L’opera decisiva l’ha dipinta un appestato novantenne. Sulla “Pietà” di Tiziano

Posted on Settembre 07, 2019, 6:38 am
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Da vicino il corpo di Cristo – che è ancora, semplicemente, Gesù – non si vede, è maculato di piaghe, non è altro che l’esplicito del proprio dolore. Per questo la madre, pietrificata in severità nonostante il manto, blu, riduca il fisico a un fischio, a un covo nel cielo, lo sorregge con facilità. Gesù è bianco, è un mostro putrefatto dalla pestilenza – se ti avvicini, semplicemente – la tela è enorme, quasi quattro metri per tre e mezzo – non lo vedi, diventi piaga. Ma non è questo – l’essere piagati prima ancora della preghiera – il cristianesimo?

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Non è la gioia a essere leggera, ma il male – quel corpo che ci precede nel dolore ci dice: soffri, cadi, latra, semina grida, è facile.

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La “Pietà” è l’opera terminale di Tiziano, quella su cui, nel 1576, il grande pittore muore. Ora è custodita a Venezia, nelle Gallerie dell’Accademia

Per altro, è l’opera di un appestato. Il morbo lo piglia nel 1576, si districa dalla Milano di san Carlo Borromeo, è arginato dal Governatore Antonio de Guzmán, a Venezia è disastroso. Questa è l’epidemia che precede quella narrata da Manzoni, che oscena s’inscena nel 1630.

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L’opera di un appestato, che dipinge con le mani, graffiando, a ditate. Dunque, il quadro è un virus – una pestilenza. Lo guardi e ne sei coinvolto, spasmi di male, sposalizio col morbo.

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L’appestato è un vecchio, il più grande pittore italiano del secolo, di sempre?, si chiama Tiziano Vecellio, ed è morendo che si compie, destino dei grandi, in una tela ovviamente incompiuta – lasciata nelle mani candide di Palma il Giovane, per le decorazioni suppletive. “La vita instancabile, l’arte sempre rinnovantesi, ebber fine nel 1576, quando per ultimo, a 99 anni, creò la Pietà della Galleria di Venezia, da Iacopo Palma il Giovane condotta a compimento, poiché, preso da peste, il 27 agosto, morì il mago del pennello che aveva esaltato la bellezza eterna della Laguna col proprio inestinguibile splendore”, scrive Adolfo Venturi.

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Di abbacinante perfezione formale, d’intelligenza somma (Amor sacro e Amor profano, 1515), Tiziano, pittore della Repubblica, adorato da Este e Gonzaga, strapagato da Carlo V e dai Farnese, complice di Filippo II di Spagna, valica ogni confine d’arte, delira, vecchio, dando atto vorticoso alle tavole – dal Martirio di San Lorenzo alla allucinata Incoronazione di spine dipingendo con il corpo, sacrificandolo. Si dice di un magistero estremo, di un espressionismo di lanciata precocità, di un Tiziano che prevede i risultati dell’arte tre secoli prima, è già Novecento. Ma questi sono i gargarismi della critica, di chi ha studi in testa.

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I personaggi sono scanditi dal precipizio: dalla donna, Maddalena dal viso trafugato in grido, che alza la mano, poi, calando, la Madre, d’impassibile tenerezza, il Figlio, e l’inginocchiato, Nicodemo, per alcuni, un improvvido Girolamo, per altri. La Maddalena ha una veste verde, la Madonna blu, il vecchio, nudo, è cinto da un panno rosa; il corpo di Gesù bolle di bianco spettrale, come un falò sotto vetro. Tutto – colori e volti, che variano cromaticamente dall’urlo alla rassegnazione – è primo, prelevato alla necessità, a ciò che mai più si ripeterà uguale, così, mai più.

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Poiché si lotta con la grazia, fino a non esserne degni, si dice che l’opera pretende la vita. Nella Pietà di Tiziano le dita non sono quelle di un uomo che vuole aggrapparsi alla vita, ma l’atto di chi dà la propria vita impetrando la salvezza altrui. Del sangue e del pus fa impasto e colore.

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L’opera, ora alle Gallerie dell’Accademia, Venezia, doveva ornare la Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari. Lo scambio era esatto: una tomba per la tela. Il luogo della dimora eterna per un’opera eterna, che vivifica. La tela, però, resta nello studio del pittore, che agonizza, rapito dalla peste. Per un attimo, tentano di gettarlo nella fossa comune; sbrigativo è il funerale che onora il pittore più celebre del tempo – il morbo non opera con altro metro che la carne, e il corpo di un genio equivale a quello di chiunque altro, sulla bilancia della fame e del caos.

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Nicodemo/Tiziano afferra la mano di Gesù/Orazio, ne sorregge e ammira il corpo tumefatto dalla peste

Interessante. L’opera più grande, drammatica, estrema della pittura occidentale, non vale una tomba. Tuttavia, nella Basilica dei Frari, sopra l’altare, s’invola, bellissima, l’Assunta. Sessant’anni prima. Sessant’anni dopo, Tiziano è lo stesso, ma è un altro, un avanguardista di novant’anni… Arrancando, mai reso, con implacabile mistica – il quadro lo capisci da lontano, da presso è inesplicabile intrico di colori – Tiziano sa che non c’è altro che il tuffo capovolto nel dolore.

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“Visse il gran vecchio a Venezia, in una casa piena di ricchezza e di godimenti, di fronte al mare, circondato da amici, tra cui i due intimi Pietro Aretino e Iacopo Sansovino, il maggiore architetto e scultore del suo tempo in Venezia. Con essi formò il ‘triumvirato’ cui tutta Venezia colta e ricca si inchinava”. Infine è lui, raffigurato nello storpio Nicodemo, a inchinarsi – il biancore bombardato di macchie di Gesù, quel pallore saturo di Saturno, alba malata, è la speranza, infine, sfiata.

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C’è qualcosa di più – c’è che si fa l’opera in virtù della salvezza di un altro. O per velocizzare la propria morte. Se in poco tempo il figlio Pomponio, avuto da donna Cecilia, dilapida il patrimonio paterno, Orazio, discepolo del padre, fa la fine dell’appestato. Dilapida la sola eredità – questo Tiziano che diventa tutto per tornare a essere zero.

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Orazio si ammala prima di Tiziano, il pittore lo veglia, fino alla morte. Si dice che abbia nascosto il corpo del figlio nella cantina della casa, perché i vigilanti non lo rubassero, refurtiva bacata, lo gettassero nella fossa, a evitare la fiumana del contagio. Gente con le bende in faccia e i bastoni in verticale scemava per Venezia, scanalata da fiamme nere: alcuni viravano i corpi verso i canali, con frastuono di scrosci. Tiziano pattuglia il corpo morto del figlio di candele, per giorno. Quando dipinge la Pietà, si ritrae nel Nicodemo ai piedi di Gesù, ritrae il figlio, Orazio, nel corpo martoriato del Figlio. Sembra il retro di un racconto evangelico: il padre implora che morte risparmi il figlio, moribondo, già morto. Atto d’eresia mai così dolce.

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Sotto il pilastro, con volto leonino, che regge la Sibilla, ruggisce una nicchia che mostra padre e figlio, Tiziano e Orazio, appena presunti, che pregano la Madonna di esiliarli dalla pestilenza. Nella scena centrale, Nicodemo afferra la mano di Gesù morto: come Tiziano, per giorni, con la stessa spietata pietà ha accarezzato il corpo del figlio morto, cerato dal virus – ammalia, la malattia, e infine il padre è predato dal male del figlio. Che segno, come se Dio, per quei giorni in cui il Figlio è morto davvero, non desiderasse altro che la morte.

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Nel Vangelo apocrifo di Nicodemo, noto dal II secolo, tradotto in pieno Medioevo, si racconta della discesa agli inferi di Cristo. “Tutte le legioni dei demoni furono scosse da una identica paura”, è scritto. “Tu che giacesti morto nel sepolcro, sei disceso a noi vivo! Alla tua morte tremò tutto il creato e sono state scosse tutte le stelle. Ed ora ecco che, libero tra i morti, perturbi le nostre legioni. Chi sei tu che assolvi quanti, legati dal peccato originale, sono tenuti prigionieri, e li restituisci alla primitiva libertà? Chi sei tu che con la tua splendida luce divina inondi coloro che sono accecati nelle tenebre dei peccati?”.

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“Ma l’arte non gli reca in dono una tomba né riporta in vita il figlio – egli vaga in questa incapacità, e chissà se esiste l’anima… Come Tiziano, scrivendo tocco la mano di mio padre, appestato dal suicidio. Da trent’anni ne custodisco il corpo, bianco, nei sotterranei della mia mente. Credo di riportarlo in vita, mi accorgo di morire”, scrivo, più tardi. (d.b.)