I romanzi di Theodor Fontane (1819-1898) andrebbero prima di tutto letti perché, nonostante per ragioni a me ignote sia ancora troppo poco conosciuto, stiamo parlando del più grande romanziere tedesco dell’Ottocento. Un autore formidabile dallo stile raffinato e sottilmente allusivo e un fuoriclasse assoluto nei dialoghi. Tanto per capirci, uno scrittore che non ha niente da invidiare a Flaubert e a tutti i i maggiori narratori di ogni tempo. Dopo di che andrebbero tenuti sempre a portata di mano.

Già, perché oltre al piacere, e sottolineo la parola piacere, che deriva dalla loro lettura possono essere un conforto e una guida quando ci sentiamo smarriti nella complessità della vita, incapaci di capire quello chi ci sta intorno e di tenere il passo con un mondo in rapido mutamento. Fontane infatti ha le stimmate della classicità, quella vera, quella che sa guardare con il giusto distacco e ironia a un’epoca e ai suoi valori.

Bastava vederlo per capire che era un prussiano fatto e sputato: un armadio dal fisico possente con due grandi baffoni alla Bismarck, ma il cognome rivela le origini francesi e molta della sua grandezza forse sta proprio in questo melange e lui stesso ne era consapevole: “In ogni momento sento le mie origini latine e ne sono orgoglioso”.

Der alte Fontane, “Il vecchio Fontane”, lo chiamava Thomas Mann perché dopo essere rimasto a lungo nell’ombra il suo talento di scrittore è sbocciato solo nella terza età, come un fiore tardivo, tanto inaspettato quanto meraviglioso. Per buona parte della vita Fontane era stato prima farmacista, per tradizione di famiglia, poi addetto stampa del Regno di Prussia e per il resto si era limitato a scrivere reportage di viaggi e critiche teatrali sui giornali berlinesi. Niente di straordinario.

Poi, dopo la nomina a segretario dell’Accademia delle Arti di Berlino, un posto prestigioso e ben retribuito, con uno scatto imprevedibile in un uomo ormai a un passo dalla vecchiaia, si getta alle spalle convenzioni sociali e sicurezze economiche e si lancia nella nuova avventura della scrittura. A quasi 60 anni fa il suo esordio come romanziere e per i vent’anni che gli restano da vivere Fontane si dedicherà solo a quella che era sempre stata, forse a sua stessa insaputa, la sua vera vocazione: quella dello scrittore.

Tutti i romanzi, dall’indimenticabile Effi Briest a Cècile per arrivare a Il signore di Stechlin, che è da considerare il suo testamento spirituale, sono una metafora della vita e della storia, con quelle passioni amorose quasi sempre irregolari perché figlie dell’adulterio o complicate dalla differenza di classe sociale. Giocando sulle sfumature e sulle allusioni Fontane rappresenta il conflitto tra la vita e la morale, tra le regole codificate dalla società e la forza della passione. Nello scontro tra le ragioni sociali e quelle private così come tra due concezioni diverse della vita Fontane non si abbandona mai a un rozzo dogmatismo sposando le ragioni di istituzioni ormai sorpassate né si lascia prendere da un becero entusiasmo per la libertà dell’individuo, ma sa riconoscere i buoni motivi che ci sono da una parte e dall’altra e soprattutto è capace di renderli da maestro nelle storie d’amore che racconta.

Lui, figlio della vecchia Prussia feudale, capiva bene che il suo mondo, quello in cui era cresciuto, si era formato e a cui era affezionato, stava ormai tramontando, destinato a essere sostituito dalla nuova Germania borghese e industrializzata, ma la sua grandezza sta proprio nella capacità di non cedere a una nostalgia patetica per ciò che sta finendo, condannato dall’inesorabile avanzare della storia, e di accettare la nuova società che sta nascendo come un passo in avanti a cui sarebbe sciocco opporsi, senza tuttavia abbandonarsi a entusiasmi fuori luogo.

Si rende conto che è in atto un processo storico inevitabile e necessario, ma resta affezionato al proprio mondo. Autentico virtuoso del non detto e del sottaciuto, Fontane è un vecchio signore che tutto vede e tutto capisce, consapevole che anche quello che ci è più caro è giustamente destinato a finire e a essere sostituito da nuovi valori, rispettabili e al passo con i tempi anche se a noi così estranei, che arrivano con il vento in poppa e l’illusione di essere eterni e che invece sono già condannati a loro volta a essere spazzati via nel giro di una generazione.

Non vivere con la testa perennemente voltata all’indietro e nello stesso tempo non cedere alla tentazione di mettersi a fare il giovane contestatore è una lezione da tenere a mente per tutti, specialmente in un Paese come l’Italia infestato da un lato da feroci resistenze a ogni cambiamento e dall’altro da ridicoli pseudorivoluzionari con i capelli bianchi pronti a saltare sul carro di ogni nuova strampalata ventata di protesta.

Fontane non è uno scrittore da punti esclamativi o da proclami, ma i drammi e i contrasti, personali o sociali che siano, li fa intuire dietro una battuta o un’allusione velata mentre ci racconta il gran gioco della società berlinese nella Germania bismarckiana e guglielmina tra incontri, dialoghi e cene mondane. In fin dei conti Effi Briest non sarebbe altro che la storia di un adulterio come tanti altri, ma attraverso di essa Fontane è capace di raccontarci un’epoca e un mondo.

Come tutti i veri grandi scrittori sa essere nello stesso tempo uno straordinario pittore di ambienti e un raffinato psicologo, riuscendo a fare emergere dalle vicende individuali dei suoi personaggi lo spirito più autentico di un’intera società.

Silvano Calzini