Thomas S. Eliot? Lavorava tanto, impastava il pane e si faceva i fatti suoi. Nelle sue lettere (un poco pavide) più che scrivere di Hitler, ci comunica che ha una spina nel piede…

Posted on Maggio 18, 2019, 11:57 am
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A febbraio era uscito un nutriente malloppo di lettere private di T. S. Eliot. La notizia sensazionale è che nemmeno Times Literary Supplement riesce a essere puntuale nelle recensioni: solo pochi giorni fa ce l’hanno fatta a scrivere di Eliot e ne è venuto fuori un raro esercizio di cerchiobottismo bucolico. Ci hanno regalato una recensione leziosetta la cui unica preoccupazione sembra quella di capire se e fino a che punto Eliot fosse entusiasta della vita in campagna: aveva divorziato, andava in cascina, si faceva il pane con le sue mani. E via così.

Ma per favore! Eliot mica aveva voltato le spalle agli USA per cascare nello stereotipo dell’inglese tipico. A maggior ragione Eliot non era puritano, anche se credeva nella chiesa anglo-cattolica. Era lontanissimo dal protestantesimo radicale, dall’idea che gli eletti puritani, fuggiti dall’inferno europeo, stanno creando la società perfetta in USA, naturalmente secondo la Bibbia (e questo vale anche per i loro atei dichiarati). Eliot non credeva che gli USA con la loro Casa Bianca sulla collina avessero radicalmente voltato le spalle a tutto il ‘male’ europeo.

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Notizia in sordina. In mille pagine di lettere che coprono il periodo 1935-38, lo scrittore e sommo poeta T. Eliot menziona giusto un paio di volte l’impotente, isterico e vegetariano Adolf Hitler. La riprova che i literati non capiscono una fava di contemporaneità? La dimostrazione che non dobbiamo chieder loro la parola che mondi possa aprirti? E chi lo sa. Intanto. Eliot menziona un paio di volte Hitler e prende un granchio. Benvenuti dentro The letters of Eliot, ottavo volume per complessive 1100 pagine che stanga gli ignavi. Eliot è come il Benedetto Croce degli Inglesi. Anzi è meglio perché non ci hanno messo sopra le mani i pedagoghi comunisti, come invece fu il per il nostro Benedetto. E se Croce era soprattutto pensatore, uno che ragionava con le categorie, Eliot invece è come il dr Johnson, uno che le categorie prima le crea, poi le usa (se gli vanno a genio).

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Ora, se volete fare sonni tranquilli lasciatevi cullare dalla ninnananna estetologica di Times. Vi troverete tutto tranne che il pomo della discordia. Il giudizio politico. Male male, vecchio Times. Così facendo nobiliti i fantasmi idioti che covano nella Germania Est impoverita. Non è una fanfaluca. L’Est teutonico è ancora scioccamente altezzoso in materia di stimoli alla perfezione ‘genetica’: la questione è apertissima.

E allora perché Times è arrivato a recensire l’Eliot privato e scomodo mesi dopo rispetto a Guardian e al… Giornale? Perché? Non sarà mica che lassù i benpensanti cominciano anche loro a scherzare col fuoco, a distinguere contesto da contesto, a dire questo sì questo no, stilando codici etici di quel che va pubblicato e quel che va tenuto fuori dai saloni? Che altro si cela dietro al pudore di dire Hitler insieme a Eliot?

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Guerra di Spagna. Che scrive il caro Eliot? Nulla. Solo mestiere editoriale, per lui, tra ’36 e ’38. E mica era poco. Ma quando poi i libri incrociano la politica? C’è ad esempio questo nipote della Woolf, Julian Bell, che muore nella guerra civile spagnola: nella lettera alla madre la quale gli porgeva i saggi postumi di Julian, Eliot non sputa fuori nemmeno una parola sul contesto, su questi altri giovanotti che buttavano il sangue per la democrazia nell’Europa del Sud. Anzi. Si scusa con la signora per aver preso tardi a leggere il manoscritto del figlio perché “una spina di ginestrone stava a marcirmi nel pollice”. L’inglese è impagabile: a gorse spine festering in my thumb. Chiamatela virtù borghese di un cinquantenne o come meglio credete. Ma questa immagine del ginestrone, piantato in UK per tracciare recinti ai cavalli, di fronte al sangue del giovane idealista morto in Spagna – è eloquente.

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E passi per la Spagna, c’è il baffetto sul quale riflettere. Guardian lo menziona in chiusura di articolo, con piglio guerresco, questo Eliot privato e rintronato: “ancora non si sa [ottobre 1938] se Hitler vuole chiudere il becco, se basti il suo attuale numero di oppositori – oppure no” (One still doesn’t know whether Hitler will pipe down in the face of so much opposition from so many sides, or not). Questa non è calma olimpica. Eliot in quella lettera cercava di spiegare la situazione a un conoscente statunitense: il punto è che nemmeno uno istruito e che aveva viaggiato era in grado di capirci niente. Quindi non ricavava giudizi frettolosi.

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Seconda comparsa del baffo. Neanche questa la trovate su Times che non vuole disturbare il dopopasto volterriano al ceto elevato inglese. Sempre 1938. A teatro festeggia le sue bevute il ceto colto: l’economista Keynes gode perché Auden e il suo ‘amico’ Isherwood hanno portato in scena On the frontier. Vi compare appunto il baffetto del deficiente. Ma Eliot, da uomo navigato tra due continenti, scrive agli autori che Hitler non sarà poi quel sempliciotto che il teatro ha voluto trasmettere al pubblico divertito dal pacificamento idiota di Chamberlain.

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Che la cura per gli epuratori dei libri da salone sia la lettura integrale del noioso carteggio di Eliot? Mai irridere le sciagure politiche. Così dice il colosso Eliot, e noi imbecilli non stiamo ad ascoltarlo, pensando che sia fruscio del vento. Bisognerebbe che i redattori di codici etici in letteratura si pungessero almeno un dito con il ginestrone giallo, come fu per Eliot, per penitenza. Forse è più meglio annoiarli con le lettere che tubano e chiocciano. Torniamo quindi a Times Literary Supplement. Vi scrive infatti il giornalista: “Nell’insieme quello che il presente libro ci consegna, insieme ai precedenti sugli anni di mezzo di Eliot, è il redattore infaticabile, l’editore con le mani sporche d’inchiostro, il sostenitore di buone cause [sic], l’uomo sempre ricercato per cene e fine settimana fuori porta. Scriveva spesso delle lettere come se stesse prendendo il suo paninetto al burro durante l’ora del tè, ed era un amico scherzoso, un fratello leale, un marito in crisi”.

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A proposito di fratelli. Questa è buona. C’è una lettera del 1936 a Henry, maggiore rispetto a Thomas. Il più grande chiede al più piccolo (che ha lavorato in banca per otto anni) quali titoli comprare e quali vendere. E poi Thomas gli dà lumi riguardo la celebre sparata “sono anglo-cattolico in religione”. Nella lettera, Eliot sostiene che quella sorta di “svelamento di posizioni” gli era stato richiesto da un altro letterato di grido dell’epoca, Irving Babbitt, aggiungendo con classe “non pensavo che quella sortita sfortunata sarebbe stata poi additata e ripetuta così tanto”. 

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In sostanza il carteggio è opera di bottega editoriale, Eliot lavorava con Faber&Faber da un decennio, dal 1925. E negli anni lasciava andare l’impegno di critica militante a favore della progettazione in vitro: “quando si è giovani, si può dire tutto sul proprio periodico senza una libertà che altrove non avremmo; ma alla mia età le cose vanno al contrario: si deve essere più cauti, come editori, di quanto ci fosse richiesto prima”. Segue nota cautissima dell’articolessa su Times Literary Supplement: “Ezra Pound faceva esasperare Eliot per le sue intemperanze, anche se poi Pound non era l’unico a rimpiangere che il giovane eroe del Modernismo fosse diventato ‘un uomo dall’abito a quattro pezzi’. Difficile capire Eliot nella decisione di chiudere la rivista Criterion già in quegli anni”.

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Ci sono infine lettere più ispirate, alla Rilke, destinate a poeti abbandonati come questa a George Barker: “poesia è – o materia soggetta a veloce infiammazione – o lavoro di una vita. In entrambi i casi essere poeti è una scocciatura. Se è lavoro di una vita siate sicuro di trovare di tanto in tanto che la vostra ispirazione è bella che esaurita, e quindi o vi ripetete o smettete di scrivere: questi periodi sono dolorosi benché necessari. Poi può anche darsi che le mie ultime cose non siano buone come le prime, devo prepararmi a non deprimermi troppo visto che me ne rendo conto fin troppo bene; ma ad ogni modo posso esser certo che sarò diverso […] e si può far molto ampliando i propri gusti poetici, riempiendosi tutti di autori che non ci siano immediatamente congeniali; e poi usando svariati accorgimenti tecnici di versificazione”.

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Che dire? A che serve leggere la poesia se poi non badiamo al poeta? Alle sue opinioni? E allora, diamoci dentro per capire l’omertà di Eliot su tutti i brutti politici che lo circondavano tra 1936 e 1938. Del resto, costa meno fatica intendere questo cinquantenne dubbioso di tutto, rispetto a quella decifrazione impossibile degli altri titani poetici suoi amici: Yeats, Pound. Se volete prendere Yeats, dovete darvi seriamente al culto astrale. Eliot è più facile.

Se volete prendere Pound, leggetelo, leggetelo nei suoi saggi politici, nei suoi avvertimenti al popolo dove salta tutta la cosiddetta ‘mediazione’ intellettuale. Eliot è immensamente più facile. Ma insomma ci siamo capiti. Meglio leggere l’uomo onesto Eliot, già impiegato di banca.

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E a proposito di impiegati di banca. L’Italia ne ha avuto uno alla Presidenza della Repubblica. A dirla tutto, in principio, Ciampi aveva studiato lettere classiche alla Normale di Pisa. Un uomo completo. Né solo studioso. Né solo tecnico. Meno che mai: politico ‘puro’. I veri avvisi all’Europa non sono quelli di Thomas Mann ma quelli del nostro Ciampi. Li diede alla Normale nel 1996 e il discorso si trova in un volumetto oggi fuori circolazione. Meglio riscrivere qui.

Dopo un attacco che vale bene ieri come oggi (“Oggi abbiamo la disoccupazione di milioni di persone, il 12% della nostra popolazione, composta in parte non piccola da giovani che da mesi, alcuni da anni, cercano una occupazione senza trovarla e da persone licenziate che sono in identica situazione”) viene l’avvertimento: guai a dare troppo spazio in Europa ai tedeschi, quelli se lo prendono subito. “Una mia opinione personale che ho sempre espresso è che l’Europa o si aggrega sotto la forza spontanea degli eventi, con una chiarissima predominanza della componente mitteleuropea con tutte le conseguenze che questo comporta e che a mio avviso rischiano di essere foriere di ripetizione della storia (certamente la storia non si ripete mai nello stesso modo, ma dico di ripetizioni di tragici eventi avvenuti proprio negli anni Trenta cioè i nazionalismi e tutto quello che segue). O siamo capaci invece di creare un’Europa unita in modo istituzionale con controlli e bilanciamenti che sono l’essenza di uno Stato, di una federazione di Stati che intende convivere con parità di diritti, con la previsione di meccanismi che consentono veri equilibri, sotto ogni profilo, di questa grande comunità”

Andrea Bianchi