“Di questo ho bisogno, di questo sparo in faccia, di questo sparo di luce al centro del cervello”: sulla Medusa di Tiziana Cera Rosco

Posted on Maggio 02, 2019, 12:15 pm
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Andrebbe letta, la poesia di Tiziana Cera Rosco, dove la parola s’intaglia in atto, facendo l’elenco maschio di un bestiario. Di bestie, un reziario di miti, una tenda letale che ospita lupi e re, Bucefalo e occhi, Rilke e chiamate, catastrofi e Kafka, Nietzsche e smagliature, è piena la sua azione lirica. Da Calco dei tuoi arti (2002) a Il compito (2008), Dio il Macedone (2009), Anatomia del Solo (2013), Corpo finale (2018), la poesia di TCR si strappa dall’atto pubblico, editoriale, per ossificarsi in una questione intima, di allucinata docenza, che chiama al vissuto più che alla lettura e al salotto. La rarità di TCR è nella sostanza, la medesima, con cui compone gesto verbale e statura artistica (sue opere le vedete, fino al 5 maggio, al Palazzo Visconteo di Abbiategrasso nell’ambito della mostra “Ardeat Corpus”). Tiziana, pure in questo testo, Medusa, pronunciato a Fonte Avellana, il monastero fondato da san Romualdo ed esaltato da san Pier Damiani, nell’ambito del Convegno nazionale “Le voci di dentro”, incenerisce il mito, ne conserva l’osso primordiale, il diamante crudo, nero, e di lì alza l’azione scenica, che è sapienza. Nell’era pietrificata, di Medusa sorprende l’eccezionale innocenza, l’attitudine alle attese, il terrore che sana. Medusa è la guardia, guarda lei perché tu non debba guardare – né guardarla – è a guardia dell’attimo prima, prima che nulla possa più essere accettato e accessibile, ma soltanto acceso e subito. Queste le note di TCR al suo lavoro: “Il nome di Medusa in greco vuol dire Guardiana, Protettrice. Eppure non fu in grado di proteggere se stessa, neanche ad abuso compiuto, un’ambiguità sinistra d avere in se stessa la forza che l’aveva brutalizzata, che si portasse questa cosa come destino. E quindi che fosse corresponsabile e per questo responsabile di una parte del perdono che la comprensione dei fatti richiede come dazio. Esiste qualcosa di più tragico?”. Non c’è mai agitazione, ma agnizione, soppesata in presunta profezia, nella poesia di TCR, che qui pubblico, in parte, pur slegata dalla sua voce, di per sé già benedetta. (d.b.)
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Poi anche nel buio il mio sguardo
Vorrebbe ancora toccare gli occhi di qualcuno
La pupilla che il battito inumidisce per l’abbassarsi di una luce
Come se da sotto le porte dovesse avanzare
La presenza di chi può reggere col fiato una pietra
Un’ intimità che l’iride distende dallo spirito
Un’intimità che si fa largo da sotto le porte della casa
Nella luce bassa di un rifugio
E che fa dormire chi deve solo chiudere con la notte.
Mentre nel buio il mio sguardo
Vorrebbe toccare solo quello di un amore
Perché gli occhi vedono tutto
E tutto si regge negli occhi
Gli occhi che cercano un posto nel quale distendere
Un palpito che confessi che siamo tutti innocenti
Non abbastanza guardati
Non guardati dal profondo di qualcosa che ci liberi
Che così segreto quel qualcosa compare a volte in forma di mostro
Solo perché dalla nascita
Batte il suo destino sulla porta aperta della morte
E lì gli occhi ancora cercano nel buio
Uno sguardo di radiazione, un corpo intero
Un’iride che perforandoci getta sonde al di là dell’essere
In quella estremissima possibilità di guardarsi
Quella estremissima possibilità di tenere non nascosto
Il nostro corpo totale così esposto
All’abbandono integralmente.
Vedi, Perseo, tu non capisci.
Le varie forme dei viventi e delle interiorità
Persino dio si tiene sulla possibilità di guardare ed essere guardati. Perché non c’è niente di più fragile che gli occhi
Gli occhi stanno aperti pure dopo morti
Chiaramente non capisci
Perché quella volta si distrussero tre cose sotto magnitudo
Poseidone forse sapeva solo che potevo essere guardata tutta
Tranne lì
Presa in tutta la bellezza
Tranne lì
Accarezzata, toccata, dischiusa perforata inondata
Solo tenendo fede al non aprire mai i suoi occhi sul vivo di quelli miei Perché tutto quello Che entra non appena le palpebre levano i forzieri
Se non stai attento, anche se sei un dio, può pietrificarti.
Forse ti hanno detto che esistevo prima di così come mi vedi ora
Che tra le sorelle ero indiscutibilmente la più bella
La più passibile ad essere guardata
Forte di una virtù mia, tutta mia
Una virtù che cresceva con me, si emancipava negli anni
Non una cosa che sta lì come una statua
Una virtù della mente che analizzava i composti del duro e dell’aereo
Intendo negli uomini
Mentre le mie sorelle avevano si ognuna il suo talento
Un talento, non so come dirti, nato già adulto
Anzi, non nato e mai moribile
Mai vulnerabile come il mio
Senza quel tempo che sottende che la vita
Scappa come un animale che si consuma mentre arde.
Loro no ma io, Perseo, io sentivo il tempo
Già da piccola nella crescita portentosa dei capelli
Che muovendosi estendevano le percezioni del trascorrere
Io vivevo il tempo con me, il montare dei fiumi con me,
Percorrere, attendere il mare davanti
Mentre dovevo recuperare i miei capelli che come anguille
Si tuffavano nel mare e annodavano ai fondali il loro destino
Tanto che a volte le miei mani
Come se avessero artigli li tranciavano in blocco
Perché non era più possibile snodarli.
Io vengo dal mare, dai miei genitori pieni di fondi
Sempre più lontani eppure giovanissimi anche loro
In una cristallina misura di età eterna
Solo io invecchiavo,
Essere
Umana
Perché essere umani, Perseo, è un destino
Un destino
Come essere un’arma, o un sole
Una conseguenza enorme
E il destino umano è una virtù sinistra
Accettare di uccidere e di essere uccisi
Accettare di non essere solo il migliore dei tuoi ieri
Accettare che l’amore è una misura d’abbandono
E che la vendetta piange i suoi bambini dentro l’utero dei violentati.
Questo un dio non può saperlo
Morire
Si muore quando non si è guardati a sufficienza
Ci si spegne, senza grido
Senza una parola che sollevi un isolamento privo di risonanze
Ma io in cuor mio ho sempre saputo che sarei scomparsa in un amore estremo
In un rapimento, qualcosa che dalle acque presagiva il violento
Come se la dimensione alare di un uccello
Potesse farmi spiccare un volo da ferma
Un’accelerazione terremotale
Mi sono detta: di questo ho bisogno
Di questo sparo in faccia
Di questo sparo di luce al centro del cervello
Perché se è vero che ogni donna è una visione delle acque e lui ne era il dio
Ogni donna è l’attesa di un’inondazione
Che viene a bonificare le cose minime, a sodomizzare il poco
A fecondare con una massa crudele il seme candido di un bene d’ alabastro
Che anneghi, che sia più potente
Di quella dominazione della mente che blocca tutto l’universo!

Tiziana Cera Rosco