“Che razza di mostro sono”. Il matrimonio? Reciproco annientamento. Su “La felicità domestica” di Tolstoj, un libro che fa ancora male

Posted on Maggio 18, 2020, 7:58 am
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A circa trent’anni Tolstòj scriveva nei suoi Diari in modo quasi ossessivo “devo sposarmi”, eppure si chiedeva “che razza di mostro sono” perché non riusciva a innamorarsi, l’innamoramento era per lui il risultato banale di due civetterie a confronto, che a forza di scontarsi finivano per ingannarsi a vicenda, per noia ed inerzia. Quindi come scampare all’innamoramento che inganna il cervello e i sensi, come approdare a una forma sicura di felicità domestica? Ed ecco questo romanzo breve, La felicità domestica, che esplora l’ossessione per il matrimonio da entrambi i punti di vista degli sposi.

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Maša e Sergèj sono i perfetti prototipi da matrimonio, due esemplari della specie umana destinati allo scopo primo e ultimo dell’unione domestica. Non sono straordinari, anzi, sono dignitosamente ordinari: lei una ragazza orfana di diciassette anni, priva di esperienza e di tentazione alla civetteria, abbondantemente riempita di precetti da brava ragazza e buona moglie, insomma un tacchino ripieno pronto per essere infornato. Lui un uomo più grande, circa trent’anni, in una età in cui sarebbe quasi troppo tardi per cedere alle insensatezze dell’amore. Sergèj è il tutore di Maša, è in una condizione intermedia tra insegnante e possibile candidato marito. Lui si considera un uomo finito, non più in età da frivolezze matrimoniali, estraneo alla vita coniugale. È un uomo che sfonda il cinismo, è Tolstòj stesso: “A me invece sembra che anche un uomo non debba e non possa dire di amare (…) che razza di rivelazione è che un uomo ami? Quasi che appena l’ha detto, debba scattare qualcosa, pum! Egli ama! Quasi che, non appena egli abbia pronunciato questa parola, debba prodursi qualcosa di straordinario, chissà mai che prodigi, tutti quanti i cannoni giù a sparare, tutti insieme” (cito dalla traduzione di Serena Prina, edita da Mondadori).

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Ma non c’è niente da fare, per quanto Sergèj si sforzi di rimanere saldo al suo principio, allo stesso tempo Maša mette in campo tutte le energie di seduzione-non seduzione: “Ma io in breve capii di cosa aveva bisogno. Egli voleva credere che in me non ci fosse civetteria. E quando arrivai a capirlo in me davvero non rimase nemmeno l’ombra della civetteria dei vestiti, delle acconciature, dei movimenti; e al suo posto, si mostrò, trapunta di fili bianchi, la civetteria della semplicità, in un’epoca in cui ancora non potevo essere semplice”. Ed ecco tutta la scaltrezza della giovane ragazzina istruita a compiacere prima di ogni cosa i desideri più privati dell’uomo, la seduzione è un gioco pericoloso dove vince chi massacra prima l’altro. Maša è intelligente, capisce di cosa ha bisogno Sergèj per sceglierla e lei glielo porge, in un’epoca in cui non poteva davvero essere quella che mostrava. La storia di Maša e Sergèj non è la loro storia, ma è la storia di tutte le coppie. Non si tratta di raccontare l’eccezione, non c’è nessuna eccezione nell’ingannarsi reciprocamente.

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Ma le cose potevano restare immutate a questo punto; lui fermo nella sua certezza di essere ormai passato oltre dal rischio del matrimonio, lei che nonostante la freddezza di lui esegue tutte le manovre per aggiustarsi ai desideri. Ma l’inerzia è la malattia di ogni cosa. Per inerzia i due si avvicinano e si sposano, per l’applicazione di due forze costanti pare che tutto debba esser destinato a restare immobile e invece sotto alla crosta ghiacciata qualcosa si muove. Il seme spinge fuori dal ghiaccio il suo germoglio. E così si sposano, entrano in quella che dovrebbe chiamarsi felicità domestica. Ma è sempre l’inerzia a guidare queste due creature. La felicità quindi non è una scelta quanto invece il risultato di una stasi apparente: “I giorni, le settimane, i due mesi di solitaria trascorsero inavvertiti, come allora ci parve; e al tempo stesso per una vita intera sarebbero bastati i sentimenti, le emozioni e la felicità di quel tempo. (…) C’era in noi, al contrario, un unico sentimento egoistico di amore dell’uno verso l’altra, il desiderio di essere amati, un’allegria immotivata, costante, e l’oblio di ogni cosa al mondo”. I giorni felici trascorrono “inavvertiti”, l’allegria era “immotivata, costante”. Ecco in cosa consiste la felicità domestica: nell’assenza di una qualsiasi forma di volontà. Nell’assenza di forza, nella totale negazione al movimento.

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Ma sempre l’inerzia, questo principio fisico che vede o l’immobilità o il moto costante, porta a una evoluzione sotterranea del matrimonio. Sergèj completamente malato di felicità domestica arriva a dire “Credimi, quando sento una scampanellata, quando ricevo una lettera, semplicemente quando mi sveglio, mi prende il terrore. Il terrore che sia necessario vivere, che qualche cosa possa mutare; mentre non può esserci nulla di migliore di quanto c’è adesso”. E come il vero malato che ama la sua malattia, Sergèj ama la propria condizione di stasi senza rendersi conto che lo stagno marcisce, le piante crescono lentamente e occupano tutta l’acqua. Il lago si fa acquitrino. Ma a una giovane donna come Maša pare che la vita sia necessario viverla per essere felice, le forze sono opposte ora, è lei l’erba che cresce dal fondo del lago: “Egli cominciò ad occuparsi di più dei suoi affari, senza di me, e di nuovo mi tornò a sembrare che nell’anima sua ci fosse un mondo particolare nel quale non voleva lasciarmi entrare. La sua tranquillità di sempre mi irritava”. In realtà niente è cambiato, lui ha i suoi affari da seguire, e quel che prima era distanza quindi mistero, ora nell’inerzia si passa dalla noia al disprezzo. Il piano si incrina, le forze si fanno evidenti. C’è chi smania per restare, c’è chi smania per scivolare. La ragazza diventa consapevole della sua inevitabile forza “Per me era poca cosa amare dopo aver provato la felicità di innamorarmi di lui. Volevo che qualcosa si muovesse, e non il quieto scorrere della vita. In me c’era come un eccesso di forza, che non trova sfogo nella vita tranquilla”.

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Tolstòj quindi pare ridurre tutta la complessità dei conflitti matrimoniali a un puro esercizio di fisica dinamica. L’esercizio della forza e del moto come esercizio di sopravvivenza. Il concetto di inerzia come tumore sistemico della coppia, il vero attentatore della felicità domestica. Quel che pare non muti, in realtà muta. E nella crepa si insinua la forza, “avevo bisogno della lotta; avevo bisogno che il sentimento ci guidasse nella vita, e non che la vita guidasse il sentimento”. Sembra quindi che la felicità domestica stia nel cerchio sicuro dell’inerzia, che si frantumi al primo irrompersi di una forza. Maša: “Perché mai mi parli in modo così strano? Io per te sono pronta a sacrificare questo piacere, e tu, con un’ironia con la quale non mi avevi mai parlato in precedenza, pretendi che vada al ricevimento”; e Sergèj: “Ma pensa un po’! Tu sacrifichi – diede un rilievo particolare a questa parola – ed io sacrifico, che potrebbe esserci di meglio? Uno scontro di grandezza d’animo. Che altro può mai dare la felicità domestica?”.

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Ma il contrasto, lo scontro, è inevitabile e l’unica soluzione alla perfetta felicità domestica è “non tenteremo di ripetere la vita, non mentiremo a noi stessi. E che non ci siano più le vecchie ansie ed emozioni, e ne sia resa grazia a Dio! Non abbiamo nulla da cercare e per cui turbarci. Ormai abbiamo trovato, e sulla nostra sorte è già caduta abbastanza felicità. Adesso ormai dobbiamo cancellarci”. Per tenerci la felicità domestica dobbiamo cancellarci.

Clery Celeste

*In copertina: Keira Knightley è Anna Karenina nel film di Joe Wright del 2012