Europeista. Ma non troppo. In un discorso finora inedito Thomas S. Eliot ci spiega chi è il “buon europeo”. L’Europa è unita finché non limita le identità nazionali (e non tutti gli europei sono uguali)

Posted on Marzo 29, 2019, 9:57 am
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In uno dei suoi testi canonici, What is a Classic? (1945), scritto quando Thomas S. Eliot è già il poeta fondamentale e più influente del Novecento – archiviata The Waste Land ha da poco pubblicato Four Quartets, il culmine della sua ricerca poetica – mentre l’Occidente si risolleva dopo il baratro con il suo turbinio di agnelli sacrificali (Ezra Pound, l’amico, il sodale, di Eliot arrestato e gettato nel manicomio criminale di Washington), il poeta esprime la sua idea di Europa. “Abbiamo bisogno di rammentare a noi stessi che, se l’Europa è un tutto (e ancora oggi, sempre più mutilata e sfigurata quale sta diventando, l’organismo da cui deve svilupparsi ogni più alta armonia del mondo), anche la letteratura europea è un organismo i cui vari membri non possono godere di buona salute se un’unica corrente sanguigna non circola dappertutto. Il latino e il greco costituiscono la corrente sanguigna della letteratura europea… e Virgilio è il nostro classico, il classico di tutta l’Europa”. Eliot – che a Virgilio associa Dante come ‘padre’ dell’Europa culturale unita, e poi Shakespeare – pensa all’Europa come a un progetto letterario e dunque politico (e a lui, eventualmente, Thomas Stearns, come al nuovo Virgilio, aedo di un impero europeo, in cui il nuovo latino è l’inglese, dove non tramonta mai il sole). Nel 1946 torna sul tema in tre conversazioni radiofoniche, The Unity of European Culture, rivolte alla Germania. In questo contesto va letto il discorso, The Good European, tenuto il 2 giugno del 1951 presso il Royal Pavilion di Brighton, raccolto prossimamente nel settimo volume delle Complete Prose of T.S. Eliot: A European Society, pubblicato dalla John Hopkins University Press e anticipato dal TLS (proposto qui nella traduzione di Andrea Bianchi). Thomas S. Eliot, che ritiene Baudelaire il padre della poesia moderna, che ha fatto i primi passi lirici a Parigi, alla Sorbona, all’ombra di Laforgue e di Gautier, ascoltando Henry Bergson e imparando il francese da Alain-Fournier, dal 1946 è membro della sezione londinese della Fédération britannique des comités de l’Alliance française, di cui, nel 1948, è nominato presidente della commissione culturale. Nel discorso, arguto, sibillino, pronunciato in questo contesto, Eliot ribadisce che l’Europa unita è una necessità a patto che si salvaguardino le singole identità, che non tutte le nazioni sono uguali, che la cultura è una scelta anzi tutto individuale, che non si fa per esigenze di parte o di convenienza. Resta da ribadire l’importanza dei poeti nel pensare l’Europa. Il francese Saint-John Perse, Nobel per la letteratura nel 1960, tradotto e amato da Thomas S. Eliot, è quello che, come braccio di Aristide Briand, pensa, nel 1930, la Federazione degli Stati Europei. (d.b.)

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Mr. Chairman, Monsieur l’Ambassadeur, Monsieur le Président de l’Alliance Française, Ladies and Gentlemen:

Non sono a conoscenza, specialmente in questo giorno, di alcuna giustificazione per essere chiamato a tenere un discorso, né so di alcuna qualificazione per farlo in un’occasione simile: altri si saprebbero mettere in luce in modo più adeguato. Comunque, mi è stato chiesto di dire una parola e non ho avuto direttive per il discorso. È lasciato del tutto alla mia fantasia e alle mie possibilità. […]

Abbiamo tutti tenuto sott’occhio, negli anni appena trascorsi, il problema dell’unità europea, della cooperazione. Vari gli schemi avanzati sul tavolo dei teorici; diversi i modi di organizzazione già posti in essere, e che stanno passando per fasi di inevitabile difficoltà quando le menti degli uomini, le loro abitudini devono venir riaggiustate su una più larga scala per nuove situazioni. E non mi occupo di queste ultime, ma semmai del movimento ad esse parallelo, laddove si parla di campo culturale – parola che non mi soddisfa, ma andava detta – e si tratta anche delle nuove consapevolezze nate di qui, dall’importanza delle relazioni tra persone. Cosa della quale non si preoccupano direttamente politici e statisti. In particolare, più di una persona ha iniziato ad avvertire l’Europa occidentale come una comunità e, oltre a ciò, il bisogno di mettere in relazione le nostre idee, fatte di unità consapevole e desiderata, con sentimenti più radicati di genere culturale che si scontrano con abitudini egualmente radicate, composte di sensazioni e comportamenti locali. Di nuovo, non mi prenderò la libertà di parlare di queste organizzazioni che sono state costituite per sviluppare la consapevolezza delle identità fondamentali di cultura, specialmente tra genti d’Europa, nel complesso: e non lo farò tenendo ferme le molte domande che mi interessano sul piano personale. Qui desidero solo toccare due caratteristiche che mi sembrano necessariamente da ricordare per realizzare l’unità di Francia e Inghilterra.

La prima semplicemente è che essere un “buon Europeo” non credo richieda una diminuzione di identità locali e nazionali o, dal lato dell’individuo e del linguaggio, una qualsivoglia riduzione a zero dell’autostima. Mi sembra al contrario che nell’insieme ogni persona, in una famiglia di nazioni quale l’Europa occidentale, dovrebbe considerarsi come in un certo senso superiore a tutte le altre. Questo produce relazioni buone e persino affettuose. Essere capaci di considerarsi come superiori da un certo punto di vista rispetto agli altri rende più agevole continuare a sopportarli. Ho detto ‘da un certo punto di vista’ perché il risultato di relazioni strette con un’altra cultura dovrebbe essere quello di rendersi più autocritici, più consapevoli della propria forza così da vedere meglio i suoi difetti, le sue debolezze, e altrettanto bene i suoi meriti, il suo potere.

Il secondo punto è, nella mia visione, un corollario del pensiero precedente. Ed è che i nostri fini di unità europea, sul piano ‘culturale’, devono entrare in una formula la quale ci dice che ogni cultura si lega meglio con un’altra, e dipende meglio da questa, ma questo rapporto non si instaura tra tutte le culture. Dove più, dove meno. In altre parole, una nazione potrebbe avere più stretta affinità con una nazione straniera, ma questa stessa nazione può legarsi poi meglio a una terza, se cambia il collante, il riferimento. In breve, non solo è falso che essere un buon Europeo vale necessariamente meno che essere un Inglese o un Francese o altro ancora; perché è parimenti falso che per essere un buon Europeo si debba provare sentimenti uguali ed imparziali per ogni altro stato europeo. Vi è sempre il pericolo che qualche tifoso a oltranza possa travisare la cultura europea come qualcosa che possa essere completamente unificato, e ledere le differenze regionali e nazionali: in seguito, di qui a una condizione dove nessuno possa guadagnare nulla dal prossimo, il passo è breve. Perché, se chi nasce sulle coste del Mediterraneo fosse identico a chi viene al mondo sui fiordi e sulle sabbie danesi in pensiero, sentimenti e condotta, non ci sarebbe più alcun senso nel valicare il confine per dare la mano a chi ci troviamo davanti. Potrebbero entrambi, chi viaggia e chi accoglie, starsene tranquilli a casa e parlare al dirimpettaio.

Il pensiero al quale voglio arrivare mi sembra semplice e quasi ovvio. Ed è che, per quanto sia desiderabile essere Europei e uomini inglesi, non vogliamo essere Europei astratti; e che per quanto sia desiderabile praticare una più stretta comprensione con tutti i popoli di Europa, è nondimeno necessario – no, dovrei dire estremamente necessario – che stringiamo relazioni strettissime con quegli stati verso i quali già nutriamo una simpatia forte e incorruttibile. Il legame più stretto l’Inghilterra lo ha certamente con la Francia. E vorrei dire che l’ammirazione particolare e il rispetto per la cultura francese che i più civili tra gli Inglesi avvertono ha sempre giocato un ruolo decisivo per accelerare la comprensione delle altre culture latine. (Se poi una comprensione della cultura inglese ha fornito agli amici francesi un simile collegamento verso la Scandinavia, non saprei). Ma in ogni caso dobbiamo rafforzare i legami già esistenti, senza i quali difficilmente se ne stringeranno di nuovi e più distesi nello spazio.

E per questo motivo penso che un lavoro simile a quello svolto dalla Fédération Britannique des Comités de l’Alliance Française sia un contributo importante a quell’unità europea la quale, a prescindere dalle nostre numerose riserve su mezzi e valore (sapete quante siano), è desiderata onestamente da noi tutti. Devo aggiungere, comunque, che non dovremmo servire questa più larga causa rendendola simile a uno scopo prescelto. L’unica via nella quale possiamo servircene è considerarla come un effetto secondario: si metterà a funzionare solo se ci dedicheremo al nostro lavoro personale. Perché dobbiamo ricordarci che in campo culturale l’elemento dello scopo scelto a bella posta ha solo un posto limitato, ancorché necessario. Crediamo che la nostra attività nella Alliance Française affermi i legami tra i due stati e che questa fede sia uno stimolo a perseverare. Ma se le persone si sono unite alla Fédération – o semmai unite a uno dei Circoli affiliati – meramente perché avevano una coscienza sociale forte, perché credevano che acquistando una conoscenza, una comprensione della cultura francese stessero facendo una bella azione, tutta la vicenda sarebbe già morta e sepolta. Vi si sono uniti perché amano la Francia, o perché sentono una curiosità per lei; perché piace loro sentire parlare in buon francese, perché vogliono incontrare i Francesi, perché vogliono mischiarsi ad altri Inglesi i quali provano un simile interesse e amore e entusiasmo per la lingua francese e tutto ciò che lei rappresenta. Lo si fa primariamente per profitto e godimento personale; e se non ci fossero ragioni del tutto personali – e, se volete, egoistiche – lo spirito della faccenda morirebbe, lasciandoci solo qualcosa di meccanico e senza vita. Fa bene ricordarsi, di tanto in tanto, che gli interessi culturali vanno ricercati in prima battuta nelle ragioni che possiedono di per sé, e non per i benefit che da loro potrebbero discendere verso la società. Ma d’altro canto abbiamo bisogno che questi interessi abbiano una più larga giustificazione, così che non siano banalmente imperniati in se stessi; e perciò – ho parlato semplicemente per porre l’accento sull’argomento – è necessario che qualunque Circolo della Alliance Française cominci a dare e ricevere, in via indiretta, molti benefici. Questo avverrà se saprà contribuire ai legami tra i due stati, ribadendoli; e nel fare ciò starà anche contribuendo, benché più sottilmente, alla ripresa e al rafforzamento dell’Europa come insieme.

Thomas S. Eliot

© Estate of T.S. Eliot 2019

*In copertina: T. S. Eliot fotografato da Cecil Beaton, 1956; National Portrait Gallery