Elogio di Tommy Lee Jones, grande attore e grande regista. Ovvero: prendersi cura degli incurabili, incuranti di ciò che è utile e di ciò che è giusto

Posted on Maggio 19, 2020, 1:11 pm
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Ieri mi è capitato di vedere un bel film. È un evento raro: il palinsesto generalista è pandemico, contagia con la palude opinionista, un caos di blabla che rimbambisce l’etica della sera. Non ho Sky, non ho Netflix. Ho un televisore. Su Rai Movie hanno mandato in onda The Homesman. Il film è tratto da un romanzo di Glendon Swarthout, scrittore piuttosto noto negli Usa, morto nel 1992, spesso tradotto al cinema (Il pistolero, 1976, diretto da Don Siegel, è celebre pure per essere l’ultima pellicola in cui appare John Wayne, in rissa di star: Lauren Bacall, James Stewart, John Carradine). Alcuni romanzi di Swarthout, alcuni lustri fa, erano pubblicati da Mondadori: Scheletri, Cordura, Voto di castità, chi se li ricorda alzi la mano.

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Anche The Homesman è un western, come Il pistolero. È un western particolare, però. Ambientato a metà Ottocento, in Nebraska, racconta la storia di Mary Bee Cuddy, ruvida trentenne, dai valori morali d’acciaio, che decide di accompagnare, stivate in un carro, tre donne rese folli dalla dura – e a tratti pervasa da perversi orrori – vita del West. Quattro donne, di cui tre diversamente aliene – una accarezza con ostinazione una bambola, l’altra si infligge ferite, la terza è del tutto svanita. L’emblema della debolezza più accesa nel West infuocato di violenza, in viaggio verso Hebron, Iowa, dove una comunità religiosa può prendersi cura dei malati di mente. (Ogni riferimento biblico in una terra straziata dal dolore è voluto).

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Il film è passato a Cannes nel 2014, ma in Italia al cinema non si è visto. Mary, la protagonista, è interpretata da una micidiale Hilary Swank; Tommy Lee Jones, invece, è George Briggs, anziano uomo della frontiera, solitario, cinico, che aiuta la ragazza – in cambio di trecento dollari – a trasportare il carico di donne folli per le pianure infestate da indiani incattiviti e predoni. Il film ha tratti di bellezza austera – quando Mary si perde, di notte, dopo aver rassettato una tomba trafugata, e l’oscurità crolla su di lei come tutte le sofferenze dell’uomo, e il suo viso è una sutura bianca in un mondo insano, un pugno di ostie gettato sul lebbroso. Prendersi cura degli incurabili, incuranti di ciò che è utile e di ciò che è giusto; seminare carità dove è solo crudeltà; accudire chi non potrà mai ringraziarci; dedicarsi a chi è perduto per il destino di andare contro le norme della natura; leccare le doglie dell’ultimo, fino allo sfinimento. Cosa c’è di più vertiginoso?

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Il film vale vederlo e non dirò di più. Voglio dire, invece, di Tommy Lee Jones. Che sia un attore straordinario lo sappiamo: quel viso inflessibile nasconde la fiamma della pietà, quando fomenta il male non c’è vendetta, ma qualcosa che pertiene al detto di Ezechiele e Isaia. Il viso di Tommy Lee Jones, in effetti, sembra un roveto di versetti biblici, l’esecuzione di una profezia. Tutti lo ricordiamo ne Il fuggitivo – per cui ottenne un Oscar – io lo prediligo in parti ruvide, in Nella valle di Elah e The Missing. È stato l’indimenticabile sceriffo Ed Tom Bell di Non è un paese per vecchi, il film dei fratelli Coen del 2007 tratto dal romanzo di Cormac McCarthy. In effetti, nel 2011 fu proprio Tommy Lee Jones a trapiantare in tivù il testo teatrale di McCarthy, Sunset Limited, dove lui è uno dei protagonisti, l’altro è Samuel L. Jackson. Tommy Lee Jones è un ottimo regista: il suo primo film, Le tre sepolture – 2005, spopolò a Cannes, dove si aggiudicò premi per sceneggiatura e prestazione attoriale – ha alcuni caratteri che ricordano The Homesman e una certa affinità con il Faulkner di Mentre morivo. Il rapporto con i morti, un impeto morale superiore, la capacità di ribellarsi al divenire compiendo atti apparentemente inutili. Soprattutto, stare dalla parte degli sconfitti, nella sconfitta, per dare alla propria vita l’ago di un gesto luminoso, poco più che un fiammifero che fende l’aria, per un attimo, e va, inghiottito dalla gola dell’aria, ed è abbastanza. (d.b.)