Il grande artista è sempre inadeguato, fuori posto, imbarazzato. Ovvero: elogio della timidezza di Tim Burton. D’altronde, c’è sempre un po’ di vergogna nel vivere impunemente il proprio sogno

Posted on Marzo 28, 2019, 12:47 pm
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Caracolla, come una specie di clamoroso insetto. Sembra Jack Skeleton, l’inquieto re di Halloween di Nightmare Before Christmas. Forse è così, forse, infine, ti trasformi in una delle tue creature.

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Ciò che mi affascina di un grande artista è l’inadeguatezza. Il suo essere fuori luogo, impaurito dal resto degli uomini. Tutti sono impuniti tranne lui, l’artista, impenitente creatore di altri mondi. Il grande artista non ha bisogno di ostentare la bravura, di urlare al mondo il suo mondo: esso si presenta da sé.

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Non c’è bisogno di violenza per chi viola le norme della logica quotidiana – per chi sovrappone alla ferocia il candore del proprio creato.

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Tim Burton ai David di Donatello, l’alcova di cristallo del cinema italiano, una scopiazzatura all’amatriciana – ma più elegante – dei Premi Oscar. Tim Burton farfuglia, tartaglia, si fa piccolo, vorrebbe diventare una formica, una piccola formica nella narice del conduttore, Carlo Conti. Sembra un personaggio tratto da un dialogo in mongolfiera tra Edgar Allan Poe e Franz Kafka. Ostenta il disagio, la commozione, la stranita meraviglia di essere lì.

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I film di Tim Burton sono l’elezione del ‘mostro’ a dio. L’umanità è condotta da provinciale crudeltà, bada al denaro, ha occhi nel ricino della corruzione – non vede altro se non ciò che vuol vedere, ciò che riconosce. Il ‘mostro’ – il diverso, cioè, in sostanza, l’uomo vs. gli uomini – è guardato con schifo, poi eletto come un ‘caso’ – eventualmente utile a far soldi – poi cacciato, chi può accettare un mostro? Il film delicatissimo è Edward mani di forbice (1990), gotico pop che segna il sodalizio tra il regista e Johnny Depp.

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Tutti vogliono innamorarsi del mostro – il diverso è una moda –, ma nessuno può sopportarlo per ciò che è – e lui, dopo la grazia, fa il favore di sparire.

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Pure nei film più brutti – come quest’ultimo, vado di pregiudizio, Dumbo – il canone è quello: l’elogio del disadatto, il mostro che ha talenti divini. Il Willy Wonka secondo Burton è un uomo tormentato da una infanzia terribile, un recluso, un eccentrico all’eccesso, pare – nel profilo del viso, nell’albeggiare della pelle – un incrocio tra Michael Jackson e Lewis Carroll. Eppure. Il ‘mostro’ crea qualcosa di insostenibilmente dolce, la magica barra di cioccolato. Eppure. Più che lavorare con maestranze umane, che schifo, preferisce ingaggiare altri mostri come lui, gli Umpa Lumpa.

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I personaggi di Tim Burton, assediati dall’incomprensione, hanno miglior dialogo con i morti: La sposa cadavere (2005) e Frankenweenie (2012) testimoniano un gravido commercio con l’aldilà. La capacità fantastica – o l’amore fantomatico – vincono il regno della morte.

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Il vero testamento di Tim Burton è Big Fish (2003), però, una fioriera di freaks. Il senso profondo del film, che si regge sulle balle auree del formidabile Ed Bloom (interpretato da Albert Finney e da Ewan McGregor), è che le cose, i fatti, non esistono di per sé ma nel turbinio di un racconto. Le cose, i fatti, non esistono se qualcuno non li racconta – la vita ha senso perché qualcuno, un uomo, la inventa, la organizza in una stagione verbale, la esprime con priorità fantastica. La vita è finché continuiamo a narrarne il mito, a investigarne le proprietà fantastiche, finché forziamo il caos in destino.

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Capisci ora perché Tim Burton caracolla, imbranato, imbarazzato, come un ragazzino – e se è stata ‘posa’, è bella anche quella, mirabilia del mentire per dare virtù al canto – sul palco colmo di cineasti meno bravi di lui. C’è sempre un po’ di vergogna nel vivere con audacia il proprio sogno. (d.b.)