Farsela bene facendo del bene: l’“abisso esistenziale” dei ricchi sfondati. Ambientalisti, animalisti, amici dei poveri della città. 50 anni fa Tom Wolfe disintegrò i Radical Chic

Posted on Settembre 25, 2020, 8:14 am
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Lecca lo zucchero del tuo sogno romantico sull’Eroe Nero, quello che ti sei prenotato, per questa sera, ospite d’onore al tuo party! Dio, che emozione, dall’alto dei tuoi milioni, non ti era mai capitato ma stasera sì, tra poco potrai vederlo, stargli vicino, stringergli la mano, a uno non uno qualsiasi, bensì a uno tra gli “sguscianti musiduri malnati malarnesi malca*zuti e malnegruti giovani mori del ghetto”. Puzzeranno mica? Mamma mia, ma sono proprio loro, le Pantere Nere, quelle che chiamano il presidente “quel figlio di tr*ia”, quelli che vogliono abbattere il Sistema, distruggerlo per rifarlo e comandarci loro. Loro, ’sti poveracci, e tali rimarranno, dacché i ricchi cadono sempre in piedi semmai cadano, e allora, è l’ultima moda, è in, è snob ricevere un invito… al party di raccolta fondi per fare uscire le Pantere Nere dal carcere! Che importa se siano colpevoli o no, se abbiano commesso reati o no, conta raccogliere “soldi non fiscalmente deducibili”: eccola, la frase che ogni ricco fa fremere, la frase che gli lava la coscienza, di quei soldi che parte ha ereditato, parte li ha fatti… come? Se se li fosse sudati non ragionerebbe così (forse), non sarebbe così radical chic (forse), di certo non lo sfotterebbero come hanno fatto 50 anni fa, a New York.

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“Non ci siamo mai ripresi dall’angoscia e dalla vergogna di quell’incidente, nessuno di noi riuscì più a sentirsi felice”, frignava ancora nel 2008 Jamie rampolla Bernstein. Che faccia tosta. Jamie frignava ancora per conto di papà suo Leonard Bernstein, spietatamente denudato da occhi e mente e penna di sua divinità Tom Wolfe, sul New York Magazine, nel pezzo che sarà poi prima parte del saggio Lo Chic Radicale. Leonard Bernstein perculato nel suo “abisso esistenziale che lo prendeva ogni mattina alle 4”, e nel suo nuovo trucco per sfuggire all’atroce nemico dei ricchi sfondati: la noia. Respingerlo, il tedio, e in che modo, se non elevandosi, mettendosi anema e core dalla parte e accanto agli ultimi, al proletariato, di più, al sottoproletariato, ai neri, ai latinos, basta che siano miseri, e se vanno da miseri ospiti in tv, meglio! Cara rampolla Bernstein, ma piantala, hai solo da peggiorare la situazione, ché mammina e papino tuoi dopo il loro party anti-povertà “che non era un party, ma un incontro! noi non facciamo party! noi non andiamo ai party!”, si sono rimessi in tiro, “lui in smoking, lei in abito nero”, per andare 4 sere dopo al party anti-povertà nell’attico di un altro riccone amico loro: “Furono serviti insalata mista e spaghetti! Il soul food dello Chic Radicale Terrorizzato”.  

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Dai, si sa, che i ricchi, in America, hanno sempre usato la carità come mezzo “per legittimare la loro ricchezza”. Spiega Tom Wolfe: “John D. Rockefeller riuscì così rapidamente a cambiare la sua reputazione di ladrone e di affamatore di vedove e orfani in quella di vecchio e saggio filantropo che i bambini piansero quando lui morì. La sua strategia consisté nel mettere diverse centinaia di milioni di dollari a disposizione della Cultura e della ricerca scientifica”. D’accordo, ma… vuoi mettere il brivido di permettersi di assumere lo stile degli strati sociali inferiori? La soddisfazione di “farsela bene facendo del bene”, specie se sei una matrona e hai partorito uno e più tra i “neonati col pannolino rosso”, privilegiati cresciuti nullafacenti volenti cambiare la società col libretto di Mao in alto e coi soldi di papà in banca. Madri e figli, “coi loro vestiti di Pucci, con le scarpe di Gucci, con i foulard di Capucci”, pensano ad aiutare i poveri quando anche loro hanno tanti di quei problemi… Per esempio, “si deve avere un posto per il weekend, in campagna o al mare, preferibilmente tutto l’anno ma assolutamente dalla metà di maggio alla metà di settembre. È difficile far capire ai profani quanto siano assoluti simili bisogni che sembrano futili”. Già. È chiaro: uno deve obbedire alle minime regole della Buona Società di New York: “A ogni costo, uno deve avere un indirizzo decoroso, un decoroso appartamento, un decoroso arredamento, e domestici”. Oddio, i domestici! Non si può invitare un nero e farlo servire da un nero! Perché i domestici dei radical chic sono tutti neri: come si fa? Si dà serata libera alla servitù nera, e si affittano per il party domestici bianchi, maggiordomo compreso. È l’unica salvezza. Già. È chiaro: uno deve avere dei domestici, “avere domestici è per noi una tale necessità psicologica… a cosa ti serve il denaro se non puoi arrivare a casa e trovare qualcuno che ti prende il mantello e ti prepara un drink?”. Bisogna essere solidali: “Io ho un secondo attico, sì, ma è nell’edificio il più scassato di tutta la Quinta Avenue. Pensa: non hanno l’uomo dell’ascensore! E sono solo 5 stanze! Ma è di fronte al Central Park”. Wattaggio sociale garantito.

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I radical chic sono amici della Terra e non sei un vero radical chic se non aderisci a ogni causa ambientale e animalista. Sicché boicotta “l’uva da tavola californiana” dei poveri raccoglitori chicanos, ospiti d’onore al party dell’onorevole Andrew Stein nella tenuta di suo padre a Southampton: l’elenco degli ospiti e dei sostenitori è di prim’ordine: lo sai che c’è pure Ethel Kennedy, vedova Bob, alla sua prima apparizione in pubblico dopo l’assassinio di suo marito? Sii amico della Terra e non indossare più soprabiti o altri capi e accessori fatti con la pelle di alcune specie morenti di animali, come “leopardi, ghepardi, giaguari, ocelot, tigri, linci spagnole, leoni asiatici, volpi rosse, lontre, orsi polari, zebre di montagna, alligatori, coccodrilli, tartarughe di mare, vigogne, lupi, ghiottoni, marguai, visoni siberiani, martore, puzzole, zibellini, gatti selvatici e leoni di montagna”. Te lo assicuro: toglie di mezzo tutti i sensi di colpa! Ehi: il New York Times scrive che “Freddy Plimpton si è fatta confezionare da Jacques Kaplan, il pellicciaio numero 1 di New York, una gonna di pelli di gatto domestico”. Sì, ma… massacrare ‘poveri’ gatti domestici per salvare gli ‘aristocratici’ ocelot?!? Fermi! Il New York Times ritratta: non era pelle di gatto domestico, ma di genetta, animale simile al furetto. Ah, beh. Ma… massacrare ‘povere’ genette per salvare gli ‘aristocratici’ ocelot?!?

Barbara Costa

*In copertina: quel gran genio di Tom Wolfe (1931-2018)