“Lo stato è una creazione ineluttabilmente condannata al fallimento… siamo nulla e null’altro meritiamo che il caos”. Ecco come si vince un premio: Thomas Bernhard

Posted on Luglio 04, 2020, 10:37 am
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Il trionfo, il secondo trionfo (poiché non c’è limite al peggio), di Sandro Veronesi al quel che resta del Premio Strega, è oramai agli annali. Notizia che rimbalza ovunque sul web e sull’etere, notizia che rimbalza assieme alle parole a margine dello stesso vincitore. Veronesi parte subito col piglio che nemmeno l’ultimo soldato tornato mutilato dal fronte: “È tipico degli italiani vincere in condizioni estreme. Rendo meglio con la pistola alla tempia: in questo mi sento un italiano vero” per poi infarinarsi sotto le commoventi pale di un Mulino Bianco: “Sto pensando alla mia famiglia, ai miei figli, a mia moglie, ai miei fratelli. Sto pensando agli amici che mi hanno sostenuto, che hanno votato il libro”. Eccolo ordunque avventurarsi in frasi criptiche ed enigmatiche: Sto pensando all’uomo nuovo, che poi è una donna (?). A tutte le persone nuove che ci sono e a tutte le navi in mare. Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. Per poi concludere nel nonsense più assoluto: “C’è un paesaggio diverso, nativi digitali che adesso leggono, che hanno un atteggiamento diverso e questo uno lo percepisce”. Non è chiaro chi siano questi nativi digitali che adesso leggono, quando e dove Veronesi li abbia visti e se, soprattutto, leggono i suoi di libri. E in questo caso, tanto vale che ritornino a non leggere. Per dare un senso a questo amaro pezzo e per ammantarlo di beltà dopo cotanto tedio, voglio riportare tutt’altre parole, di tutt’altro scrittore a tutt’altra premiazione. Le parole di Thomas Bernhard, in occasione del conferimento del Premio di Stato austriaco per la letteratura. Siamo nel 1968.  Bernhard sale sul palco, in platea c’è tutto il peggio che possa rappresentare il paese. Ministri compresi. Lo scrittore mette in piedi una spassosa lectio magistralis. Un gigante al cospetto dei nani:

“Pregiatissimo signor ministro,

pregiatissimi presenti,

nulla è da lodare, nulla da maledire, nulla da accusare, ma il più è ridicolo; tutto è ridicolo, quando si pensa alla morte.

Si procede lungo la vita, turbati, non turbati, attraverso la scena, tutto è permutabile, nello stato-palcoscenico meglio o peggio ammaestrati: un errore!

Si comprende: un popolo ignaro, un paese stupendo – padri morti o coscienziosamente senza coscienza, uomini con la semplicità e la viltà, con la povertà dei loro bisogni… È tutto un antefatto in sommo grado filosofico e insopportabile.

Le ere della storia sono frenasteniche, il demonico in noi un incessante carcere patriottico in cui gli elementi della stupidità e dell’intransigenza sono divenuti bisogno quotidiano. Lo stato è una creazione ineluttabilmente condannata al fallimento, il popolo una creazione infallibilmente condannata all’infamia e alla stupidità. La vita disperazione, a cui le filosofie si appoggiano, in cui tutto, in fondo, deve impazzire.

Noi siamo austriaci, noi siamo apatici; siamo la vita come volgare disinteresse alla vita, siamo il senso della megalomania come futuro nel processo della natura.

Nulla abbiamo da narrare, se non la nostra miseria, travolti dall’immaginativa di una monotonia filosofico-economico-meccanica. Strumenti al servizio della fine, creature dell’agonia, tutto a noi si rivela, nulla comprendiamo.

Popoliamo un trauma, temiamo noi stessi, abbiamo il diritto di temerci, già contempliamo, sia pur indistintamente, lo sfondo: i giganti dell’angoscia.

Quel che pensiamo è già pensato,

quel che sentiamo è caotico,

quel che siamo non è chiaro.

Non dobbiamo vergognarci, ma non siamo nulla e null’altro meritiamo che il caos.

Ringrazio a mio nome e a nome dei premiati questa giuria, ed espressamente tutti i presenti”.

Da spellarsi le mani e poi asciugarsi le lacrime. E per contraltare alla nenia filosofica sul mondo irreale di Veronesi visto con gli occhi di un Fabio Fazio, si può chiudere questo scritto sempre con Thomas Bernhard, sempre in occasione di una premiazione, il Premio letterario città di Brema. E la chiosa al suo sontuoso discorso: “Siamo spaventati dalla chiarezza di cui all’improvviso è fatto per noi il nostro mondo, il nostro mondo di scienza; sentiamo freddo in questa chiarezza; ma questa chiarezza l’abbiamo voluta, l’abbiamo suscitata noi, non possiamo dunque lamentarci del freddo che ora impera. Con la chiarezza il freddo aumenta. Questa chiarezza e questo freddo d’ora in poi regneranno sovrani. (…) Tutto sarà chiaro, di una chiarezza sempre più alta e sempre più profonda, e tutto sarà freddo, di un freddo sempre più terribile. Avremo in futuro l’impressione di una perpetua giornata, perennemente chiara e perennemente fredda. Vi ringrazio per l’attenzione. Vi ringrazio per l’onore che oggi mi avete tributato”.

Ringraziamo anche noi Thomas Bernhard. E chi ne vuol leggere ancora, si procuri i tomi I miei premi (Adelphi) ed Eventi (stupenda edizione della SE) dai quali son tratti questi splendidi squarci di genio. E lasciamo che gli unici colibrì credibili siano quelli che si librano nei boschi. Quelli dello Strega, son di cartapesta.

Cosimo Mongelli