Le case andrebbero preservate, ma la quarantena ha rotto tutte le intimità. “The Lobster”, ovvero, sul diritto di restare single

Posted on Aprile 08, 2020, 10:02 am
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Nella quarantena dove la reclusione è esplosione di video, dirette e simili un antidoto a tutto questo è guardare The Lobster di Yorgos Lanthimos. Il film è uscito nel 2015, se non l’avete ancora visto è ora di farlo. Riguardarlo comunque fa sempre bene. Ci hanno chiuso gli spazi esterni in cui andavamo, ci hanno impedito il viaggio e tantissime altre cose. Allora ecco che non si può fare a meno di mostrarsi comunque sui social. Rendiamo la nostra casa il nostro spazio esterno, la abitiamo come abitassimo un ristorante. Ma la casa dovrebbe essere una cosa privata, dovremmo privarla dell’accesso agli estranei. Ora invece vediamo l’interno delle case, la vita domestica e coniugale esposta. Guardate come siamo felici in coppia, guardate come siamo felici single a casa, guardate come siamo felici coi figli, coi cani, coi gatti. Tutto quello che sta dentro la casa andrebbe preservato, è un nucleo che non andrebbe aperto, è il luogo dove siamo fragili, dove ci mostriamo deboli. La casa è lo spazio dove la seduzione crolla. Mostrarla vuol dire smettere di appartenerle, si spezza l’atto di proprietà.

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The Lobster (L’aragosta) apre il sipario con un uomo che riceve la comunicazione di divorzio dalla moglie, lei lo sta lasciando per un altro. Fa immediatamente le valigie e si dirige verso un hotel. La receptionist gli fa delle domande particolari, private, che riguardano il suo orientamento sessuale, le abitudini, da quanto tempo è single e per quanto tempo è stato in coppia. Non è un hotel qualsiasi. The Lobster ci fa abitare un mondo dove la relazione affettiva deve essere esposta e comprovata da segni comuni, l’amore è qualcosa da cercare e trovare in 40 giorni. Essere soli è essere senza sicurezza, decidere di restare soli è un crimine. Tutti devono avere un partner. Se non trovi la tua metà perfetta sarai trasformato in un animale a tua scelta. David, il protagonista, vorrebbe diventare un’aragosta. All’hotel ci sono pure le scenette “teatrali” dimostrative di quanto pericoloso possa essere non avere un compagno. Gli uomini muoiono prima, le donne possono essere violentate. In ogni caso la solitudine è una condizione a scadenza che va di pari passo con la morte. Sei solo, quindi sei quasi morto. In questa città del futuro tutti devono camminare in coppia, tenere nel portafoglio il certificato di matrimonio. Restare soli fuori da un negozio anche cinque minuti è fonte di rischio, i single sono pericolosi.

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I single sono animali, senza un coniuge non sono considerabili uomini. Ecco che la situazione sentimentale deve essere esposta e sicura, mostrata come trofeo di successo personale. Se abbiamo trovato un altro allora abbiamo ancora il diritto di vivere, siamo vincitori nella vita. L’intimità è una cosa che non esiste; ciò che si sottrae allo sguardo degli estranei crea dubbi, e il dubbio è la prima percezione di libertà. David riesce a scappare dall’hotel e si unisce a un gruppo di ribelli che credono nell’assoluto della libertà come assenza di relazione. Sono tutti single, vogliono e devono restare tutti single. Tra di loro sono proibiti sesso, effusioni e sentimenti. Dall’obbligo della coppia all’obbligo della solitudine. In una società che insegna l’eccesso la prima risposta sarà comunque un’altra forma di eccesso.

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The Lobster ci ricorda che abbiamo ancora il diritto alla riservatezza, abbiamo ancora diritto alla percezione di ciò che è privato e di ciò che è pubblico. In questi giorni dove gli interni privati sono diventati i nuovi esterni si è persa la possibilità di riservatezza. Stiamo perdendo la percezione dei confini, le mura esistono per chiudere, per raccogliere. Stiamo perdendo il diritto di proteggerci, di riservarci uno spazio personale, non condivisibile. Stiamo perdendo il diritto del controllo. The Lobster ci fa vedere cosa vuol dire abitare una società esposta.

Clery Celeste