Un film che non vedrò mai più: “Top Gun”. Kelly McGillis davanti a quella bolla ghignante di puro ego è semplicemente ridicola

Posted on Aprile 20, 2020, 11:53 am
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Nel 1986 avevo 15 anni, mi sorbivo film di ogni tipo, quindi, perché non ho mai visto Top Gun? La mia ammirazione successiva per Allarme rosso e Nemico pubblico dimostra che non sono immune al magnetismo del regista, Tony Scott. Non posso neanche dire di essere alieno all’edonismo grezzo, tronfio, trionfante, promosso dai produttori, Don Simpson e Jerry Bruckheimer: avevo guadagnato una manciata di soldi per andarmi a vedere Beverly Hills Cop almeno due volte. Probabilmente, il problema era Tom Cruise. Assomigliava troppo ai palestrati con la pelle laminata e i denti folgoranti come torce per intrigarmi. Non volevo pagare per ammirare sullo schermo quello che vedevo, gratuitamente, ovunque – e che non mi piaceva.

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La mia resistenza a Cruise è scemata negli anni Novanta, all’epoca di Jerry Maguire e di Eyes Wide Shut, quindi è stato con un sentimento di minor orrore che ho visto, per la prima volta, Top Gun. Cruise è il pilota da combattimento Pete Mitchell, noto a chi lo ama – e lo amano tutti – come Maverick. Tutti i personaggi hanno dei soprannomi. Il miglior amico di Maverick è Goose (Anthony Edwards). La sua nemesi è Iceman (Val Kilmer). I superiori si chiamano Viper (Tom Skerritt) e Jester (Micheal Ironside). I consulenti della marina americana elencati nei titoli di coda hanno soprannomi pure loro: Rat, Bozo, Flex. Soltanto le donne, soltanto due, non hanno soprannomi: Charlie (Kelly McGillis), l’istruttrice che diventa l’amante di Maverick, e Carole (Mag Ryan), la moglie di Goose. Carole si vede in due scene: prima scherza poi è triste. Non spoilero nulla: quando scopri che ha una famiglia, Goose muore, l’oca è cotta.

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A livello visivo, Top Gun ha tutto quello che ti aspetti: fumo, ventilatori al soffitto, tende. Al posto della tensione narrativa, aerei da combattimento che sfregiano il cielo. Quando Maverick ha un dilemma, cavalca la sua moto in una scenografia di palme al tramonto. Per definire il desiderio di Charlie nei suoi confronti, uno zoom sulla sua decappottabile ce la mostra spericolata, indifferente ai semafori. Bogart e la Bacall battibeccano nel film: questa coppia si scambia opinioni su un manuale. “Stavi facendo una manovra 4G invertita con un Mig-28 alle spalle?”. Charlie ansima dopo aver incontrato Maverick, entusiasta di aver trovato un uomo che conosca tutto sul rapporto spinta-peso.

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C’è uno squilibrio disastroso tra gli attori principali e non solo perché, come ha scritto Pauline Kael sul New Yorker nel giugno 1986, la “sontuosa” McGillis è sempre dinoccolata, inclinata, piegata, per “non sopraffare” la piccola co-protagonista. Quando la McGillis deve mostrarsi assediata da quella bolla ghignante di puro ego, quel paio di Ray-Ban su due gambe, la mascherata è più ridicola che implausibile. È come se Rita Hayworth stesse ammirando Joe Pasquale.

Si potrebbe dire che Top Gun meritasse un attore diverso dal Tom Cruise così limitato di allora. Ma un artista superiore sarebbe stato certamente sottovalutato da una sceneggiatura tanto vacua, in cui non accade nulla. Il film è una serie di allenamenti interessanti quanto il Quidditch. Solo nell’ultima parte c’è un combattimento ad alto rischio, quando i giovani condottieri vengono sottratti dalla cerimonia di laurea (“Abbiamo una situazione di crisi!”) per uno scontro con la Russia. 15 minuti dopo, Maverick & Co. urlano e prendono a cazzotti l’aria, felici. Come noi, che speriamo nella fine imminente del film.

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L’unica sorpresa, dopo tanti anni, è che un film di così scarsa capacità immaginativa possa essere stato tanto influente. Le canzoni soft-rock della colonna sonora continuano a enfatizzarlo, ma poche pellicole sono tanto svogliate e meccaniche. Guardandomi indietro, non provo alcun rimpianto nell’aver preferito, al film di Scott, Aliens, Mona Lisa di Neil Jordan, Fuori orario di Martin Scorsese, Hannah e le sue sorelle di Woody Allen, Grosso guaio a Chinatown di John Carpenter, Doppio taglio di Richard Marquand. Tutti film, a differenza di Top Gun, che ci tolgono ancora il fiato.

Ryan Gilbey

*L’articolo è stato pubblicato in origine su “Guardian”