L’ultimo ruggito: Martin Scorsese (che tra poco compie 77 anni) ha realizzato uno dei suoi film più belli di sempre. “The Irishman”: ecco cosa ne dicono

Posted on Ottobre 14, 2019, 12:03 pm
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Il verdetto è unanime. Come il tramonto. Che ti lascia senza fiato. Spiazzato. Prendo due quotidiani diametralmente opposti. Sul “Telegraph” Robbie Collin scrive di un “capolavoro”, di un Robert De Niro “sensazionale”; sul “Guardian” il cattivissimo Peter Bradshaw (che ha stroncato con penna spietata “Joker”) ci avverte, fin dal titolo, che “The Irishman” è “il più bel film di Scorsese degli ultimi 30 anni”. Prodotto da Netflix, in sala a novembre, in Italia potete vederlo, se accreditati, il 21 ottobre prossimo, alla Festa del Cinema di Roma. Scorsese torna al cinema dopo tre anni e mezzo (nel 2016 fu “Silence”, il film più incompreso della sua carriera) e a quasi 77 anni – li compie il prossimo 17 novembre – redige il suo testamento. Film che riproduce le atmosfere canoniche di Scorsese – da “Main Street” a “Quei bravi ragazzi” e “Casinò” – virandole verso una violenza malinconica. De Niro, Al Pacino e Joe Pesci sono i perfetti esecutori di questo requiem, dalla sinfonia – così dicono – indimenticabile. Un’epoca – di cinema, di sodalizi, di progetti, di atmosfere – è andata. Scorsese si concentra sulla vita del sicario mafioso Frank Sheeran, veterano della Seconda guerra, e Jimmy Hoffa, sindacalista corrotto, già oggetto di un film, realizzato da Danny DeVito sulla sceneggiatura di David Mamet, “Hoffa. Santo o mafioso?”. In quel film, Hoffa era Jack Nicholson; in questo è Al Pacino. Nell’era che sta crollando – cosa sarà il cinema nel tempo che fagocita storie in produzioni sempre più fast e più light? – i vecchi leoni tornano a ruggire. E quel rigore ferino si fa subito leggenda.

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Il miglior film. Martin Scorsese torna con il suo miglior film dall’epoca di Quei bravi ragazzi, uno dei suoi miglior film di sempre. Girato in modo superbo, un thriller epico, che si concentra su violenza, tradimento, disonestà, fallimento, interpretato con grandezza elettrizzante da Robert De Niro, Joe Pesci e Al Pacino, ambientato in un periodo in cui la “mascolinità tossica” non era ancora stata diagnosticata ma se ne vivono i sintomi.

De Niro braccato dal suo fantasma digitale. La tecnologia hi-tech che garantisce una nuova giovinezza a De Niro è incredibile. Gli occhi di De Niro acquisiscono un bagliore lugubre, come se fosse visitato dal fantasma digitale del suo passato.

Esplosioni di violenza, coreografica catastrofe. Uomini che conducono i loro affari rosi da frammenti di dolore, scrollate di spalle, bestemmie in direzione di chi ha fatto fortuna, di chi non ha portato rispetto, di chi dovrà essere eliminato per raddrizzare tutto. Incontri solennemente euforici in una luce soffusa, e poi periodiche esplosioni di violenza, scene oniriche di coreografica catastrofe, punteggiata da colpi di pistola e rombo di jukbox. Una nuova risonanza è data alla cospirazione politica, alla malafede.

Dipingi la casa. Di sangue. “Dipingi la casa”: gergo mafioso per dire: dipingi la casa del nemico di sangue. Una frase che avrà un orribile significato per Jimmy Hoffa.

L’invernale brillantezza di De Niro. Nel cast, Scorsese ha riunito il trio galattico, tre superstar che ci deliziano con un repertorio di performance d’invernale brillantezza, in perenne ebollizione nostalgica. Tra i tre, Robert De Niro è quello più fermo, indifferente: è il veterano della Seconda guerra Frank Sheeran, la cui esperienza militare lo ha reso facile all’assassinio, gli ha insegnato l’etica di obbedire agli ordini; è uno che uccide i prigionieri a sangue freddo.

“Quei bravi ragazzi” al tramonto. I legami con Quei bravi ragazzi sono evidenti, ma con una nota diversa: questi gangster sono più vecchi, più logori. In poche parole, non si divertono come fanno in Quei bravi ragazzi.

Dare valore alla devastazione dello spirito. Nessuno tranne Scorsese e questo cast pieno di gloria avrebbe potuto creare un film così irresistibile, persuadendoci che quei topos, quelle immagini, quell’immaginario sia ancora autentico. Abbiamo molti motivi per essere stanchi della politica e della corruzione, ma Scorsese centra il punto focale, dà valore alla devastazione spirituale, alla colpa di Frank Sheeran. Un uomo che da tempo ha amputato la sua capacità di provare rimorso ora, improvvisamente, non sa più scendere a patti con le proprie emozioni.

Peter Bradshaw