ricorda quelle morti. Passeggiando tra le vie deserte di Pyramiden, sembra di vivere dentro il romanzo Dissipatio H.G., di Guido Morselli: la città deserta, scomparsi tutti gli uomini. Ogni cosa è rimasta immobile, si vedono solo aggirarsi animali, volpi artiche come gatti che camminano tra le case, mentre i gabbiani hanno fatto grandi nidi alle finestre, che non si aprono più.

PyramidenNon tutti gli edifici si possono visitare. Quasi tutti sono chiusi a chiave, sigillati, al riparo dai furti e danneggiamenti. La nostra guida russa, una bella ragazza di nome Anna, ha una rivoltella alla cintura e lo sguardo circospetto. Teme che qualcuno dei visitatori possa rimanere intrappolato nei vecchi edifici sovietici, come è successo a una coppia qualche mese fa. Anna vive qui con il suo fidanzato ed entrambi lavorano per la compagnia russa Grumant, arctic travel company, che organizza spedizioni alle miniere, anche a quelle tuttora in opera e tra i ghiacci di Barentsburg. Sia Pyramiden che Barentsburg erano insediamenti olandesi che furono venduti all’Unione Sovietica nel 1929. Gli anni d’oro delle miniere carbonifere alle Spitsbergen furono tra gli anni ’70 e ’80 quando lavorare alle Svalbard era una piccola fortuna per i sovietici. Un cartello russo, sul muro di mattoni rossi, recita solenne ancora oggi: “In onore del trentesimo anniversario della miniera carbonifera sovietica. Piramida Agosto 1976”. Gli uomini e le donne che lavoravano qui vivevano in edifici separati tra loro, Paris e London, e si sussurra che ci fosse un tunnel sotterraneo che permetteva incontri clandestini. La città fantasma aveva un edificio (ormai non più visitabile) con due piscine per adulti e bambini, con acqua di mare riscaldata, un ospedale ben equipaggiato, l’ufficio postale, un luogo dove mangiare, la Crazy house per far giocare i bambini, una scuola che accoglieva i circa centocinquanta piccoli russi che vivevano qui. C’era una palestra con un campo da basket e da calcio, ben conservata e con le fotografie ancora appese alle pareti che ricordano celebrazioni e intrappolano avvenimenti rilevanti che nessuno dei turisti può riconoscere. Un teatro e addirittura un grande pollaio e una stalla, l’orto dove si coltivava la terra che dava, incredibilmente, grandi frutti (stando alle parole della guida). Un piccolo paradiso agli estremi confini delle terre abitate. Alle finestre degli alloggi femminili, alcuni piccoli sportelli di metallo fungevano da refrigeratori naturali per piccoli utilizzi. Dai soffitti dei palazzi pendono ancora preziosi e importanti lampadari dell’epoca sovietica, nella stanza della musica un pianoforte verticale aperto aspetta il pianista che si è allontanato, “da qualche istante”, lasciando lo spartito aperto sull’ultima nota. Ci sono anche i piatti, una vecchia batteria e diverse pianole sul davanzale della finestra che guardano questa desolazione artica, punteggiata di neve. Ci sono le scale bloccate da una panchina di legno che ormai nessuno sale più, le ringhiere e i corridoi che conducono a stanze e ampi saloni che sono diventati improvvisamente deserti e silenziosi. In un corridoio, una cartina politica del mondo, in cirillico, rende ancora più vasta la grandezza dell’Urss, mentre gli angoli si arricciano in giù. Intorno alle stanze, vicino alle grandi finestre, vasi con vecchie piante ormai rinsecchite e prive d’acqua. Ovunque vestigia russe di una gloria perduta, sepolta tra i ghiacci.

PyramidenLa strada principale era chiamata per un vezzo oggi ridicolo “Champs-Élysées”, mentre il busto di Lenin (quello più a nord del mondo) volge severo lo sguardo dall’alto di una colonna di cemento posta sopra tre gradini. Alle spalle di Lenin, la casa della cultura e dello sport con un campo da pallavolo e una biblioteca e, seguendo il suo sguardo, si vedono i palazzi abbandonati, la lingua cerulea del mar glaciale artico e, a sinistra, il ghiacciaio. Nessuno più si cura di cambiare le lampadine ai lampioni, mentre le aule della scuola, dalle mura rosso acceso e decorate – uno degli edifici più belli e meglio conservati – sembrano abbandonate da poco. Nelle cucine lasciate per sempre, i forni sono spalancati e dentro le loro bocche, come carie nei denti, si è insinuata abbondante la ruggine. Piccoli pezzi d’intonaco si stanno lentamente staccando dal soffitto, mentre un odore appiccicaticcio, tra l’acidulo e il rancido, solletica le narici. Quanti anni saranno passati dall’ultimo pasto cucinato qui? Per quale occasione è stato preparato? C’è anche un albergo nella città abbandonata – dove vivono quasi tutti i pochi abitanti, compresa la nostra guida, un paio vivono in un “garage”, vicino al molo – si chiama Tulpan Hotel e costa un centinaio di euro per notte (all’incirca 1000 corone norvegesi). Chi vuole può passare qualche notte nella città fantasma. La nostra guida ci racconta che molti sono i progetti in campo a Pyramiden, un filmfestival – il più a nord del globo – e alcuni registi americani intendono girare un film e un horror. Il set è già pronto. Anna ci rivela che le piacerebbe vedere, nel cast, George Clooney. Ma qui non c’è nemmeno la TV e neppure la connessione Wi-fi, ci tiene a sottolineare, il loro “internet point” (l’unico posto in cui c’è campo) è vicino al molo e quando ce lo mostra è una postazione, con una vecchia cornetta telefonica. L’impressione più vivida che si ha è quella di camminare tra i fantasmi, di una città fantasma, mentre le parole russe che un tempo qui si udivano sono state sostituite dalla voce alta e querula dei gabbiani che qui nidificano a migliaia. Le persone che vivevano qui e lavoravano alla miniera di carbone ormai potrebbero essere già morte. Il vento increspa le onde, mentre ci allontaniamo dalla visione di Pyramiden, la città fantasma presto viene nascosta da altre montagne piramidali, ma deserte. Quando il fiordo ghiaccia, si può arrivare qui in motoslitta.

PyramidenAttracchiamo a Longyearbyen, la città più popolosa delle Svalbard, con i suoi 2200 abitanti; la visione di una città che vive ancora dà un certo sollievo. Del resto qui tutto si conserva, tutti i semi di tutte le piante, allo Svalbard Global Seed Vault, il deposito globale di sementi, aperto dieci anni fa, vicino a Longyerbyen, con porte d’acciaio e la struttura in calcestruzzo, a prova di Armageddon e di affamati orsi polari. Nelle terre artiche, non si perde nulla e tutto si conserva, a volte, con l’inevitabile scioglimento dei ghiacci, compare qualche capitolo di una leggenda perduta. Anche al buio delle notti polari, che tra qualche mese faranno piombare Pyramiden in una città fantasma ancora più sinistra, l’aurora boreale renderà più misteriosi e affascinanti questi luoghi estremi. La terra delle Svalbard, scoperte dall’olandese Willem Barents nel 1596 ma battezzate così nel 1194 in lingua islandese, il “litorale freddo”, dove si cacciavano le balene, il cui grasso veniva bollito e messo nei barili. E dove, ancora oggi, si cacciano le foche. Dove, qui più che altrove, la natura mette a dura prova la resistenza fisica e psichica degli uomini. Ma l’unica terra al mondo dove non si può nascere né morire. Quelle porte qui non si aprono più.

Linda Terziroli

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