Tonino Guerra Total Recall: Bompiani stampa le opere del poeta assoluto

Posted on maggio 07, 2018, 9:51 am
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Tonino Guerra (Sant’Arcangelo di Romagna 1920-Sant’Arcangelo di Romagna 2012) è da considerare un poeta creaturale, oltre che un aforista straordinario, un narratore che si è cimentato in romanzi brevi, racconti, aneddoti densi di una levità terrigena. Creaturale nel senso che ha espresso un linguaggio, sin dall’inizio della sua attività, che proviene, simbolicamente, da una vecchia fiaba di paese, da una ricreazione infantile, stupefatta. La vista delle cose coincide con una conoscenza emotiva, come quella del bambino che registra un effetto ottico per la prima volta. Guerra, al grande pubblico, è conosciuto soprattutto come sceneggiatore cinematografico che ha scritto più di 120 testi per Fellini, Antonioni, Rosi, i fratelli Taviani, Petri, Lattuada, De Sica, Monicelli, Tarkovskij, Angelopoulos ecc., ma è stato anche un protagonista nella letteratura del Novecento. Peraltro ha sempre dipinto ad acquerello, ad inchiostro, su tela, su stoffa e realizzava sculture. Per i Classici Bompiani è stato appena dato alle stampe, in due tomi, il corposo cofanetto L’infanzia del mondo. Opere 1946-2012, ottimamente curato da Luca Cesari e Rita Giannini, che raccoglie poesie, traduzioni, narrazioni, prosimetri, viaggi, favole, script, teatro, proverbi, massime. Dopo la Liberazione, Guerra si laureò in Pedagogia ad Urbino con una tesi orale sulla poesia dialettale. Vissuto per trent’anni a Roma, con lunghe soste in Russia divenuta la sua seconda patria, alla fine degli anni Ottanta si trasferì a Pennabilli, città malatestiana del Montefeltro, dove era solito trascorrere lunghi periodi estivi e nella quale è sepolto. La raccolta esordiale I scarabocc (1946) conteneva la prefazione di Carlo Bo. A Santarcangelo nacque una fucina poetica nella quale si distinsero Raffaello Baldini, Nino Pedretti e Gianni Fucci. libro guerraNella scrittura ha un ruolo centrale il mattocchio (che piaceva molto a Contini, Pasolini e Siciliano): lo strampalato di paese, il creativo emarginato, l’omino non cresciuto che ha un’“anima bianca”, ma che percepisce il mondo a suo modo, trovando una logica, una coerenza. È questo il motivo per cui la lingua più aderente all’individuo che abita le sperdute campagne è il dialetto, ma come afferma Cesari, che vede in Guerra un antico mugnaio, “tutto è mescolato e si confonde la notte con il giorno, l’italiano e il romagnolo, si amalgama al senso di contemporaneità di ogni tempo”. Guerra ha dimostrato, come nel cinema e nella poesia, che non solo il personaggio lunare è la leva dell’estrosità, ma anche il luogo: marginale come l’uomo stesso, provinciale, paesaggistico, rurale, contadino. Da menzionare la raccolta poetica, probabilmente la migliore, Il miele (1981), come i lacerti di prosa e poesia Il polverone (1978); La capanna (1985) e Il libro delle chiese abbandonate (1988), in cui si muove un Ulisse rivisitato della Valle Marecchia, che trova e perde continuamente una terra promessa, un posto indimenticabile, che si appresta a compiere un viaggio atemporale. Da Il polverone: “Delle volte il mio paese / è chiuso dentro la nebbia / con tutti gli uccelli fermi sui rami / che guardano l’aria sporca / come la guardi tu / da dentro la tua macchina”. Guerra è un raccontatore, un intelaiatore di storie, a volte surreale, situazionista, altre volte epico e mitico. Interessante, in questo nuovo e davvero completo lavoro, l’antologia critica, ricchissima e con note, interventi organici di grandi nomi che hanno consacrato questa versatilità. Gianni Rodari notò la fantasia e l’amore trasformati in poesia; Pier Paolo Pasolini l’atteggiamento psicologico costante come forma di ricerca disanimata; Elio Vittorini la realtà che scaturisce dalla rivelazione affettuosa di impressioni fuggevoli; Gianfranco Contini un veicolo espressivo con una “verginità culturale”; Italo Calvino l’acutezza d’uno sguardo caricaturale; Andrei Tarkovskij la gioia integrale della creazione e dell’essere. E ancora Maria Corti che si soffermò sulle cose della natura, soprattutto gli animali, come ultimo baluardo della felicità; Angelo Guglielmi che annotò di una memoria antropologica resistente agli assalti dell’attualità; Elsa Morante con il miracolo di gratitudine di questa poesia offerta al mondo presente; Gianni Celati e le parole ritrovate sotto gli strali di frasi fatte del parlare adulto; Roberto Roversi con la meditazione e il canto sussurrato in un’implacabile fermezza; Pier Vincenzo Mengaldo che captò specie il poeta oggettuale. Di Tonino Guerra rimangono anche delle splendide installazioni a Pennabilli e dintorni, un regno di fantasia, un museo di sapori tra giardini, strade, angoli. Mi piace menzionare il “Santuario dei Pensieri”, che ho visto poco tempo fa, cinto dai muri di un’antichissima casa, con gigantesche sculture in pietra sagomate, con forme astratte affiancate un’altra. Quelle pietre sembrano ispirare una confessione, un’immaginazione, perfino un contatto con l’aldilà. Sono una connessione con ciò che sentiamo intimamente e le si guarda rigorosamente il silenzio. Un aforisma di Tonino Guerra calza a pennello: “Noi siamo già stati in Paradiso e spesso ci torniamo quando entriamo dove vive la memoria”.

Alessandro Moscè